mercoledì 28 marzo 2012

L’ISTERICO A METANO




Il libro più pregiato del curriculum, anche e soprattutto perché pubblicato dall’irraggiungibile Mondadori nelle sue Strade Blu (1999).
Le cose andarono così: dopo aver scritto il libro, lo passai a mio zio Filippo che, come sempre (egli è distrutto dal complesso di Napoleone), ci scaracchiò sopra dicendomi: Cos’è, una commedia all’italiana?
Poi il fato volle che, pochi giorni dopo lo scaracchio, Edoardo Brugnatelli, sommo editor mondadoriano, uomo di buon gusto e di buone letture, chiamò zio, chiedendogli: Hai qualcosa per me?
Zio rispose: Certo.
Zio si piegò a riccio, per quattro mesi, sul mio testo. Con lo scalpello lo trasformò in un’opera rococò, e così la consegnò a Mondadori. Senza farmi prima vedere il risultato, come nel migliore stile di mio zio.
Stampato, il libro uscì a nome filippo SCÒZZARI & nipote. Il mio nome di battesimo, per il quale tanto si era dato da fare mio nonno Pietro (da bravo siciliano aveva voluto perpetuare nome e specie), non serviva, almeno per i libri Mondadori. Quello di zio, ben più quotato, serviva.
Brugnatelli definì il libro addirittura
manifesto, e come tale avrebbe dovuto diventare un best seller. All’atto pratico, però - zero promozione, se non un paio di brevi interviste a radio condominiali -, vendette solo qualche migliaio di copie, per poi scomparire nel marasma di carta delle librerie.

Certo è che la notte in cui arrivarono le prime copie stampate alla libreria di via dei Mille a Bologna, e io vidi una pila notevole di mortadelle (la copertina), arrossii di brutto. Da buon bolognese, la mortadella mi è sempre piaciuta di brutto.





L’Isterico a Metano

Fantaromanzo giovane e sinergico
di Filippo Scòzzari e nipote



PARTE PRIMA


Diciamo che Barozzi Vanes nasce a Sassuolo (MO) trentacinque anni fa da Barozzi Widmer, capo operaio in una fabbrica di sigarette.
Ha contribuito Minguzzi Mirca, cartolaia.
Evidentemente.

Dove

Sassuolo è una ridente cittadina della provincia modenese, caratterizzata da un’economia molto florida (ecco perché cittad. ridente. Anzi, bisognerebbe proprio dirla gongolante). Lì, e nei dintorni, e anche tutt’intorno, per non parlare dei paraggi, prosperano ceramiche e mortadelle, e mortadelle e ceramiche; la disoccupazione è pressoché sconosciuta e ne consegue che il tenore di vita è piuttosto alto. Pochi hanno una laurea, chiunque una Ferrari Rossa, due cellulari, braccialetti e catene d’oro, una o più fidanzate bionde con pelliccia, minigonna, cellulare, cellulite, tacchi a spillo, passato con calli.
Avendo il tenore alto, con bella logica i vecchi stravedono per tenori rasoterra obesi antipatici con sciarpetta bianca; i giovani invece, che la logica l’hanno orrenda, accendono gli accendini ad artisti rock afoni, birraioli e zuccherosi. Vanno matti pure per le fotine degli dei degli stadi con la colla dietro, e le appiccicano dappertutto, anche sui panini americani, behavior tribalsociologico studiatissimo ma scarsamente compreso.
In effetti, qui non esiste il perché preciso di nulla. Si dica Sassuolo, si dica Modena, si dica Bassa, si dica come si vuole, basti accettare che in queste plaghe la logica risiede tutta nelle piastrelle e nelle cosce dei maiali morti. Da lì si parte e lì si arriva, e le cosce delle maiale vive, endemiche, sono solo un burroso fringe benefit della suesposta filosofia.
Per comunicare tra loro gli indigeni sono prodighi di un emiliano strascicatissimo, spalmabile, di cui i forestieri capiscono una parola su tre: i vocaboli, intercalati dalla locuzione chiave tìo bò (dio buono), vengono troncati nella parte finale. Chi è straniero deve farsi ripetere le frasi sei volte prima di capire qualcosa, e non è sempre detta. L’uso indiscriminato dell’esshe shchifosa, poi, fa sì che per i visitatori sia un vero pain in the ass transitare da queste parti ed ottenere informazioni intelligibili. Quasi peggio che a Bergamo, altra cittadina ridente con segnaletica semantica problematica.
Uno shasshuoleshe che si rispetti - il quale racchiude in sé il più ampio e generoso sentire modenese, come si evince dalle targhe e dal prefisso teleselettivo - ha il vizio di sostituire proverbi sbagliati e monchi a concetti altrimenti chiari e cristallini. Se, ad esempio, un bulagnese della vicina e rivale Bulagna (i rancori del catino rapito non sono ancora sopiti) chiede «In dove rimane 'sta Modna?», stia bel tranquillo che gli risponderanno «Chivà caval donatim para shoppicare», o «Rossho di shera dei paesi tuoi», o «Megliun uovoggi can bulagneshalla porta, tìo bò. Va' vi', veh».
Al pari di qualsiasi fortunello baciato nel SuperAnalotto, chi semplicemente, fin troppo semplicemente, è nato in zona, non può fare a meno di sognare o comprarsi La Rossa. Il Paradiso è a due passi, la terzana ferrarica endemica, le strade sassuolesi dritte e lisce che è un piacere darci dentro d'acceleratore. Importa relativamente se ad eccitarsi è poi una Festa o una Clito, tanto lo scudetto giallo col cavallo nero, rampante e senza uccello, da qualche parte è sicuramente esposto al pubblico, spesso con più azioni esecutive del medesimo disegno speranzoso. L'essenziale è dichiararsi. Fare vruum.
Come nella vita, nel lavoro, nella guida e nelle indicazioni ai viandanti, anche a tavola i modensassuolesi stanno ben attenti a distinguersi dal resto dei mangianti terrestri. Qui nessuno è vegetariano, nemmeno le mucche, e i pochi che osano saltare il fosso - perché hanno raggiunto l’Illuminazione dopo un viaggio in India, o perché hanno conosciuto una stragnocca che becchetta esclusivamente insalatine e tofu, o perché hanno un cancro allo stomaco - sono emarginati dalla società, e trattati, in un crescendo di ribrezzo, da quei viadosh, meridionali, tifosi della McLaren e bulagnesi che certamente shono, garantito al tio bo'.
Il SuperAceto Dodicenne, spacciato in bottigliette strombonate firmate da un carrossaio burino internèscional, è talmente costoso che viene crociato sulla fronte dei bimbi solo quando stanno per morire; nei ristoranti è asperso a rade, esitanti goccine sui polli morti di psittacosi, per ingannare l’Ufficio d’Igiene. É nero, non mette conto parlarne ulteriorm.
Per evidenziare la splendida superiorità della civiltà modenese, e in odio a Bulagna, i tortellini, qui molto più superpessimi che nella capitale, ove si ostinano a farli ancora a mano e in casa, poveri provinciali che non shono altro, vengono confezionati a macchina e microscopici, sotto enormi capannoni. In alcuni asili pilota, e nelle scuole di meccanica, s’insegna: «Shotto le torri, che shono busoni, shi fanno i tortelloni. Noi, che shiamo sassuolini un poco ghirlandini, i tortellini shono fini, tio bo'». La sintassi, appena meno sbilenca della logica, è un portato del degrado della scuola, ma è un dato negativo comune a tutto lo stivale, non si creda. Mal comune mezzo guano. Onnì suà chi mal di panz. Anzi, come l'America l'ha saputo, s'è detta: «Vuoi vedere che quelli sanno qualcosa più di noi, Go' Got (Tio bo')?» e per ingraziarsele hanno eletto le scuole di 'sta zona come le migliori del mondo. Poi uno dice.
Lievemente più a nord, in una fetta tranquillissima di cui non importa mai niente a nessuno, quindi figurarsi a Sassuolo, ad ogni modo per farli contenti li si citi, i comunisti di Reggio Emilia, contenti? sono montati su tutte le furie: «Ma come, l'anno scorso avevate sostenuto che eravamo noi i campioni del mondo. Già cambiato idea, fascisti di merda?». I f. di m. allora gli hanno spedito in loco quella loro orribile vecchia tappa con la faccia storta, pagata per tenere calmini tutti, che ha minacciato: «Abbiamo cambiato idea. Voi badate a fare il grana, noi la grana, e buoni così. Good axè». Pure in questo editto la logica e il senso sono scarsini, ma chi s'azzarda a protestare contro un paese che guida così tanti bassi aerei cattivi e così tante basse vecchie cattive? Chiuso l'inciso.
In politica ci si è voluti diversificare, è stato posto un distinguo, come dicono gli intellettuali a pranzo. Per contraddire il concetto che là ove allignino ignoranza e miseria e disperazione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo là prospera il salvifico comunismo, qui, che tutti sono in pace con l’Universo e nulla si sognano di chiederGli, qui tutti sono comunisti marxisti capitalisti maturi, anche i metalmeccani di Maranello, orgogliosi fino alla spocchia della loro bravura nell’assemblare maserati ai padroni, anche i cessaioli di Sassuolo, fieri sino al tremolìo del mento della loro professionalità nel cuocere china clay per i bagni dei padroni. Anche i mortadellari, che la realtà la concepiscono come il Pastone da cui tutti proveniamo, che tutti mangiamo e cui tutti ritorneremo, frequentano la stessa trincea: il Pasticcio lo confezionano e lo vendono, figurarsi se non sono ben felici di crederci, e viverci. Mortadella è Conseguenza.
Questo generale modo di rapportarsi alla realtà si riflette, fra l’altro, nella Problematica di Accoglimento del Diverso. Per esempio i negri, frotte, sono identici agli altri stranieri qui convenuti, lavorano, lavorano, lavorano e ovviamente non capiscono nulla di com’é messa la terra Promessa, non avendo, in questo senso, il Lavoro liberato mai l’intelletto di nessuno. Sono rispettati, qualcuno riesce a chiavare, e se sono schedati ai Sindacati, alla Camera del Lavoro, alla Camera di Commercio, all’Ispettorato del Lavoro ed in Questura sono pagati esattamente come i bianchi, e la sera, stracchi e basiti, possono benissimo andare a dormire sotto un ponte, liberamente scelto.
I primi ad arrivare i preti li accolsero con amore, santa pazienza e con un occhio attento a non infangarsi il ruolino agli occhi del Signore. Li fecero dormire in chiesa dietro l’altare, in sagrestia, nei campanili, nei seminari deserti, negli asili ragnatelosi, uomini di qua, donne di là, che ne so se siete sposati, non vi ho mica sposato  io, li sfamarono nei refettori, li rivestirono, li disinfettarono col Lysolo"! e con le buone parole: un anima è un anima, e non puoi mai escludere che ne siano in possesso anche gli animisti, che stupido errore sarebbe. Di tanta solerzia i Comunisti Capitalisti Comandanti vollero capire solo che se fate tutto voi a noi non rimane spazio d’intervento, sottraete Iniziativa, cos’avete in mente, cosa sperate di ottenere, sappiamo chi vi paga, e se la legarono al dito.
Esaurite stipate congestionate tutte le aree di parcheggio a disposizione, esaurite stipate congestionate le fabbriche dismesse, i maialifici bocciati dalla LIPU o incendiati per l’assicurazione, le cantine, i sottoscala e i solai delle affittacamere, a volte le stesse affittacamere, quelli che sono venuti dopo hanno dovuto rivolgersi alle ariose arcate sul Panaro e sul Samoggia, in questo senso rivelatisi fiumi ben più larghi dell’impiccatore Mississippi. Alcuni preti, cristianamente e cretinamente, si rivolsero alle Istituzioni Civili di Cesare, per spronarle e vedere se potevano concedere la carità di qualche Casa del Popolo eventualm. in esubero, ma erano aspettati al varco, e fu una gioia obiettar loro che col murodiberlinepocale le abbiamo dovute demolire quasi tutte, padre, e le ultime Ci servono per il Tressette Della Domenica e La Goriziana Quotidiana e il Ping Pong del Lavoratore, lo sport fa troppo bene alle giovani generazioni, padre, lo sa anche lei, vediamo di capirci. Ci pensi, una soluzione la trova, è così bravo lei. Padre.
Quaggiù pure lo sport, neanche a dirlo, è differente dal resto dello stivale. Negati coi piedi, squadre pietose, in genere blu e gialle, figurarsi, stufi di farsi prendere a sberle dallo squadrone della capitale hanno deciso con facile transfert di darsi anima e insaccati alla palla presa a sberle. E ci riescono benino. A Modna, però, stare attenti. Qui niente. Gioco fermo. Qui si fa vruum.
La mortadella, santa patrona ed argomento di conversazione inesauribile, che va perciò ripreso, è - ben prima della Ghirlandina, torretta cretina tirata su ad imitazione di quelle di Bulagna, che nemmeno la vedono - il mistico simbolo fallico di queste terre (oltre che caricatura e programma segreto di noti asini politici). Un proverbio locale non a caso ammonisce: «Gallina vecchia ci lassia il zampetto, tio bo'». Nelle Ferrari Rosse al posto degli Arbres Magiques vengono appese mortadelline in miniatura, vere ma in scala 1:48, con lo stesso identico odore di pepino e schifo maciullato, e valga questo semplice dato a definire compiutamente l'anima del comprensorio.

Chi

Quinto e ultimo figlio della famiglia Barozzi, Vanes ha due fratelli grandi (Vùppel e Nerio) e due grandi sorelle (Luana e Katia).
Il pool vive in un condominio a schiera di eternit, adesso, circondato da una fabbrica di piastrelle e da una porcilaia, ma allora, allora facevano i fenomeni in una grande casa colonica alle porte del villaggio. L’odore salubre della campagna, ormai cancellato da ciminiere e deiezioni suine, ha smesso da tempo di infastidire i Barozzi, precisamente da quando il boom economico degli anni Sessanta scoreggiò nell’aia un giacimento di metano di primario interesse nazionale. Il vecchio Widmer, con cinque bocche fameliche a pigolargli sulle balle, non ebbe certo scrupoli ed alienò il suo gas in pro d'una nota multinazionale, avvelenatora ed assassina come le altre, ma con pedegree a sei gambe italiane, ancorché zigzaganti. Ancor oggi, quando nei moscosi pomeriggi d'estate risogna quegli anni tumultuosi di progresso, l'Antico urla nel sonno «DOVE DEVO FIRMARE?», e traccia ghirigori e X sul plaid. La saliva che ruscella dalle mascelle divorziate è ad un tempo acquolina, anzianità e vecchiaia, ma anche ricordo del furbesco inchiostro con cui s'affrancò dalla gleba e s'affidò alla multinaz.
Che poi però impugnò il contratto, in lunghi mesi di lotta e avvocati bravissimi gli fottette tutto, tutto, casona compresa, lo deportò dov'è assopito ora e lo costrinse ad impiegarsi nel tabacchificio dei Monopoli di Stato, che si presero quel po' d’operosa maturità che ancora aveva in corpo. Più un polmone.
Privo di ambizioni, Vanes non ha sofferto - come invece i suoi fratelli e sorelle - di particolari angosce produttive.
Non ha aperto un’officina meccanica come Vùppel, divenuto richiestissimo chirurgo di blocchi motore, dalle unghie nere e sante. Lui non sa nulla di bulloni ("Non sono dei grossi rompicaz con delle grandi arie?”.), brugole ("Un po' amare, ma ottime nell’insalè"), o mandrini ("Da grande chiaverò come un mandrino"), perciò le sue unghie sono rosee e santissime, e al completo.
Non ha manifestato ansie imprenditoriali come Nerio che, cercando di imitare la carriera del babbo, s'è messo di giorno a vendere stecche di sigarette allungate coi sassi alla stazione di Modena, e di notte stecchette di fumo allungato con l'henné dietro la stazione di Modena. Vanes non fuma, perciò non sa nulla di monopoli di stato, contrabbandi, finanzieri allertati, pacchi notturni, viaggiatori imbestialiti e scaracchi mattutini. Mica problema shuo, mica.
Le sorelle, donne in carriera, lo hanno surclassato.
La maggiore, Luana, ha aperto un salone di parrucchiera ed eshtetishta, e nessuno al mondo ne sa più di lei sui peli umani delle donne e sulla follia dell'uomo. In banca ha tirato su i miei bei accantonamenti, e anche piuttosto in fretta: ogni due mesi passa da lei un emissario di Dubai, sottile moro e distinto, che consegna un pacco inverosimile di dollari in cambio dei pacchetti di riccioli biondi e pubici che Luana s'è ben guardata dal buttar via. "Shì, tappeti da preghiera. Perché, credavate che usavano ancora la lana? Nel 2000?”.. E se non sono gli sceicchi del 2000, allora sono i re delle armi, su a Brescia, che danno in smanie e perdono le ciocche ogni volta che il governo minaccia di statalizzargli le triangolazioni. Alle prime sfoltite vogliono subito il tupè, o l'impianto all'uncinetto. "Maschi. In un modo o in un altro, sempre la figa in testa" dice Luana, come se questo potesse spiegare qualcosa, e intanto mette da parte croccanti mélange di peli rossi, peli castani e peli ascellari, che sull'Espresso hanno scoperto che quest’estate sarà il must, su a Cortina.
Katia invece, animella inquieta, la ribellina del babbo le diceva Senior in anni non sospetti, ha smesso di studiare presto, ma nessuno l'ha sgridata tanto sei una donna. Fa un lavoro dal nome estero: quando torna a casa in tailleur rosso fasciatissimo e tacchi dorati sostiene di essere un’hostesh, e giù grandi giurin giuretta ad indici incrociati e baciati. Le hanno creduto subito all'inizio, senza difficoltà, e si chiedono incuriositi, vabbè, vagamente incuriositi, perché insista tanto coi giuringiuretta ogni volta, che bisogno c'è, ribellina. I suoi, in famiglia, gente terra terra, alla mano, senza grilli, pensano che lavori sugli aerei, in cielo. Gli steward degli aerei in cielo pensano sovente ai suoi lavorini di mano, familiarissimi, e non vedono l'ora di tornare a terra, a sgrillettarla.
Anche Katia guadagna molto bene, ma in casa non scuce un soldo. Come potrebbe? Cuore generoso, i nove decimi dei suoi introiti li cede al fidanzato calabrese, ogni mattina pomeriggio e sera. "Maschi calabresi", dice Katia, azzittendosi subito, ma questo già spiega moltissimo, specie i lividi sotto il fard.
«Beata te, che vedil mondo!», le dice sempre babbo Widmer, all'uscita dai sogni.
Vanes, invece, sembra ed è uno zero rotondo. Sin dalle elementari, quando i compagni adoravano storpiargli il nome (Vesnel, Venus, Vroccmèll, Vupps, Vasum, Zerospacché), ha sempre dimostrato apatia nel reagire e nel prendere posizione. Nel pensare, insomma.
Questa piattezza interiore oltre che nei rapporti sociali si è riflessa vigorosamente anche sulle performàns scolastiche. Alla terza bocciatura consecutiva Barozzi Senior ha sentito che era meglio imbucarlo nella piastrelleria sotto casa, dove peraltro lo hanno accolto a braccia aperte: quattordici anni è l'età più adatta per domare arti scollegati dalla centralina e al contempo incamerare le mille agevolazioni fiscali collegate alla qualifica d’Apprendista. Muscoli in crescita, cervello in cantina e tasse minime. E' questo il vero «Triangolo d’Oro», questo qui in Padania, già allora. Altro che trafficanti birmani con le loro strane polveri. Puttanate. Americanate. Cinema. Chiuso l'inciso.
In fabbrica Vanes ha presto intrecciato rapporti di solidarietà con Ambiente Di Lavoro Giovane e Stimolante: si è fatto benvolere dai macchinari, che non gli hanno richiesto la solita Offa del Novizio (due/tre falangi arto sup. dx), si è iscritto al Sindaché, che gli ha chiesto l'Opa Rossa (quinto dello stipendio al netto delle ritenute di legge, e se non ti sta più bene scrivici), ha assunto una coscienza di classe ed è arrivato persino a credere che, se continuerà a lavorare come un mulo, prima o poi qualcuno lo fornirà di titolo nobiliare. Chi l'ha convinto dicendosene convintissimo è stato Finzi Venerio, che si sta procurando la necessaria asbestosi giù alle marcite di porcellana. Vanes vorrebbe essere Conte, ma anche Marchese non gli suonerebbe male. Mercedes sarebbe poi il massimo dei sette massimi, e Ferrarista Ufficiale, Con Mortadellino E Insalata Impellicciata e Nuda Sotto, il Max dei diecimila Max, però capta oscuramente d’essere ancora troppo giovane per un tal livello d’ambizione, meglio volare bassi, almeno nei primi tempi. Il che sa un po' di sbruffonaggine: non ha mai volato ad altre quote.
Le mansioni di Vanes all’interno dell’Unità Produttiva sono le segg.: con un tenaglione intercettare sul nastro trasportatore la masserella di gres grezzo e rovente che in un baccano d'inferno arriva a 45 km l’ora; infilarla al volo sotto la sbozzatrice; girarsi al volo verso la successiva senza ferire il collega di fianco, che non prova pari scrupolo nei confronti di ‘sto bimbo scemo; cercare di non farsi sbozzare le mani; cercare di non farsi sbozzare dal capo mentre a 450 l’ora si fa sei pippe al volo nella tualè delle operaie; cercare a tutti i costi di farsi beccare dalle operaie; infine, con un pennarello rosso, circondare di frecce, circoli, punti esclamativi e sottolineature triple i sospironi con cui glassa sul retro le porte della tualè. A seguire la firma(VANES(, ed il telefono di casa, e l’indirizzo, con allegata una piantina della città graffita a biro, in cui non si capisce niente perché un’enorme X ( IO, VANES ! ) sormonta e cancella tutte le strade d’accesso.
Sul finire del primo anno s’insinua in lui il sospetto che le operaie non sappiano leggere, e quadruplica la lena, ma al termine del biennio raggiunge l'amara certezza.
Vanes impiega una notevole percentuale della busta paga in attrezzature assortite da bicicletta, per lo sfoggio nelle intruppate della domenica sportiva (maglia rosa a piselli bianchi Bellei Mortadelle, occhiali versicolori parabolici con stanghette a zigzag; casco viola a mandorla; scarpette gialle fosforescenti con talloni catarrofrangenti per pavoneggiarsi con chi vien da dietro; borraccia verde smeraldo da due litri, sempre piena d’acquoso Gatorade ai sali rimpiazzanti, che non beve perché costa l'ira del tio bo'; bici californiana gialla ai supertubi cadmiotungstenici, cambio sciamano, o un nome così. In quanto campagnolo, va pazzo per le cose esotiche).
Quel che non gli succhiano il Sindaché e la bici glielo succhiano le balere, in un forsennato alternarsi tra il Kiwi di Piumazzo, il Shavuarfèr di Carpi e La Cavalla Rossa di Pavullo. Vanes è, infatti, un campioncino circondariale di polke, mazurche e ciaciacià, ma irrefrenabile sta prendendo anche lezioni di scialscia e meringhe, la modernità ce l'ha nel sangue e nessuna sbozzatrice gliela mozzerà mai.
Il poco che gli resta lo investe oculatamente nel nido di provenienza, dal quale, se fosse per lui, mai spiccherebbe il volo, passerotto implume che è: mobiletti e soprammobiletti in plastica ultimo '900, sottobicchieri in truciolato laccato, colombe segnatempo di San Marino, rosa o azzurre a seconda di come tiri il culo al suddetto tempo; quadri raffiguranti scene di caccia - il setter col fagiano in bocca. Un colpo gobbo di cui va fierissimo è un autentico "Setter con Fagiano in Bocca", tormentato acrilico su masonite firmato Zanni Ottavino 89 fece, acquisito nel corso d’una primaria asta per crucchi, a Milano Marittima un'estate. Vi era entrato a curiosare con Finzi Venerio e sig.raaaatciùm, che starnutendo cretina proprio quando il banditore stava per battere "...eeeeeeeeTTR-", s'era stretta al marito e aveva indicato Vanes. Quattrocentoquindicimila, e commissioni d’asta.
Siccome poi il suo spirito è vasto, ecco collezioni di bottigline di liquore; libri con le sovrimpressioni in oro pressoché zecchino, mai aperti; un’autentica gondola veneziana con le lucette dentro - da accendere a Natale; un carrettino siciliano carico di Fruttini di Sicilia che proibisce a tutti di mangiare, meno che alle tarme; un mobiletto pavimento-soffitto in truciolato che lui chiama “la mia armeria”, contenente l’attrezzatura da caccia ma anche la sua cerbottana preferita di quando bambino sparava frecce rinforzate col vinavil in faccia alle beghine all’entrata e all’uscita da messa, una scacciacani da sempre usata col medesimo scopo, una fionda coi quadriletti corrosi, una volta terrore delle, appunto, beghine, e una mini balestra di Gubbio che non ha mai prestato servizio in funzione anti-vecchia perché finta, ma quanto ci pianse il bimbo Vanes quando se ne accorse; occhiali a raggi X per spiare attraverso i vestiti delle compagne operaie, però poi le rivelazioni l'hanno spaventato e li ha lasciati a casa; un bandierone rosso con la faccia di Villeneuve Padre, buona per Imola e per gli scioperi; vasta distesa di sorpresine Kinder (quindici volte lo stesso nanetto del bosco che mangia l'uva); l’attrezzatura bresciana da caccia di cui si diceva, per sfracellare qualche passero le domeniche che non va in bicicletta; camicie multicolori a fiori e cravatte con Topolini, per sfracellare le passere dietro il dancing dopo i dancing; un lampioncino ottagonale a pagoda + frappine rosse + nappine parimenti rosse tipo Taiwan, appeso in posizione prioritaria nel salotto da ricevere, per impressionare gli amici con l'eclettica sicurezza delle scelte mentre sorbettano il suo estatè da squisitissime tazzinine dotate di fischio, vendutegli in abbinamento col lampioncino. Quando il liquido è esaurito, a farne le veci sono vermuttini di tutte le più premiate ditte, e vodchine al limone (ma non quelle della collezioncina, guai ve’). L'importante è che le tazzinine shiano shempre piene e che fischino bene, con quello che ha dovuto sborsare.
Ah, e poi c'è la gruccia elettrica stirapantaloni, che fa andare tutto il giorno anche quando è vuota. E un portascarpe in plastica a fiori con avvolgibile, che ha ridato tono al lùk del bagno. La mamma gli piaceva nella reclame su una rivista, lui contento glielo ha regalè.
Vanes, dunque, oltre che un lavoratore e uno sportivo, è un bravo ragazzo e una personcina di gusto, che incrementa e integra il pane quotidiano, contribuisce non senza stile all’arredo-casa e innalza di qualche tot le aspettative di vita del proprio nucleo abitativo, qualsiasi cosa ciò significhi.
Un figlio che ogni mamma sassuolese vorrebbe avere, meno la sua, che lo vorrebbe un po' più scattante, meno attento ai portascarpe a fiori, meno - meno gnocco.
E qui s'arriva al punto.
Ad onta della sua assidua frequentazione di balere, il giovane operaio non riesce ad avere un rapporto approfondito con lo sdraiabil sesso. La mamma lo vuole meno gnocco, lui per se' reclama molta gnocca. Lo specchio del bagno lo sa bene, se lo sarà sentito ordinare un miliardo di volte, uffi, ma più che appannarsi quando Vanes ansima forte non può fare.
Non che il ragazzo sia particolarmente brutto: a prescindere dalla scarsa igiene timpanica e unghiale, dalla facciazza larga e dall’alito al salame, si può affermare che raggiunge una bruttezza media. Il problema è che non potrà mai andare oltre l’inchino e il «Mi chiamo Barozzi Vanes. Balla, sgnuréina?». Non arriverà al folto, non riuscirà mai a impastare naticone nel cockpit della berlinetta padronale: non ha né l’età né i soldi per La Rossa, unica chiave per aprire rosse, brune, bionde o viventi.
Lo sa?
Non lo sa?
Non si sa.
Di fatto, e allo stato, l’accento, il lavoro, i brufoli, le camicie e i fiori troppo proletari lo tagliano razzialmente fuori dall’élite locale, quella dei padroncini, dotati dello stesso accento, dello stesso stile e delle stesse manocce grosse, con le quali però artigliano la cloche dell'F 50, stritolano le cosce di mortadelle bionde che cambiano spesso, s’abbottonano camicie di un solo colore e s’annodano cravatte come dio (Vandelli Punto Moda) comanda. Sono particolari minuscoli ma decisivi, che sanciscono l’invalicabilità delle frontiere di casta, e chi ha da obiettare, o addirittura proporre soluzioni, non ha capito nulla della realtà.
Pur circondato da una vita intensa e ricca di stimoli culturali, dunque, Vanes ha un’adolescenza irrisolta.
A volte accade, nella terra dei cavalli neri in campo giallo.


Come e perché

La Fabbrica non è solo il sito in cui l’Uomo in Blu si realizza, dà da mangiare al sindacato e becca lo stipendio, quando lo becca.
È anche un ricettacolo di caratteri diversi, di etnie multicolori e multiodori, portatrici di vizi, cassa di risonanza di troppe influenze, non sempre produttive e utili per il progresso della società e per la Pace Sociale tra i Popoli.
La Fabbrica, e sarebbe bene che uno di 'sti giorni qualcuno lo scrivesse, forte e chiaro, è un merdaio.
È nel piastrellificio che verso i diciott’anni Vanes conosce Luppi Mirko, ufficialmente addetto alla lucidatura. E' a tutti gli effetti la pecora nera dell’Azienda, del Mondo del Lavoro, dell’Unità Sindacale e dell’Antidroga: ha l’orribile, irriguardosa abitudine di incrementarsi il salario con traffici sotterranei di pani di fumo, buste d’eroina e, nei uichénd, scatoloni di exstasy, voce primaria del suo PIL. (La busta paga è per le sigarette). Il vespasiano della fabbrica è ufficio relazioni col pubblico, reparto vendite, amministrazione, sala degustazione e magazzino. L'ufficio reclami è sotto forma di manganello. Là nei cessi, soprattutto il venerdì sera, si fatturano cifre da debito estero di paese messicano.
Una vera mela marcia. Un melone. Marcione.
Presentatogli per errore incoscienza e idiozia dal collega Venerio, Mirko più che il pusher di fiducia di Vanes diventa in pochissime compresse l'orsetto del cuore, quello sulla cui spalla poggiare la fronte nei momenti di sconforto e piangere le proprie frustrazioni (sempre a sfondo sessual-porno).
«Tìo bò, Venerio, al Shavuarfèr ieri c’era una bionda da sbattere la testa shotto la verniciatrice, presente? Gliò chiesto she poteva prestarmi un po' la lingua, ha detto vediamo, ma dopun paio ed polche è shalita shun Ferrari e shé n’andata. Cam pozz’al fiè?», e giù una fiatata in faccia all’amico, per vedere se è quello il problema.
Mirko, appannato, smette un secondo di dividere in covoni il raccolto di biglietti da cento, buoni pasto e assegni falciati in giornata, e lo conforta con dolci pacchette sulla schiena: «Maddai, cheddici, sai di bimbo. Cosa fai, dai retta alle stronze? Vaanes. Vaaaanes...».
E Vanes gli crede con tutta l’anima, ma rimane ugualm. ripieno di insicurezze e digiuno. Più tortello che torello.
Nel corso di sei mesi, auspice e patrocinatore Mirko, passa dalla prima canna, fumata tra rantoli vomiti e tossi nel parcheggio di un cinema in compagnia di amici dubbi, a sinfonie di pere nei cessi dei cinema, dei bar e di casa sua, non negandosi però ginnici sballi a base di exstasy nei dancing.
Vanes, in effetti, è il primo, l’unico che riesca a coniugare chimica e polche, in un originale mix personal-regionale: solitamente le pasticche nel Mondo Ragazzo si accompagnano alla techno e alla trance, ma lui riesce a lanciare una nuova moda, come dire, un nuovo ritmo. Ritmo di vita, tio bo'.
Si può dire dunque, senza tema di cadere in cliché giornalistici tipici di chi non sa scrivere, che il giovane entra nel turbine della droga.
Però c'è un però.
In vetta ai cubi dei baladùr, la migliore follia e l’aggiornata varietà nelle movenze consentitegli dai nuovi additivi non consentono ancora al drughè di farsi notare dal pool delle sgnurèine. Anche perché sui cubi i maestri di sala non ce lo vogliono, e spediscono dei tizi grossissimi a tirarlo giù al volo.
Agli inizi delle sue fresche golosità sperava un casino di acquisire visibilità e carisma, specie quando irrompeva nei locali con steringhe già pronte che, ad ago in su e con la goccia, facevano audace capolino dal tascone del camicino a fioroni: " Se mi faccio vedere che mi faccio poi me le faccio". Questo l'assioma vanesio di Vanes, ma delle sue steringhe le stupide non sapevano che farsene, o non volevano avere a che farci. Voltavano sussiegose la faccia, e il radar dei loro musi scandagliava con alterigia la sala, in cerca di ferraristi affidabili. Sgnurèine. Contadine. Troie.
Questo agli inizi.
Poi è andata sempre peggio.
Verticalissimo peggio.
Non è sfrittato ancora col classico SPLAT! perché in genere questi pozzi sono lunghi da percorrere (sììì, ok, non lunghissimi, sappiamo), e perché nella cattiva sorte droghereccia è riuscito a mantenere un certo stile: tanto per cominciare ogni pera la sua aspirina, poi in famiglia giustifica le valvole viola dei gomiti, dei polsi e delle caviglie come un fungo della pelle tipico dei piastrellai, e anzi chiede se qualcuno ha visto per caso la sua pomata o conosce qualche avvocato del sindacato per denunciare la ditta. Alla catena e nei bagni produce col solito vigore (lo sballo lo attende dopo la sirena, per cui la notte di sonno lo aiuta a recuperare), e non rivela il proprio pesante segreto se non ai compagni di fattanza, che non gliene frega niente, hanno i loro, pesantissimi.
Vanes, quindi, segue l'iter classico della sua epoca e della sua regione. Fabbrica, droga & ciaciacià.
A differenza di tanti coattanei però un bel giorno ha un’esperienza del tio bo', che gli cambia irreversibilmente la vita. Forse in meglio.
Nel corso di un rave in un piastrellificio abbandonato, dopo un paio d'exstasy e un paio di mila birre, Vanes incontra, anzi, ri-incontra Giovannino, suo indimenticabile e dimenticato compagno d’infanzia. Decine di partite a Subbuteo e Risiko, scambi combattutissimi di calciatori Panini, gnocco fritto con mortadella a ungere sussidiari mai aperti, giochi della bottiglia con Maria la Matta, la scompensata di quartiere, pippe in cantina leggendo Zora, Maghella e le mutande scippate alla Matta, furti dalla cassetta delle offerte in parrocchia. Un’intera rigogliosa giovinezza passata insieme, un'amicizia cementata dalla gozzoviglia e dalla deboscia pugnettara.
I rispettivi genitori li sconsigliavano di perdere tempo con le cose invisibili, ma la parrocchia era l’unico posto, oltre la scuola, in cui vedersi, divertirsi, progettare con audacia e lungimiranza il comune futuro di astronauti alla Ferrari. Allo scoccare di una leggendaria primavera, garrula di mandorli, rondini e scoccianti campane, i piccoli Vanes e Giovannino ebbero la ventura di sostituire i due chierichetti ufficiali, a letto perché non si sa come erano rovinosamente caduti tutti e due dalla bici lo stesso giorno, lo stesso quarto d’ora, ed entrarono nel giro delle benedizioni pasquali. È noto come questa sia una missione molto ambita dai ragazzini. Li attendono, in teoria, laute mance: biscotti, chiccamelle a chili, baci dalle mamme degli altri, mai da scartare a priori. E soldini, quelli soprattutto da non scartare a priori.
Si misero quindi addosso la tovaglia bucherellata d’ordinanza e presero ad accompagnare don Gino Ghirlanda nel giro dei quartieri, sforzandosi di non ridacchiare troppo e di non far spegnere l'incenso. Riuscivano a mantenerlo sempre divotamente incandescente: sei o sette passi dietro il vecchio pinguino, erano divenuti provetti nel roteare velocissimi il turibolo finché accelerando accelerando le catenelle non emettevano un lugubre zuuuuuuu. "Gezùùùùùùùùùù", faceva Giovannino, e a Vanes venivano stranguglioni e lacrimoni. Don Gino taceva, e leggeva le sue scemenze.
Molte signore, dopo l'aspersione docciativo-liberatoria e l’amen, sulla soglia di casa erano solite consegnare al prete le offerte per la chiesa e, a parte, quelle per i chierichetti: una mancetta in soldini, qualche dolciume. Scarse a bacini, in genere, specie le più mammellute, le migliori.
Non appena fuori dell’appartamento esorcizzato, però, don Gino s’intascava tutte le offerte in denaro, lasciando ai ragazzi solo caramelle e cioccolatini, esclusi i Gianduiotti, che s’infilava direttamente in gola. Va detto, ad onore dello schifoso, che a qualcuno la stagnola la cavava, e ancora scivolosa di saliva marrone la regalava ai due bimbi: "Per la vostra collezione. O per proteggervi le dita dalle catenelle. Dite Ave Maria". Poi, compiaciuto e frastornato dalla propria generosità, «Questi soldini sono invece per la Chiesa, per il giro dei buoni, per l'africano che soffre...», si sforzava di illustrare con alito cioccolatoso, battendosi la tascona nera e sferragliante di bottino.
Vanes e Giovannino erano troppo ben educati, timidi e timorosi di Dio (e delle nocche del vecchiaccio) per pensare anche solo «?», ma quelli, per loro, erano soldoni, non soldini.
E si svegliarono. Da quel giorno nessuno dei due andò più in chiesa. Da Grandi sarebbero diventati Grandi Bestemmiatori, si giurarono con solenni giurin giuretta. E mantennero.
Tiiiiiiio bò, se mantennero.
Chiuso l'inciso.
Giovannino è appena tornato dal Mexxico, dove ha vissuto d’espedienti per sei mesi, ed ha assunto il nuovo nome di Juan, integrato dal soprannome El Duende. Se lo chiami Zvanén s’incazza.
Oltre ad una fidanzata chicana super unta con comedoni, senza collo e con sterno carenato, ai comedoni, Juan ha portato a casa un'aggiornatissima aria desperada internacionàl (sandali Bata, pantaloni e camicia guatemaltechi, spietata spettinatura rastafari, marasma facciale di tatuaggi, chiodi, aghi), EEEED anche uno zainetto di hongos: funghi magici, direttamente da San José del Pacifico, Oaxaca, ancora caldi del sol di laggiù.
«Li ho fregati ad una curandera cieca di novantanove anni, Vanes, e ti sballano alla supergranda, Vanes”.
«Come shiniettano», shibila Vanes, operativo.
«Non s’iniettano, sfighè, li devi mangiare così come sono. Gli togli le croste di terra e te li fai con qualcosa di muy dulce perché hanno un sapore amaro schifo, pero occhio alla quantità, sfighè. Soprattutto con quelli grandi, che sono i mas potenti: prendine un pezzetto per volta, con juicio, altrimenti ti scoppia il cervello e diventi cieco tu tambien. Forza, tieni, eso es por ti, amigo, sfighè», e gliene smolla uno bello enorme. Il colore e le dimensioni ricordano a Vanes gli stronzi dei dobermann del piastrellificio, e spera subito di diventare cattivo altrettanto. Odora il regalo, a cercar conferma.
Sono molte le cose che Vanes non sa di questo universo, moltissime.
La serata prosegue, e ritornano al galoppo i tempi dei cento Bettega per un Causio, dei sibili del gezùùùù, dell’odio per i preti, del senso di potere per il possesso della Jacuzia o del salvaslip sottratto alla Matta, che li rincorreva ululando per ore e smetteva solo quando s'accorgeva che in fuga se l'erano spartito e divorato. Rimpinzato da quest'ultimo ricordo, Juan ancora sghignazzante se ne va con la fidanzata senza collo, si suppone a rifarlo con lei, ma tutto da solo, senza correre e senza dover dividere alcunché.
Vanes è ipersudigiri. Invidia ad arterie ingorgate il sudamericano, impossibile non desiderare di sprangarlo e occuparne il posto, ma in realtà non vede l’ora di provare il fungone.
Anzi sai checcè, me lo faccio adessho. Kazzaspetto?
Gli sporchi drogati hanno di queste priorità.
Corre nei bagni dismessissimi del piastrellificio dismesso.
Essendo guerrigliero che non s'arresta di fronte ai rigidi, stupidi limiti imposti dalla società, dalla convenienza e dalla logica, e ragazzino orgogliosissimo della propria impermeabilità a qualsiasi forma di prudenza, e del fatto che non si è mai incollassato, ingurgita il regalo tutto d’un botto (è sabato sera, e domani non deve lavorare), sfanculando i consigli dell’amico. Non gli sono mai piaciuti i consigli. Non gli sono mai piaciuti gli amici. Quelli poi che gli invadevano regolarmente la Jacuzia e si pappavano ridendo i suoi carrarmatini gialli li ha sempre odiati. Quelli che gli dicono sfighè ogni tre secondi li odia ancora adesso. Non ha mai smesso. Perché smettere.
S'infila in gola la fatta canina come un mangiatore di spade, intero, senza star lì a separare la cappella dal gambo, o spazzolare terra e formichine secche. Saranno magiche pure loro, argomenta, tio bo'.
Un’Heineken doverosamente verde, birra designed apposta per i giovani, accompagna e mollifica la funzione. Scioglie terra, formiche, dubbi. Fortifica la voglia di revanche, anche se lui non la chiama così. Riesce solo a pensare: "Ti spacco il culo, infame. Me li ridai, i miei carrarmatini, vaccadio".
Gli effetti arrivano al galoppo.
L’ossidoriduzione n birre + (n acidi non smaltiti +1 hg hongo) + 1000 antipatie infantili ancora in circolo innesca un melt down lisergico, e il cervellino gli schizza secco in Cina, dove rimane a friggere sobbalzare e fumare per diecimila anni. Cervello laccato arancione, con poveri coolies che lo sfidano terrorizzati a forconate, squittendo da quelle scimmie che sono "Vatti via vatti via, diavolo bianco".
Dopo altri diecimila anni arrivano diecimila milioni di studenti in camicia bianca, che prima educano i contadini a non fare le solite cazzate che fanno i contadini in tempi di crisi, poi lo ficcano in una cassetta da frutta, e lo portano in corteo in una piazza smisurata, dov’è spalmato per terra nel giovanilistico e ribellistico tentativo di far slittare i cingoli dei carri armati gialli delle guardie gialle che stanno arrivando ridendo e cantando sceemi, sceemi. La manovra studentesca ovviamente fallisce, i carri armati gialli si scatenano, diecimila miliardi di guardie escono e portano via tutto, scemi, speranze, cadaveri spalmati, cervello laccato arrotolato in una stuoia che sa un po' di merda. Repulisti a Pechino, Pechino, Pechi
Con un palanchino molti infermieri del 118 strappano Vanes avvinghiato ad una tazza di cesso dismessa ma usatissima, mentre raglia caga sbava, minaccia il cielo e i suoi dei senza senso, fischia il valzer Geppino Primo e vomita boli nerastri in cui galleggiano formiche giganti. Appena gli infermieri zampettano inorriditi tra gli schizzi e arretrano, lui si riavvinghia.
E torna in piazza, ma non c'è più nessuno. Una studentessa, minuta, solitaria, leva i pugni al cielo e urla a ripetizione lontanissima "Riprovaci un po' budda del cazzo, riprovaci un po' budda del cazzo, rip ". Piove una pioggia beffarda.
Dopo aver gentilmente rifiutato l'aiuto di un giovane esorcista travestito da studentessa, intrufolatosi nel rave per debellare definitivam. il demonio modernista, ed acquisire utili punticini agli occhi del proprio Vescovo, gli infermieri riescono a staccare il paziente a suon di secchiate d’acqua gelata, come si fa dopo qualche mezz’ora coi dobermann dei piastrellifici, se hanno finito di sfogarsi sugli albanesi col vizio di scavalcare i muri di cinta.
Segue svenimento conclusivo.
Con flatulenza schioppettante.
Ricoverato d’urgenza, gli praticano una Lavanda Gastrica del numero Sette, nota nel giro come la Seven Uuorp. L’esofago restituisce liquami cangianti e minacciosi, pezzi neri di fungo che hanno già sviluppato braccine e gambine, due cartoncini fustellati, uno con la sagoma di Clark Kent che si sta spogliando per aiutare Lois, l’altro con Lois che si riveste un po’ sbilenca dopo che Clark ha finito di aiutarla, (“Bootleg!”. sostiene un giovane brillante diagnosta), linguette di lattina, un bignè mai digerito, alcuni decagrammi di carpenteria fine assortita, formiche centroamericane rare e persino un coleottero verde smeraldo incistatosi nel fungo e che fino all’ultimo aveva sperato di cavarsela, lo si evince da come si sta proteggendo ancora il culo morto con le elitre morte. Suscita interesse il reperto calcificato d’una ½ porzione di salvaslip di prima generazione, senza ali e con tracce conclamate di morsicature infantili.
Il ricovero, oltre ad offrire spunto e materiali per un articolo di Cucina Italiana sulle insospettate possibilità dell’apparato digerente umano giovanile moderno, suscita anche enorme scandalo nell’ambiente sociale dell’hinterland lavorativo shassuolese.
Sul ragazzo shabbatte l'uraghéno.
Finito in prima pagina sul Resto del Calzino, autorevole bollettino di necrologi regionale, Vanes perde all'istante il posto di rilievo nel miliè piastrellaro conquistato con tanti sacrifici. In fabbrica i compagni di lavoro, cioè poi i Compagni, non gli rivolgono la parola, in mensa gli portano via il purè di cui va pazzo, e a gara timbrano sempre prima di lui, per farlo figurare abitualmente in ritardo. Fannullone e drogato. E' così che i comunisti eliminano la concorrenza, quando sono a corto di pubblici ministeri.
Persino Mirko, l’affezionato conditore/ascoltatore, gli sottrae credito e spalla, anzi è il primo in assoluto: la pessima luce che quel cretino ha buttato sull’ambiente può influire negativamente sugli affari. Non è da escludere che alla fine si facciano vive pattuglie di Carabinieri, Polizia, Fiamme Gialle, o ronde interne dei Sindacati. Questi ultimi soprattutto saranno i più testardi nel cercare di capire come sia stato possibile che in fabbrica venissero tollerate iniziative personali e non concordate al tavolo della concertazione. Cerca un po’ tu di discutere coi loro corti argomenti ed i loro corti tubi di piombo, se sei capace.
Brrrrr. Alla larga.
Alla prima occasione, il management del piastrellificio lo licenzia per giusta causa. Dalla filiera l’hanno cautelativamente spostato al Magazzeno Spedizioni, ove ancora imbananato duro, e scosso per le conseguenze della propria condotta, Vanes con una retromarcia pietosa ha fatto ribaltare un muletto forcuto ("Caaaaazzo, contadini cinesi anche qui") sbriciolando sette pallet di piastrelle, e ciò non può, non deve essere tollerato in un’Azienda tanto ben inserita e proiettata verso il Mercato Globale. E se poi gli Emiri vengono a saperlo?
 Brrrr. Alla larga.
Ovviamente Le Parti Sociali, di cui era uno dei principali foraggiatori, lo crocifiggono: Vanes è diventato la vergogna dei Lavoratori, il cattivo esempio, il momento fuorviante, l'avventurista che rifiuta l'ostia salvifica che la coop sei tu, chi può darti di più, e che anzi tende ad avvelenarla, cane ingrato che non è altro, con tutto quello che abbiamo fatto per lui. Re-revansista. Bordighista. Bulagnese. Drughè. E presto produrremo i riscontri ché shul libro paga dla McLaren e dla Merdeces, è già tutto in Procura. Drughè. Per settimane il suo faccione vizioso, con sotto scritto «DRUGHÈ !!!», campeggia sugli organi ufficiali e nei volantini ufficiali, distribuiti durante tempestosi attivi di fabbrica in cui è tutto un urlare al linciaggio, stacchiamogli la testa, bolliamola, ci ha scavalcati a sinistra.
A casa la situazione è anche peggiore. Vero che suo padre gli ha tolto il saluto già da mesi, al primo tatuaggio, e che alla notizia del ricovero l'ha fatto depennare dallo stato di famiglia ma ora, saputo del licenziamento, a tavola gli notifica l'ultimatus:
«Non sei più figlio mio. Non sei più degno del nome che porti. Hai tre giorni per sgomberare», e si fa vedere mentre cerca aria in giro a gran sorsate, menomato dallo sdegno, dal deficitario apporto polmonare e dalla stupefacente scoperta che suo fi- quel Vanes è cento volte più pazzo di quel caveva sempre creduto.
La madre trattiene le lacrime: ne avrebbe voglina, ma non può lasciarsi andare a piangere adesso, deve rimanere sulla Linea di Comportamento Dettata Dal Marito. Le pigola solo il mento. Un primo momento solo il primo mento, poi in un secondo momento anche il secondo mento. Ma regge. La durezza delle cartolaie di Sassuolo. Leggendaria. I tedeschi in paranoia cercarono scampo verso Marzabotto.
Fratelli e sorelle si vergognano. Vanes li fa sfigurare davanti a clienti e amici, e anche loro gli cantano il motivetto imbestialito se ci arriva la Finanza se ci arriva la Finanza.
La decisione imposta dal Quadro Dirigente è approvata all’unanimità, vidimata, controfirmata dalla maggioranza (la minoranza era in bagno a forellarsi un richiamino di due linee), protocollata, passata in giudicato ed in archivio, trascritta in terza di copertina sulla Bibbia di Famiglia con penna d’oca e inchiostro di seppia asciugato con la cenere del loro dolore. Non contano i gustosi apporti stilistici che Vanes ha regalato alla famiglia, al salotto e al bagno. L’onore è l'onore, un Barozzi è un Barozzi, una testa di cazzo è una testa di cazzo. E le tazze dal fischio rimangono qui, non ci pensare nemmeno.
Drughè.

Con una liquidazione in tasca e un passato da cancellare, Vanes si chiede morbidamente se sia il caso di risorgere. Come quel tizio di Maranello, Buganelli Lazzaro, entrato negli annali dopo essere entrato ai duecentoventi all’ora con La Rossa in un baracchino di gelati, ed essere sopravvissuto grazie ai globi di stracciatella che gli avevano mantenuti freddi i lobi del cervello stracciato fino all’arrivo dei soccorsi.
Ma che fare?
La Ferrari non ce l'ha, la stracciatella non gli piace, Buganelli è rimasto paralizzato e cretino per sempre, il mondo della piastrella gli ha chiuso le serrande - una volta che sei licenziato da un’Unità Produttiva lo sei da tutte, cip cip cip tra padroncini. Di maestrini di polke e mazurche ce ne sono a pacchi e tutti a spasso, il comparto sta attraversando una delle sue crisi ricorrenti, e la carriera ciclistica, in teoria, dovrebbe essere preclusa a chi ha fatto uso di sostanze antifatica, antisportive e antidemocratiche. Tra l’altro la bici glie l’ha sequestrata Nerio, gli serve la notte per andare in stazione che ha delle situazioni e deve fare delle operazioni.
Ancora una volta è Juan El Duende ad iniettare idee fresche, linfa vitale e iniziativa in un essere abbandonato a se stesso, ai perigliosi cavalloni dell’ignoto futuro, ormai senza tetto né legge. Sarebbe anche senza figa, ma non l'ha mai avuta e non è questo il punto. O lo è?
«Vanes, ti avevo detto non tutto in una volta, ricordi? Te lo ricordi, Vanes, quanto ero stato preciso? Que cognio tienes en la cabeza, sfighè? Sabes, lo che pasa é che qui tu hai chiuso, non hai ninguna esperanza. Dammi retta, stavolta. Taglia la corda. Hai i soldi per farlo, sei maggiorenne, el echercito de mierda ti hanno scartato, cosa ci stai a fare achì. Adesso puoi allargare le tue porte della percezione. Migliorarsi, esta es la consignia. Cioè, no?, gente nuova, vedere paesi esotici, parlare lingue diverse dal sassuolese, cioè ripulire il tuo italiano da inflessioni dialettali, studiare, avere esperienze, cioè toccare finalmente un po’ di XXXX. Presente la XXXX, sfighè? Esa».
XXXX! La parola chiave. La fuga, genti e paesi, conoscere, sapere, capire, la cultura, le lingue: gàgges irrinunciabili e costruttivi, chi dice di no, ma assolutamente secondari a fronte del Valore Supremo, quelle quattro X pelose tanto agognate e mai odorate, se non sul tubo catodico e sulla letteratura di settore.
S'è fatto di tuuutto, ma non di crespe, scopre di botto.
Se!
Le!
Era!
Scordate!
Gran brutto flàs.
Pazzo. Stupido. Pazzo. Stupido. Stupido, stupido, stupido. Non sono così. Non sono così, non sono così e in lacrime inizia a tirar testate nel muro del salotto di Juan. Che dopo un po' lo prende per la collottola e lo chiude a chiave in bagno. Ha appena fatto rimbiancare, cristo.
"Ridammi la Jacuzia pezzo di merda" piange Vanes, e ricomincia a tirar testate contro la porta a vetri.
"Si dice Jacuzzi, sfighè, e non ti ridò un bel cazzo. L'ho vinta a poker, è mia. Puoi solo dormirci dentro finché ti passa, perciò vedi di fare in fretta. A differenza di te, io qualche volta mi lavo".
La rota di una settimana che si fa nella vasca è resa ancora più maligna e dolorosa dai bernoccoli, che non può appoggiare da nessuna parte e non lo fanno dormire, quasi più cattivi del fantasma di sua mamma giovane con un vestitino leggero leggero mille fiori che nell’aia tiene in braccio lui, studia lui piccolissimo per lunghi minuti, lo studia, lo fissa negli occhi, poi si divincola dalle sue braccine, lo appoggia giù nella polvere, si gira, s’allontana, sparisce nel sole, lo guarda, lo appoggia, si gira, sparisce, centocinquantamila volte lo guarda si gira sparisce sotto un sole tremendo che cuoce cuoce e cuoce, e lui ha sete, mamma bumba, mamma bumba bumba bumba bum bum bum bum bambum bumbum. E quindi, visto che non si riesce a dormire, va bene, ragioniamo un attimo su questa cosa qui, su come sono riuscito a ridurmi in ‘sta maniera, si sforza il contuso tra le lacrime, mentre tenta di bendarsi con la carta igienica e tener zitti i tamburi cardiaci.
È vero. Tio bo' shè vero. Segarsi alla tv fino alle tre di notte ha perso di fascino, finalm. se ne accorge, facilitato in questa scoperta dal fatto che non ha più né televisore né divano, e che al momento abita in una vasca non sua. Firmare autografi e disegnare mappe del tesoro nella tualè delle operaie non gli pare producente, adesso. Prima di tutto sono comuniste solo nel modo che gli conviene a loro, brutte deficienti, poi mi hanno sequestrato il pennarello, poi là dentro non mi ci fanno entrare nemmeno in fotocopia, e poi, e poi e poi sono io che là da loro non ci metto più piede, va mò là, neanche se mi telefonano di notte e mi chiedono per favore, senta Vanes, ci mette piede?
La fabbrica gli era venuta stretta ben prima del maremoto, in effetti, ma ora ne comprende il motivo. Solo ora, solo lì nella vasca indormibile, solo, incoronato di crespatina fine ai quattro veli, annodato nella carta vetrata del nienteroina, spillato da spilli e morsicato da rimorsi, visitato e abbandonato da giovani fantasmi, assetato di riscatto ma senza tazzine, assordato da acufemi ad un milione di hertz, Vanes può intravedere i limiti rappresentati non tanto dalla sopraggiunta scarsità di purè quanto dall’assoluta mancanza, durante le otto ore + straordinario, + resto della giornata, + resto della sua vita iniziale notti comprese, delle 4 X. Erano loro la mia missione, non i buchi nei gomiti, che cosa mè sucesso.
Detta tirando via, s’è fatto distrarre.
Per un po’ piange, circa un giorno. Poi smette.
«Sé, lè axè. Juan ha ragione. Quanto lo odio. Ha i miei carrarmatini gialli, ma ha ragione. Domani in banca ritiro tutto, vadin stazione e monto shul primo treno diretto oltre le Alpi el Manzanarre».
E così, tìo bò, fa.


QUA E LÀ

Parhì

Alpi? Manzanarre? Forte degli antichi consigli di nonna Venusta («Il francese somiglia al nostro dialetto. Per parlarlo basta calcare un po’ sulle erre e muoversi da busoni, e tutti ti capiranno»), e ignaro di qualsiasi lingua diversa dal shasshuolese (i disastri della riforma scolastica, su questo non ci sono dubbi), Vanes non può che scegliere una destinazione: Parigi, città d’ostriche, vino, quadri italiani rubati, bombe idrogene che ballano il tamurè e - ciò che più importa - jeunes filles. Juan è stato meticoloso nelle descrizioni di quel pianeta lontano, e l'ha messo sull'avviso che le poverette si radono le ascelle, ma Vanes gli ha riso in faccia e non gli ha creduto. Poi però ha visto una foto su Cento Cosine, e allora gli ha creduto. Si propone di ribaltare quest’insipida moda, e sa che ci riuscirà, deve riuscirci, non può vivere senza l'odore di operaia a fine turno, ma agli inizi converrà volare bassi. Sa d’esser giovane e di non poter colonizzare da subito quel grande paese. Non vuol farsi dare dello sbruffone già al primo minuto.
Scampato ai deragliamenti, ai calzini degli altri, ad un finanziere che prima l'obbliga a farsi sniffare i maròni da un cane lupo immenso poi gli chiede se abbia nulla da dichiarare, valuta? assegni? assegni familiari? Vanes passa la frontiera per la prima volta.
E' appena sceso alla Gara dei Leoni che già comincia a sentirsi diverso: nuove facce, nuovi suoni, nuovi aromi, nuovi tagli di cielo. Ve’, ve’ le nuvole che bianche che sono, e il blè, che blè. E le auto, che brutte. Una vita francese al massimo lo attende. Mi ci voleva, me la sono meritata, sto facendo la cosa giusta, mi amo, sono caldo.
E' estasiato, e ciò gli impedisce di uscire dalla stazione: per farlo avrebbe bisogno di spicciolame da dare in pasto ai cancelletti automatici, ma lo stupore pel nuovo mondo lo acceca, e passa e ripassa trenta volte davanti alla macchinetta cambia soldi, finché un avvocato senegalese dalla voce meravigliosa e con la camicia incomprensibilmente bianca non gli insegna a gesdi la brogedura. Il sollievo per la riuscita evasione gli fa dimenticare presto lo spavento causatogli dagli occhi arancioni del primo negro nella sua vita.
Arrivato in taxi a Pigalle - facendosi fregare un bel po’ di banconote dal marocchino con un garofanino sull’orecchio che nemmeno ha azionato il tassametro - segue i consigli di una guida «a luci rosse» divelta da In Giro Con Noi Ricchi, settimanale di Turismo Intelligente sottratto al bagno di Juan, e scende all’albergo La Negresse Blanche.
Occupata una stanzetta col soffitto in onduline, tappezzeria a fiori + ditate, una mortadella non modenese al posto del cuscino, nascosto il grosso dei soldi dove solo lui sa, e salutate con un espansivo bonzuar le due eteree ragazze mongoloidi della reception, esce immediatamente alla scoperta del mondo cugino.
Vagando per il Quartiere Latino si abbuffa di panini al kebab, dolcetti tunisini e lunghe sbarre di pane al patè di topo. Ma Vanes non è qui solo per riempirsi lo stomaco di montoni e ratti: è alla ricerca di un futuro, di una crescita interiore, di una rottura col passato, di Nuovi Valori. Va bene il cibo alieno ma, perfettamente conscio che le raccomandazioni di Juan sono oro colato, la lingua va imparata, altrimenti - - altrimenti rimarrà tagliato fuori da questa società così colta e viva, così scintillante e così variegata, così ricca di storia, fontane blu, centrali lucifere, fig fransé.
La prima giornata nella città più sic del mondo, dunque, la passa nelle bancarelle lungo la Senna, a comprare libri usati come al momento dei saluti gli ha ordinato di fare El Duende. Tutti i titoli e gli autori vanno bene, purché evochino sonorità raffinate e pregne di cultura e non superino i dieci franchi: Zola, Platini, Maupassant, Voltaren, La Fontana, Flòbert, Camuso, d'Imbalzac, Pompa Dur, Segàn, Celine, Aznavour, Valerie Vartan, Colette, Gabriel Pontellò, Ifix TcenTcen.
Carico come una carriola, non sazio si ferma di fronte ad un negozio di gadgets che vomita merci tra un cafè, una boulangerie e orde di turisti in braghini corti e sandali da trappista.
Lo ipnotizzano le cartoline, bellissime ed enormi. Non ne ha mai viste di simili. Non comprende perché dietro siano prive di colla, abbiano numeri assurdi e perché non ne vendano anche l’album raccoglitore, ma non può fare a meno di sceglierne una centocinquantasettina, una per ogni parente, compagno, lavoratore, padrone di fabbrica, operaia di tualè e amico-di-bicicletta, dimentico che l’intera lista gli ha tolto saluto, salario, sorrisi, carrarmati, bici e tazzine.
Le bancarelle di libri usati, i panini turchi e i tassametri difettosi gli hanno pressoché prosciugato il budget quotidiano, e dal momento che nessuno sembra guardarlo - dopo mezz’ora di tentennamenti, mani sudate, sbirciatine nervose con la coda dell’occhio - nasconde il paccone di cartoline tra i libri.
«C’est belle Paris, n’est pas?», gli sussurra un vietnamita, che lo prende per una manica e lo trascina verso il retrobottega.
«Eh? Xa dìt? An capèssun càz...», risponde Vanes, surprì e paonàz.
In realtà, all’interno del negozio, capisce alla granda ciò che gli dice il limone: è arrivato momento di fare conti, o pagare mie cartoline 1000 franchi o chiamare polizia. Quella vera. Quella che sbattere te in sciambr d'accusation, ti dare te un franco di botte e arruolare te a marciare sabbia nella Legione Strana a cantare tutti nudi UIIIII, JE REGREEEETTE TUS. Riempire queste mie mani di tuo mio denaro, diavolo bianco, ladro italiano, e andartene vattene di mia ditta premiata, o io chiamare polizia. Quella vera. Quella che sbattere te in sciambr d’accu
Vanes paga.
 Rossissimo, convinto che i quattrini da queste parti passino di mano un po’ troppo velocemente, rossissimissimo, vuole sgattaiolare in albergo a ripensare le sue politiche agli acquisti, ma sette metri dopo un algerino gli aggancia il gomito e a gesti lo convince ad entrare in una stanza buia e perfumè. All’entrata fa in tempo a scorgere la foto d'una bionda e un’orientale avvinghiate ad un boa, e la scritta fosforescente 
Femmes, femmes, femmes et Ginò, le boa fripon.
Très Grand. Très Long. Très Gros. Très Lourd.
Dal rosso vergogna trascolora nel bianco pugnetta.
Tre serpenti lunghi, grossi e lordi? E un Gino boia, fr - fripone?
Bianco pugnettissima.
Il ruffiano lo incastra nel divanetto odoroso di un séparé piuttosto strettino, e silenziose si materializzano dalle ombre malandrine due malandrine, molto scosciate, per niente strettine. Lo abbracciano contemporaneamente. Che mi abbiano scambiato per il boia fripone? Soprattutto, ho le mutande pulite?
«Bonzùr, Sgnurèines». Vanes è una persona ben educata, anche fuori dal suo habitat, che qui la nonna gli ha imparato si dice bidèt.
Riesce a scorgere i volti delle sue nuove amiche. Una è molto bionda con un rossetto molto nero, un mascara molto pesante e molte serie di rughe molto profonde. Sembra gli Incroci Obbligati, ma lui non si sente affatto obbligato a tirar fuori la matita. La matitina.
L’altra è una vietnamita, cent’anni per capello. Fiato pesante, probabile focolaio d’itterizia da carie, sguardo liquido e sorriso proibito, ai due metalli per lato.
Il desiderio di figa femminile non è illustrabile se non col doppio decimetro ma, capito dove si trova, una mungitoia per fessi, il panico lo assale: il portafogli è vuoto, i travellers’ e la carta di credito nascosti in albergo, la matitina rintanata nel piloro. Che fare?
«Vulevù un drink?», chiede sollecita la vecchia pagoda, e con la mano mima o lo svuotamento di bicchiere appannato, con le cose buone dentro, o una pompa, che Vanes ha letto che ti svuota e t'appanna ma ti fa sentire bene dentro. Quasi certamente le due cose insieme.
Il povero bambino ha i sudori freddi, non sa che cosa rispondere, s’aggrappa all’infinita classe che sempre l’ha sorretto nei momenti più bui:
«N-no, mershì, niet drink, voglio solo bere, zenkiù tiobò».
Le ragazze si guardano e ordinano champagne. Risposta Hé! Satta!
Un cameriere poggia sul tavolo un secchio con una bottiglia difficile da identificare, che all’assaggio rivelarsi essere l’identico cocktail poco riuscito di idrolitèn svané corretta alla cedrè che già alla Cavalla Rossa Vanes aveva imparato ad odiare. Gli altri marciavano a iperalcolici tripli, ma lui quello poteva permettersi, una e una sola volta.
«Allora, quando inizia lo spettacolo? Abbiamo pagato!».
Italiani dal tavolo accanto.
«Scusate, mi chiamo Barozzi Vanes, e shono italiano anca me, ciao. Che spettacolo state aspettando?».
«C’erano le foto all’entrata, non le ha viste? Giselle, Josephine e leur bête. Duo lesbo con serpe vivo. Spettacoli non-stop e non lubrificati, ci ha assicurato il negro fuori. Siamo qui da un’ora e né successun cazzo. Era meglio se rimanevamo a Macerata».
Vanes capisce che è giunta l’ora di andare.
Si alza, e il cameriere gli si para davanti.
«L’addition, Monsieur», e gli allunga un fogliettino rosa fustellato a cuore, arricchito in fondo da una bella fila di zeri, che in Francia si scrivono come in Italia mapperò valgono il triplo × cento.
«Non ho soldi. Pardon, pardon...», e sguscia tra le gambe del cameriere e le unghie viola delle compagne di cedrata. Pardon pardon, continua a gridare diretto all'uscita.
Uuuoosshhhh, grida un manganello diretto alla sua nuca, che, essendo piatta, ne risulta solo sfiorata.
«Italiens, toujours la même merde!», sente urlare.

Vanes passa nella capitale francese tre mesi intensissimi, trasformandosi camaleonticamàn in un vero boemiòn.
Non volendo discutere più con alcun manganello, compra solo vino caro e pasteggia esclusivamente a base di ostriche, aragoste del Mar del Nord al burro bretone, escargò ò veritabl deghelass, filè ò puàvr, tenuto per ultimo perché della mensa dei poveri ne ha avuto più che a basta.
Ogni tanto però, in down da ragù, consuma brevi, selvagge orge a base di maccheroni, lasagne e tortellini in un ristorante italiano di fiducia, La Bellà Riminì, scovato per puro caso mentre usciva dal ristorantino a lato, La Bellà Romanà.
Affitta un appartamentino, così decadente, così squisito, nei pressi di Les Halles: ancora più fiori sulla carta da parati, ancora più ditate, e più oscure. Due mortadelle come cuscini. Questo particolare, soprattutto, lo aiuta nei momenti di solitudine a lenire la nostalgia e l'odore dell'Arabo Pisciante che di notte vien su a visitarlo dalle tubature del lavandino accanto al letto.
Abusa volentieri di passeggiatrici, andandoci a conversare a Pigalle. Il dossiè del suo sverginamento, buffonata a base lenzuola fraintese e puttanina strangolata da risate, Vanes si é fatto giurin giuretta con gli indici incrociati di non aprirlo mai con nessuno, campasse cent'anni. Soprattutto gli bruciano i tremila franchi buttati per far ridere una scema.
Ad onta di questa fallimentare ouverture del prepuce, rottosi come succede tipicamente al ghiaccio dei timidi, in breve riesce ad organizzarsi con un paio di ragazze «fisse»: una negroia della Martinica, con labbroni violaciocca sopra e sotto e occhi neri in campo giallo, Vanes vi si specchia e gli risale la febbre imolese, e un bergamotto della Cocincina, con labbroni violaciocca sopra e sotto e occhi gialli in campo giallo, sequele di un’antica febbre gialla superata con difficoltà. Santo cielo quanto piace a Vanes l’esotico. Cioccolata e riso. "Mon Ciocorì", chioccia nei numeri a truà, anche se le piccole non capiscono. Però sono brave, produttive: ridono quando lui ride, ansimano quando lui ansima, lo frugano quando lui le fruga, gli frugano la stanza, ma solo quando lui è dan le cessén del pianerottolo. E non trovano nulla, mai, perché la salvezza Vanes se la porta dietro, cucita nel perizoma Ferrari. Essere novizi non comporta l’obbligo di diventare l’aneddoto preferito del primo Ciocorì che passa. Nessuna sporca truà mi può fregare.
Frequenta naturalmàn le sfilate di moda, quelle aperte ai contadini, per vedere au vif le donne di carta che sin dall’infanzia gli tappezzano il cervello. E, già che c'è, per controllare se anche queste sono tanto igienicamente cretine quanto le cretine delle foto in Italia. Lo sono, sempre. Vanes capisce che avrà un lavoro enorme da compiere, un compito immane, ma per ora vuol continuare a volare basso. E' giovane, non vuole apparire brufolone. Intanto è arrivato al pelo inguinale, pur sempre un bell'arrivare, e per salire ha tempo.
Tutti quei busonazzi italiani trapiantati del parterre, che si guardano attorno, sbattono le mani pieni di cipria ed entusiasmo e cinguettano sonori AUÌ, AUÈ, ZÈNIAL, ZÈNIAL però lo infastidiscono, e l’ambiòn rafiné non lo coinvolge più di tanto: il vecchio orgoglio operaio ha bisogno di tempo per svaporare. Che cosa ci sia poi da applaudire in uno stecchino con tre veli e zero peli bisognerà che qualcuno glielo spieghi, e in fretta.
Gli secca non capire.
Non è strutturato per capire, ma gli secca lo stesso.
La missione ufficiale che si è imposto con feroce determinazione già alla Gare de Lyon, quando tentava di convincere i cancelletti automatici ad aprirsi a parole, parole sassuolesi, è quella di CRESCERE CULTURALMENTE. E di sperperare la liquidazione, ma questa seconda parte della missione consegue in automatico dalla prima, savà san dir.
Si iscrive, dunque, ad un corso di filologia romanza alla Sorbonne, più che altro per vedere le famose sorconne e le romantiche manze magnificategli da Juan. Frequenta le lezioni con pile di libri usati sotto le braccia, per far vedere che è equipaggiato commil fò, ma non ascolta e non comprende una sola parola dei professori: si limita ad osservare estasiato le studentesse, la tecnica non scialante con cui accavallano le jambòn, la tecnica non scialantissima con cui ignorano i suoi schiocchi e sibili di richiamo, e come le aluette, aluette, giontili aluette diventano molto più scialanti quando fa zip zip zip ziiip con la lampo e quelle si alzano al volo fru fru fru, fru fru fru, e si cercano un altro posto, trenta banchi più in là. Non capisce: con le beccacce e le quaglie a casa la pispola funzionava, s’avvicinavano, mica s’allontanavano, cosa c’é che non va.
Ad ogni modo. Si sforza volenteroso di respirè la Cultura. Per ora gli basta. Vuole volare basso, è giovane, c'è tempo ecc. ecc.
E in effetti, ecc. ecc., impara discretamente la lingua e riesce persino ad ordinare ostriche al ristorante. Dall’accento ora lo scambiano per un belga. Non che questo lo salvi da addition maligne, tumide di zeri. Anzi. Ecc. ecc.

Come a suo tempo sulla via di Damasco toccò ad un certo Pèvel, Vanes è bastonato dalla scoperta che a Parì ilià un centro, ma il manifestino è modesto modesto, il metrò è un po' scuro, questi odiosi lampi buio luce buio luce buio che sembra di essere tornati giù alla Cavalla Rossa nei giovedì delle serve, legge male, si sente male, non è possibile, é un errore, si deve rimettere a sedere, ha il culo gelato, ma molto meno del cuore: non può credere che al mondo possa esistere un Centre Pompinù, senza che lui non ne abbia mai saputo nulla, senza che in tutti questi anni nessuno gliene parlasse, si consultasse, gli richiedesse pareri. É umiliato, e defraudato, e gli manca un po’ il fiato. Provincia maledetta, quanti delitti in tuo nome. Quante cose dovranno cambiare al mio ritorno, tio bo'.
E a scheggia cambia metrò, rotta e destinazione.
Capire.
Vedere. Sognare.
Forse consumare.
Farsi consumare.
DDài metrò del cazzo, incita Vanes.

La piazzola di fronte al parallelepipedo del piastrellificio bombardato, tiranti, tubi, tubazzi, scalette, scalinatelle, tutto rigorosamente ribaltè, che Vanes giudica non privo di un suo dissennato shavuàrfer carpigiano, è affollata da giocolieri truccati da busoni che roteano palle, e ingoiatori di fuoco, di spade, di fisarmoniche, di spiedi, rigorosamente pitturè coi colori dei busoni di strada. Peccato che ogni tanto girino tra la gente e bussino a quattrini con cappelli giganteschi e profondissimi. Vanes più che contribuire preferisce stupirsi. Lo stupore ha da esser gratis, si autoprescrive, sennò cos'è, STUPORE?
Le portentose fontane animate, all'intorno, sono l'antologia preparatoria e illustrativa di ciò che si può fare con la bocca e l'Universo: rosponi che leccan gentil farfallette, robot che ingoiano molle, balene che sugan pinocchi, draghi che ci escon le fiamme di latta colorè, grandi, servizievoli O rosa ad orologeria che ciclicamente si chinano su spavalde I violacee spruzzanti ad orologeria, fatine che sputano acqua in bocca a nanetti riconoscenti, e quasi certamente anche il contrario.
Mai riconoscenti quanto Vanes, che perde saliva e tra le bolle gorgoglia Tiiio, Parì, Ttiiiiio Parì.
Tiiiiiiio, che cosa non mandano giù 'da 'ste parti, trasecola in un breve attimo di lucidità, più Centro Pompinù d'axè non potevo sognare. Sembra Bulagna.
Non s’interroga sul perché ad ingozzarsi di tanti aggeggi terribili nello slargo non si trovi mezza ragazza: sa già la risposta. Nonna Venusta l'aveva avvisato, e questa piazzetta suffraga quella nonnesca sapienza: "Francesi, finocchi. Basta shentirli parlè. Shta' tenti, ve'.”... Sta' ben certa, nonina, che tutti quei lupi colorati 'sto cappuccetto a me non me lo mangeranno.
E a passo di carica punta sulla biglietteria.
All'interno trascorre spossanti giornate a bere birra sotto smisurati mobiles di Calder, a sbadigliare alla mostra di Picasso, a grattarsi al Festival di Musica Andina, a cercar di grattare un po' degli Ori degli Sciti, a non dar di stomaco con le tecniche di mummificazione del Mesoamerica, a prendere per il culo a voce alta e sassuolese le puttanate di Magrétt, le sculture in avorio del Regno Perduto di Timbuctù, le Locomotive di Marte, le Tavole Divinatorie dei Caldei, la collezione Scippeur-Tofreghè di dipinti Veneti, Lombardi, Emiliani, Umbri, Toscani, Romani, Napoletani e Siciliani, secoli X - XX.
L’Errore ha i suoi Meriti, e dai e dai e dai Vanes comprende finalmàn una cosa, digerisce finalmàn un concetto, insinuatosi pianpianén in lui dopo che il foglietto rosso ottenuto all'ingresso in cambio di 500 franchi, stretto con dita convulse, l'aveva informato d'aver ottenuto non già un abbonamento annuale per formative sessioni laringouretrali, bensì l'Entrèe Au Centre Georges Pompidou, valide pour 1 (une) semaine: per quanto luccicante, per quanto incomprensibile, per quanto lontana da ogni cosa che in vita sua abbia visto sognato o capito, tutta questa produzione vuole semplicemente significargli che la Cultura è una cosa, la Bocca è un'altra.
Di. Ver. Sis. Si. Me.
Peccato, però.

Passa il tempo. Passa, accidenti: Vanes non è così decerebrato da non accorgersi che, per quanto scintillante, la vita parigina non lo sta soddisfacendo appieno. Non è affatto contento. Al di là delle batoste in serie al suo io e alla sua personalità, al di là di una serie ignobile di Figuracce Seppellenti, in tre mesi non s’è fatto un amico, se si esclude il venditore di crêpes à la Nutellà che staziona sotto casa e che lo saluta sempre molto gentilmente. Shee, uno sconticino per l’affezionata clientela, qualche sorriso non obbligato, un di più di Nutellà se nei paraggi non guarda nessuno, shee, sheee, però il piadinaro non riesce a dargli nient'altro. Oltretutto è lituano, che gl'importa dei lituani? Cos'hanno fatto per lui?
Non può vantarsi, in quell’asilo, d’aver incontrato la felicità perfetta. C'è qualcosa nella Villa Lumiera che mi sfugge, un’atmosfera, un’attitudine, lo sento, lo capto, ma sguilla via. Dove sarà? Che cosa sarà? Sono qui da un pezzo, e anche se mi hanno promosso a belga ho idea che mi sfuggirà sempre, ragiona Vanes. E più ci pensa meno riesce a darsi torto. La cité é muette, e la interroga invano. Dur, dur, etre immatur. Fra l’altro non gli va tanto giù la faccenda del belga: lui ha voluto arrivar qui per essere promosso Uomo del 2000, no belga degli zeri. Mi sa che da ‘ste parti ho chiuso. Quà fèr?
Il se suvièn che il Cosopolitan del suo barbiere, giù a Sassuolo, aveva spesso favoleggiato di un’altra grossa capitale europea giganteggiante al di là di una certa Manica: Lòndron, la città delle principesse sepolte in un'isoletta, delle Spàis Girls, degli holi cans, delle torte di cavallo quando passa la carrozza della regina, della torta di pòrrigg, delle tartine col té al pòmerigg e della lingua più tosta e utile che esista. Non ha la più pallida idea di che cosa siano tutte quelle stranezze, che cosa possano significare per lui o per chiunque altro sulla terra, ma ha sempre apprezzato Cosopolitan, perché negarlo? Grossa classe, grossa cultura, grossi suggerimenti (figa così così). Vuoi vedere che mi sta indicando la strada?
Deve obbedirgli.
Lasciato con malinconia l’appartamento parigino, congedatosi da Ciocorì con sinceri schiocchi di tristezza palatale, Vanes, adiè e mersì, prende il traghetto, e sorpreso che la Manica si riveli un fiume con la stessa tinta del Samoggia, appena più largo ma mica poi tanto, odorandosi le dita invade il Regno Unito.

Lòndron

L’impatto con la lingua è traumatico: aveva appena iniziato a capire qualcosa del francese, e ora si ritrova davanti ad un altro muro di suoni, inintelligibile e barbaro. Ma l’esperienza serve pur a qualcosa. Si tratta solo di non perdersi d'animo, e ricominciare. Per l’intanto vediamo di ripararci da qualche parte, sta piovendo che il tio bo’ la manda.
Trovata subito una stanza con nasturzi, convolvoli e ditate a Camden, Vanes passa il resto della sua prima giornata a Portobello, ove raccatta qualsiasi testo purché economico, usato, in inglese. Riassunti di Shakespeare per bambini, istruzioni per il montaggio di aereoplanini Airfix, canzoni di David Bowie, breviari su paradisi perduti, manuali di coltivazione delle rose, dispense per la coltivazione di cavalli per le rose, come si monta una biglietteria sulla tomba di tua sorella, come si smonta un cannone anticarro all'ora del tè, come ci si fa un cannone ai concerti di Peter Tosh, chi è Peter Tosh, come fare concerti sui tetti con quattro amici, quali greci leggere mentre ci s’inchiappa a Cambridge, quale Vivax Regimental indossare mentre ci s’inchiappa ad Oxford, come si ammaestra la servitù traditora, come si mangiano i bimbi poveri a tavola, come si tosano i barboncini, come si infilano le mutande ai tavoli, come i guardiacaccia devono posizionare le ciàtterlei davanti al camino, come si tira su una casettina di cinquecento stanze chippendale per la tua bambolina, libri senza virgole di Joyce, trattati di fisica newtoniana alle mele, concentrati per deficienti di Robinson Crusoe, Peter Pan e Gulliver, antiche lezioni magistrali sul come stangare i Mau Mau, i Messerschmitt, gli Irlandesi, i Boeri, la Folgore, i Thugs, Napoleone, Goldfinger, Pinochet, gli Argentini, gli Scozzesi, i papisti, gli yuventini e chi va a vederli, le stupidine che s'innamorano di figli di muslim ricchi, quelli che non amano i grandi fratelli, i libri che non reggono nemmeno i 450 farenàit, quelli che hanno il cuore di tenebra. Va bene qualunque lettura, purché sotto i cinquanta penni.
Le prime fatiche, gomiti volitivi sul tavolo e pugni sulle tempie sudate, le compie su Pippa Passes, e ci mette un fracchissimo a capire che s’è fatto un quadro errato. Mai dar retta ai titoli, tio bo' d'un tio bo'. In un qualche modo sente di aver commesso lo stesso errore di quel bestiale museo parigino. Si gratta il naso, diventa rosso. E si rimette a studiare, come lui chiama sfogliare le pagine.
I primi tempi, ma lo sapeva già, è inutile starselo a ripetere ogni mezz'ora, sono assai duri. Mangia solo nei fast foods, indicando col mento sul tabellone luminoso al cameriere pakistano quali patatine vuole. Il cameriere gli risponde scuotendo la testa da sinistra a destra, volendogli spiegare brutto italiano cretino, da sinistra a destra son sempre le stesse, non lo vedi? Vanes pensa che i costumi inglesi siano strani forte, a Sassuolo si fa così per dire «no» o «non c’è». Nel Regno Unito, Cosopolitan glielo aveva pur detto, si fa tutto al contrario. "Che pretendi da dei caballos", aveva precisato Juan. Be', speravo che non ci fosse conferma, ecco, così è più difficile.
Ogni tanto, per risparmiare, s'azzarda a comperare qualcosa nei supermercati - spaghetti australiani in barattolo già cotti solo da scaldare sul termosifone, lasagne in bottiglia della New Zealand, gelatine di stinco indù di Benares, marmellata di ortiche e rognone, tremolanti, pallidi pudding di zoccolini di agnello, creme di nasi di montone, frullati di Mad Cow®, che non sa cos'è ma il prezzo (mezza sterlina a lui ogni dieci libbre che porta via) glielo rende interessante.
Nel complesso la qualità del cibo è talmente orripilante che a volte preferisce spendere qualche sovrana in più nei ristoranti italiani. È in uno di questi locali, The Beautiful Rimini, che gli capita di fare amicizia, per la prima volta da quando è partito, con un conterraneo. Patierno Angelo, in Italia accreditatissimo pentito poi qualcosa è andato storto con la moglie del pubblico ministero, ed ora qui pizzaiolo, gli dà una mano a capire più in fretta a succità ‘nglesa:
«Accà puortane 'o carro a sinist, ammmisurane evvri ccose in lippr e piet e pint e yarte, venerano mummie ca corona 'ngoppa, e ssi nun tien' n'accento propetamento cocni a puchiacc' de femmene eccà ta può shcurdà. Per noi Azzurri nun restano ch 'e cess 'e Leicesterre, e pizzarie, 'e feste ca' tarantell 'e mmurolo, ‘e zuòccol a Soho. Si vulisse, truovt 'na grec, 'na peruvian. Shcuordate chiunquo supera 'a latitutin 'e Vippiten».
Vanes studia tre mesi a Londra, tra alti e bassi. La lingua è tozza, decisamente, ma riesce ad intrufolarsi a qualche festa, soprattutto di indiani, neri e arabetti, che usano un inglese sbilenco quanto il suo e che per questo l’hanno preso subito in simpatia. Gente carina, anche se ha colori assurdi e crede in cose assurde e fuma cose assurdissime e in testa si mette di tutto, ma almeno mangiano cose decenti e fanno una musica che qualche volta buca Vanes, e lo tocca chissà dove dentro. Dolcetti di miele e cumino, rimmici girotondi, cimbali, tabla e altre percussioncine ignote gli fanno sospettare che la Cavalla Rossa forse non era la risposta per proprio tutto. Al ritorno si ripromette comunque di verificare i riscontri probatori, be’ certo, vediamo di emettere giudizi solo dopo che abbiamo il quadro completo, eh? Lo fa impazzire la parola quadro, la metterebbe pure nel caffè, se a Lòndron esistesse il caffè, teste di cazzo.
Sulle scale mobili della Tiuub, che lo divertono perché non è mai salito su qualcosa che puntasse in alto a quel rimmo, becca a lot of multe very salé: per guardarsi in giro, e ammirare laggiù le formichine umane indaffarate, e sfidarle coi gestacci dell’imprendibile, si piazza regolarmente dalla parte sbagliata e blocca i flussi di tutta la citi che vive sottoterra e che ha la mania di correr anche sulle scale. Un gruppo di calvi l’ha puntato da un po’ e vuole impiccarlo sotto un ponte per questo, ma uno di loro, con una maglietta McLaren, primo errore, commette il secondo errore di strappargli dalla testa il cappellino Ferrari, sputarci e pisciarci dentro, terzo errore decisivo, e la cosa immediatamente successiva che Vanes ricorda è un addetto dell’ambasciata italiana che accanto al suo letto d’ospedale gli traduce le scuse di un tizio elegantissimo e lugubre, incuriosito dalla tecnica inusitata degli italians di squartare gli importuni a morsi. Traduce anche la blanda richiesta se per caso non gli interessi un incarico da istruttore nei Malacca Llagalang Royal Queen’s Pink Fusiliers. O nel Prince of Wales’s Own Heavy Dragoons, magary? Allo spaccio servono una birra passabile, la paga é discreta, le puttane affabili e il signor Banastre Tarleton tratta bene i suoi ragazzi, non chiede loro niente di più di quel che chiede a sua moglie la domenica mattina. Vanes risponde laconico che sorri ma non se ne fa nulla, signore, non vorrebbe un giorno dover scoprire che sta lavorando contro La Rossa. Zenkiù per l’invito, eniuei, signore, apprezzo veri mòcc lo spirito della cosa. E complimenti per la sua cravats, righe notevoli. Poi sviene.
Quando rinviene e fotogramma dopo fotogramma si riproietta all’indietro l’accaduto, scopre che coi chiari di luna che ci sono in giro si é appena permesso di rifiutare un posto di lavoro sicuro, e risviene.
S’imbatte anche in una gonfia submerda umana, Johnny Rocks, in realtà tal Gianni Sassi, squatter italiano che, professionistico al massimo, occupa case una dietro l’altra, le affitta a prezzi incredibili ai negri delle Barbados e ciuccia il sussidio di disoccupazione a Sua Maestà, distratta dai pasticci in family.
È nella confusione alla ganja di un suo party, organizzato per festeggiare l’occupazione del Sottotetto Number 100, che Vanes conosce a salty brunette, Sonia, brasiliana di São Paulo, a sua volta occupante abusiva di una topaia number 00 nei pressi di Gloucester.
L’incontro è fondamentale, in quanto Sonia è la prima donna, per di più non prezzolata, a far assaporare al ragazzo le delizie delle scaloppe femminili umane.
Dopo essersi illanguidita con mezza dozzina di caipirinhe, ed aver deciso che vabbè, si può dar seguito alle pressanti richieste del sassuolino irrigidito da 14 lattine grandi di Bombardier 4,3°, hèllp mì, gherl, bi mai realiti, gherl, don bring mì dàun, don lemmi bì misanderstùd, its mài làif, its oll tèt ai uòn, bum bum bom buum, sheik it beibi, ai miin rait nau, la paulista ringrazia a linguate in trachea, succhiate alle coane e tastate al cavallo le tre pazze teste pelate energumene lievemente interdette che se l’erano portata lì per rifarla nuova, lo trascina in solaio e dietro una pila di bauli impolverati gli toglie l’innocenza e il filetto, impolveratissimo.
Ciocorì aveva operato molto più alla carlona, questo bisogna ammetterlo. Se la spalancava, lui gua- guardava, luiveniva, tutto qui. Ed invece eccomi here che sto knock knock knockando alla granda at ze heavens door, o lord, ormai disperavo di farcela nella presente vita e successive. Vanes ha diciannove anni suonati, o lord, ma fino a Sonia uèn ai uàs iongh ero portato a pensare che certe cose si potessero fare solo coi soldi, o lord, nei film, nei matrimoni, nel retro delle F 50 e dai giornalai notturni, o lord. Il meglio, the Meglius, solo agli altri? Jah ha detto no perdio, l’ho sentito benissimo, eqquindi ghetàp, stendàp, stendàp foiù raits. La vita a Babylòndon inizia ad avere un sapore diverso, più gustoso, o lord. Più - più salatino, ecco, ed a te dico: grazie Bombardier. Oh yeah. Buurp. Scusami, lord.
Sonia, col suo fare moderno (se l'è tosata a(), oltre ad un po’ di piattole e afte sublinguali di grado medio-severo, e 5/6 cm di condilomi sui cotiledoni che per fortuna in una settimana si seccano e cadono per terra (i condilomi), attacca a Vanes una malattia tremenda, da cui non si guarisce: FIGA! d’ora in poi e per sempre, dovunqua e comunqua e chiunqua. Il Brasile gli fa molto male. Si monta italianamente la testa e pensa convintamente a se stesso come al prototipo di The Stallion, per di più colto e cosopolita, viste la quantità di libri che ha tentato di leggere distruggendosi i gomiti. Ze italian elbos.
Il mondo è suo, non esistono più confini e barriere linguistiche che lo possano fermare. Cioè, Sonia non mi ha opposto barriere, non m'ha mai fermato, non ci pensa proprio, nemmeno in quei giorni, e non vedo in cosa le altre siano diverse. Ragiona esattamente come i tigri che hanno assaggiato la carne umana e non sono più capaci di smettere.
Calcolando e tirando le somme (draiving aut ze sums):

Intossicazione mostruosa da gnocca                                                                                 +
Mezza liquidazione ancora in tasca                                                                               +
Freni inibitori completamente a pallino                                                                           +
Assaporamento di bruna buceta brasiliana, cento volte più uncinante del brown sugar     +
Offuscamento progressivo dei ricordi di casa (che iniziano lentamente a mutarsi in odio)   +
London è full di fùls, matts e pazzs, cosa ci faccio qui, uì hev gattaget aut ov tìs plèis         =
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Un bel tichett tu ràid della British per Rio de Janeiro, departure dopodomani, peccato speravo subito, al max. fra un’ora.

È esattamente su questo che contava Sonia, furba e callosa negra bianca stufa della sadness e dello spleen inglesi: convincere con il samba del grilletto e dei buchi un italiano estupido e babaca e culhão ad adoperarsi per la sua rimpatriata. Ma si fa sorprendere da Vanes mentre con un coltellaccio gurka gli sta affettando la valigia in cerca del biglietto (nascosto dietro lo specchio del cessino del pianerottolo). Fim de uma historia, fim de um amor, calcio di punta nel pantanal della bunda, e chiamami un taxi in fretta o ti garroto, tesora.

Troppo tropico

Sarà il fuso orario, la stanchezza del viaggio, la rabbia e il dispiacere che sia finita a quel modo, o più verosimilmente il tasso dell’alcol da trazione nell’aria, fermentato da un sole che a Londra se lo scordano proprio, povere larve imbecilli, ma appena esce dall’aeroporto del Galeão, investito travolto mazzolato dalle prime frasi in tropicalese, Vanes ha un giramento di testa, accompagnato da un fantastico giramento di cappella. Volti e labbroni lo guardano e gli sconvolgono il cervelluccello, la nuova lingua lo rintrona col suo gemito orgasmico, una sorta di basso continuo mutandico, e l’aria profuma di sporcizia interiore. Un vero paradiso, dispostissimo a farsi profanare. Aaaaaammmm. Brrrrrr. Am.
Il sole.
Stringe forte a sé il perizoma anti Sonie in cui ha cucito con punti da materassaio a filo refe la piccola cassa, la grande cassa, la cassa di risparmio, la cassa delle disperazioni, il biglietto di ritorno ed un carbonioso bioccolo vulvesco come ricordo portafortuna, brutta traditora ladra barbona, ma che odore avevi.
Il sole.
Preciso identico ai gonzi che per la prima volta sbarcano nella Cidade Maravilhosa, Vanes si spara a Copacabana, l’unico luogo della città che conosca per sentito dire, soprattutto dai compagni lavoratori. D’altronde vi si parla un itaglião passabile, perciò lo sbattimento comunicativo è minimo, e non è un male, con ‘sto sole.
Presa una camera d’albergo lungo l’Atlântica (senza i fiori dei francesi e degli inglesi, ma con le stesse ditate, e con burdigoni dalle antenne più velenose), si butta in spiaggia a studiare il campo operatorio, tra giocatori di peteca, lanciatori di arachidi, zoccole per italiani, insabbiatori di portafogli italiani. Mmm.
Scruta il mare. Benché puntinate da incoscienti, le onde spumanti sono macellare per gli italiani, tirati su a ostie viareggi e viserbelle, quindi nemmeno pensarci. Mmmm.
Ad ogni buon conto, onde e mica onde, le pupille sono spalancate come le ragazze che spia, e i concetti di bunda, fio dental e piranha impiegano mezzo secondo a imbozzolarglisi nel cervello. Mmmmmmmmm.
Ma prima il dovere. Vanes è un duro, anche sotto il sole.
Come fece a Parigi e a Londra, anche qui cerca qualcosa da studiare, facile, usato e a buon mercato, la scorciatoia più corta ed intelligente per entrare in sintonia con nuove lingue e nuovi mondi, ormai ‘sta solfa la sa. Capisce subito che la roba usata che gli piace di più non arriva a sedici anni e s'addobba il buco del culo enormissimo con un filo rosso di cotone e perline, ma ignora a quale bancarella rivolgersi: orientarsi qui è un pasticcio, casa loro i meridionali la tengono molto meno in riga. Non si trova d’accordo con la morbosa simpatia con cui guardano al casino e alla merda, ma é capibile: io qui sono nuovo, appena avranno imparato ad apprezzarmi cominceranno a tenere più in ordine il cortile. Certo che a perline son messi bene.
La prima giornata carioca si consuma languorosa tra i tavoli dei ristorantini di fronte ai grandi alberghi, l’Othon Palace, il Meridien, bordelli a cielo aperto. Vanes nasa a pelle come si sentisse ben più straniero nel Vecchio Continente: qui non deve impazzire con pronunce corrette e accenti precisi al nono decimale. Sulla sabbia e sotto le palme e nelle hall il massimo sforzo è quello di distinguere l’accento bergamasco da quello bresciano. Ma solo se ne ha voglia, e non l’ha. Cos'hanno fatto per lui, berg. e bresc.?
Scacciato dalla prima stamberga dopo un battibecco a pernacchie e gestacci con la dirigenza, ostinata a volergli cambiare le lenzuola solo ogni sette giorni, Vanes affitta un appartamento in una zona appartata di Copacabana e, previa spesa da primo mondo al supermercato, vi si barrica per tre settimane di fila a cavar la prima pelle alle ballerine di fila dell’Help!, troieto amatissimo dagli italiani, che vi fanno la fila per beccarsi l'Aids, tornare in Italia e regalarlo alla moglie, alla fidanzata o alla dipendente preferita. I più vitaminici lo elargiscono a tutte e tre, perché democrazia è simpatico.
Le lenzuola non le cambia mai, troppi ricordi.
In quella palestra Vanes seppellisce per sempre l’antico bimbo linfatico e pugnettico, Maria la Matta, la bici, le operaie e le loro tualè di operaie, stupide cretine ormai è tardi, io ve l’avevo detto, ma avete voluto fare come vé parso, ora piangete. Non immaginava di campar tanto da riuscire a vedere biancheria da letto rigida e con fuochi fatui la notte, ma anche questo record cognitivo, peraltro continuamente aggiornato, vien posto in carniere.
Ha messo un annuncio sul Globo spacciandosi per produttore italiano alla ricerca di, ehm, fantasiste da inserire in uno spettacolo di Oba Oba, che andrà in giro in molte provincie del Mato. Forse anche in Europa, sostiene durante le interviste alle aspiranti, ma prima bisogna vedere come andrà qui sul posto, poi mettere a punto i particolari, non accontentarsi, spremersi, pompar classe: non bastano un po’ di piume di struzzo infilate nel culo per portare a casa quattrini, ragazze, il Vecchio Continente non è un vecchio incontinente, diciamo le cose come stanno. Ehi tu, girati e chinati di più, sì, dico a te.
 I provini si girano a casa sua e di conseguenza fuori della porta staziona un esercito di fanciulle, ventiquattr’ore il giorno, in disciplinata fila brasiliana. Ogni tanto scoppiano risse, ma arriva la Policia Civìl che spegne tutto molto civilmente, coi lanciafiamme, e allora Vanes è costretto ad uscire dalla stanza e urlare a tutte di piantarla di far casino, non sopporta l'odor di vacca cotta. A lui piace solo quello di vacca viva. Richiude la porta, torna al lavoro, silenzio per lunghi minuti, poi riscoppia qualche rissa, e stavolta arriva la Policia Militar, che calma tutto a bazukate. Giornate lunghe e spossanti.
Ad ogni ragazza provinata per il lungo e per il traverso Vanes promette una risposta per il giorno x, ma vedrai, non ci sono problemi, ce l'hai nel sangue piccola, dove cavolo sei stata finora?
Il giorno x meno un secondo è su un autobus diretto verso la Bahia.
Durante il viaggio si dice e si ripete che così non va, le stronzate non promuovono alcunché, così non va proprio, non ci siamo, che senso ha ingannare la gente, e si giuringiuretta che d’ora in poi eviterà italiani, zoccole, ambienti teatrali, e che concentrerà la propria attenzione esclusivamente sullo studio serio del portoghese, e delle bunde baiane. Comunque è contentissimo per l’ammontare di pelli che s’è fatto, quando tornerà non gli crederà nessuno, ma chisse ne frega. Non vede l’ora di ricominciare.
Appena scende a Salvador acquista la sua solita carriolata di Amadi, Coelhi, Guimarães Rose, Lispectori, Antunes da Coimbra e Arantes do Nascimienti usati. O porrhtugheish è uma lingua marziana, Vainesigno non si fa ingannare dall'apparente somiglianza col genovese (che ignora), ed ha quindi cura di scegliere solo i libri con le figure.
Tutto il resto è bricolage, e sole che ruota lento nel cielo, abbrustolendo, abbrustolendo.
E costellazioni ignote di notte, che non fanno sorgere alcuna domanda in Vanes, impegnato a ricostruirsi la muscolatura nerchiale. Non le guarda mai, perché dovrebbe guardarle, che cos’hanno fatto per lui le stelle? Hanno forse inventato la figa? Fanno piovere soldi? Riscaldano i cuori e rinsaldano gli animi? No, e allora?
Poi ancora il sole, le palme, le onde di piastrelle sui marciapiedi, il mare di Volkswagen ad alcol, l'oceano di chiappissime tremule e lucide di dendê.
Promossosi Cittadino del mondo, ormai é a proprio agio anche nella favela più stracciolata: ha sviluppato una protezione fortunella antitifo, antiepatite e anti ogni altra schifezza dei poveri, solo così, perché i Santi del Cordonblè hanno preso a volergli bene, impresa assolutamente mica facile, con gli italiani.
Tanto bene gli vogliono i Santi, che fanno germogliare in lui un'altra bella capacità: quella di fare amicizia con chiunque, superando ostacoli linguistici, comportamentali e caratteriali. Il portoghese, peraltro, lo impara piuttosto in fretta: i fili di cotone rossi con perline fanno miracoli in questi casi, specie quando li sposti di lato un attimo e scambi occhiate con quell'occhione così pieno di ciglia, quando le ha.
Con gli uomini le cose marciano altrettanto lisce, anche di più, visto che il brasiliano medio quando non è stronzissimo é simpaticissimo, e così, con l’ineluttabilità del destino, in appena tre giorni di vita di strada Vanes diventa baiano: gira in cinesine infradito, pantaloncini e maglietta, alza il pollice alla Fonzie con tutti, si nutre di vatapà e fischia porcherie alle natiche delle negre sulla soglia dei negozietti di souvenir, che ridono e spesso rispondono fischiando porcherie con le natiche. É inviso solo ai poliziotti militari e a quelli civili, che dandosi il turno lo fermano due volte al giorno, gli chiedono il passaporto, dove abita, che cosa fa in Brazil, quanto ha in tasca e perché non si chiama Paolorossi. Hanno tatuata in faccia la voglia di bastonarlo a morte, fottergli soldi e passaporto, nascosti a gonfiarsi di umidità dietro lo specchietto del cesso della pensioncina La Floresta, cancellargli quella estupida felicità italiana dalla faccia e poi tirargli un colpo alla tempia, ma sono le uniche amarezze in giornate di meringa: si sa che un poliziotto, sotto qualsiasi cielo, di default è una merda. Todos os Santos sono vigili, ad ogni modo, e finisce regolarmente che le scimmie si confondono, si scordano perché l’hanno fermato e vanno a spezzare la nuca al primo meninho sotto i sei anni che incontrano nella rua seguente. Vanes, fiuuu, ricomincia a sorridere e a far la lingua alle commesse e a strizzar l’occhio ai loro culi capricornici. Fiuuu.
Tutta la materialità brasileira però non basta a farlo sentire Uomo Completato, come vorrebbe essere alla fine del corso di perfezionamento e crescita interiore iniziatosi alla stazione di Shasshuolo.
Gli manca, a dispetto di palme, fagioli e boquetes, il lato spirituale. Il candomblè sicuramente non si basa su cose materiali, zeppo com'è di demoni africani, feticci, girotondi dei matti, schiume in bocca, candele accese, polli decapitati, sottanoni candidi, crisi oculogire e americani che filmano terrorizzati, ma per quanto ci provi Vanes non lo sente come una religione da far sua: le suore officianti gli fanno un po’ paura, sono troppo grasse, troppo sudate e troppo fuori di cocomero. In più hanno mutande troppo lunghe e pulite.
Un’incursione piuttosto casuale, giusto per non dover poi dire agli amici caazzo, me la sono persa, alla comunità freak-chic di Arembepe, dove i neo figli dei fiori figli dei ricchi vivono in bungalows quasi più zotici delle capanne del Club Mediterraneé, e il tabaccaio somministra maconha ed altre magagne, gli fa balenare il sospetto di un ulteriore piano della realtà.
Decide di rimanere, e vedere un po’. Vedere un po’ è una gran regola, non costa niente e fiuuu, quanti guai evita.
La vita è un coacervo birichino di casi, vedi un po’, ed in questa caricatura di comune Vanes conosce Lùcia, una brunetta appassionata arrivata da Cabo Frio, tranquilla cittadina balneare da cui si può solo scappare. La dolce piccola (h 1,55) in dotazione ha: labbra marroni, gengive viola, denti di neve, accento carioca che colora il mondo con la tavolozza del sesso, lei parla a lui, lui cerca subito una sedia su cui sedersi per pensare a che diav. gli sta capitando alle mutande; occhi che Vanes abbassa sempre i suoi e arretra; abbronzatura permanente guarnita da sfumature ramate; aria tardo-freak, probabilmente studiata a tavolino tanto è giudiziosa e in sintonia col luogo; cultura al di sopra della media delle brasiliane povere, che non disturba le prime spadate; tette a banana con nero capezzolame fuori scala, che favoriscono le spadate successive, incrociate in preda alla maravilha più totale, e spesso in difesa, con un clito grosso quanto un alluce. La sua vitalità, facciamo questo, facciamo quello, parlami, che cosa ne pensi, domani andiamo in un posto, svegliati bicho, dimmi, senti che idea m’è venuta, raccontami, tu lo sapevi che, dai italiano muovi il culone, mi stai ascoltando? ieri m’é successo, ehi che ne diresti di? qual’é la tua opinione? avvolge Vanes in un turbine di eccitazione costante. Intrappolato dalle scintille di quella problematica dinamo, passa il tempo a domandarsi: “Perché proprio a me? Cos’ho di speciale?”.
Il filo di rafia con cui quand’é solo cerca di misurarsi la circonferenza del gambo non fornisce spiegazioni. Allora passa ad un metro da sarti, più scrupoloso nel registrare misure lineari ma altrettanto impossibilitato a fornire spiegazioni d’ordine superiore.
Lùcia, amicastri avvertono Vanes, da troppo tempo non ha un compagno, anzi, guarda, è probabile che le piaccia la parte sbagliata del letto. Ma con Vaneeesss (la tripla e apertissima equatoriale elargita da Lùcia nel corso degli amori accelera invariabilm. l’eiaculaz., mentre la tripla s soffiata da Lù. nel crs. degli am. accel. invarblm. leiaclz.), con Vaneeesss la nanetta si dimostra donna, femmina e persino donna femminile. Se fosse in Italia arriverebbe in televisione, farebbe i soldi, probabilmente aprirebbe un bar, ma ad Arembepe si limita a liquefare Vanes ogni volta che apre bocca, per dire o per fare.
Ciò che più lo attrae di lei, oltre i suoi diciannove anni imperiali e la glottide prensile, sono l’intelligenza, la conoscenza delle cose del mondo, la varietà e la vastità delle letture e il colto spessore culturale che si porta dentro, dietro, davanti e addosso, attributi introvabili in tutte quelle passategli sotto i ferri sino a quel momento, soprattutto se oriunde del Nordeste. Non è una zotica figlia di pescatori che dopo aver urlato per ore, di colpo s’asciuga con le mutande, s’accende la sigaretta, e si mette a parlare dell’ultimo cantante di forrò, di quanto costa il pesce al chilo, della cugina che s’è beccata di nuovo le croste di gallo da un marinaio coreano. Lùcia, dopo aver urlato e chiavato per ore, si pulisce con la faccia del suo italiano ed esprime pareri, elabora opinioni interessanti, ogni giorno un’angolazione (o angolatura?) differente, ed è in grado di commentare senza frasi fatte la filmografia dei Coen, la nouvelle cuisine, la cafoneria inguaribile delle Ferrari, non dev’essere un caso che le facciate a Modena, eh, Vaaanesss? E Vanes diventa rosso. Ma presto si consola: Lùcia sulla quantità di pomodoro nel ragù ha le idee giuste. Già è straordinario che sai cos’è il ragù, amore patatino, le mormora Vanes qualche volta, nei pomeriggi che riesce a trascinarla sotto il tavolo di cucina.
“Che tu sappia che cos’è il ragù”, dice lei.
“Eh?”., dice lui.
“CHE-cos’è-il-ragù, non cos’è-il-ragù. E il “che” regge il congiuntivo, dalle tue parti. Non farti insegnare l’italiano da me”, lo sgrida lei.
Vanes, ragazzo non citrullo, solo semplice, preferisce scartare pensieri tipo: “M- ma quanti fidanzati italiani avrà avuto mai?”, ed opta per un moderno, accomodante “Cavoli, donna colta. Finalmente ho trovato la mia Principessa”. Si vede bene nei panni del Cavaliere, che nelle sue classifiche ormai apparigliano quelli del Cavalcatore.
I due esseri trascorrono una splendida luna di miele in lunghe, debilitanti settimane sempre sotto la luna piena di miele (ad Arembepe, posto abbastanza particolare, accadono strani fenomeni, spesso a base miele), tra pesce fritto in spiaggia, bagni nelle onde spumeggianti, forrò nudo, amici splendidi (nessuno freak), canzoni di Caetano Veloso, capoeira nuda e cocchi enormi, piovuti tra molti spaventi e risate dalle alte palme. “Ci cadono le palle alle palme, a vederci sì felici, amici!” grida Vanes, e le risa si spengono subito. Mai una volta che se ne accorga, perché è talmente felice che lo sta già rigridando.
I numeri migliori, quelli preferiti dall’italiano, che non capisce nulla ed accetta ogni cosa, succedono quando sotto una luna ubriaca e davanti a tutti Lùcia nuda declama col suo italiano alieno poesie di Guido Cavalcanti, alternandole a passi scelti delle sceneggiature di film prodotti coi soldi di Alberto Cavalcanti, esigendo poi un giudizio dal suo ignorantissimo innamorato. Lei sa come pungolare gli asini, spronarli a maturare almeno in lipizzani.
“Quale preferisci, e perché? Meglio scriverla la poesia, o comprarla? Attento a quel che dici”. La posta è una succhiata alle ninfe, esistono altri modi di chiamare la figa, che è suddivisa in parti, o porzioni, amorino ignorantone, ognuna con la sua ragion d’essere, non lo sapevi, eh?, ma anche se dalla cerchia degli amici provengono suggerimenti, indirizzi, consigli, bigliettini Vanes non vince MAI: la cosa è al di sopra di lui in maniera inimmaginabile, gli è consentito solo scoppiare in pianti e latrati di rabbia e frustrazione per la propria pochezza, e si dà pugni sulle ginocchia, e picchia la sabbia e mostra il medio alla Croce del Sud, colpevole, come gli indicano le birre e la cachaça, d’avergli impedito di frequentare la scuola con profitto. Allora lei lo consola, gli rasciuga a bacini i moccioli, spegne la radiolina che Vanes s’è portata dietro gettandola nel falò, afferra la chitarra di qualcuno, fanno tutti silenzio e canta il cuore, i casi strani, i nodi dell’esistenza, i dispetti degli dei, composizioni lievi e senza pretese ma ideate sul momento per calmare quel matto, e poi si fa leccare il culo. N-o-n la buceta, oggi n-o-n hai studiato. Per quella devi studiare, asino italiano, ciuco, in italiano nel testo. Sei così schifosamente ciuco che dovrei chiamarti ciucazzo, sai? Bisticcio, bronci, risate, e ( incantatore, benché sabbioso. Applausi dalla cerchia, e spesso suggerimenti, consigli ed indirizzi.
Accecato dalle luci del firmamento pulsante, ogni tanto Vanes, per sottolineare che pure lui è conscio dei molteplici livelli della vita, e nel tentativo d’instillare un po’ di timor di Dio in quei pagani, bastonandoli con quel che possiede dell’Occidente, imposta un dibattito sul tema Ferrari/Porsh, su qual’é più conveniente farsi vedere in giro, quale va meglio, qual’é più bella, certo noi italià- ma lei gli afferra la faccia idiota, se la ficca tra le cosce, ci siano o non ci siano brasilià- a guardare, e propone prima deciditi a dirmi se è meglio il dio nero o il diavolo biondo. Quandanche Vanes fosse in grado di rispondere a quiz del genere, e non lo è, per definizione, presto cominciano le colle e le bolle, ed una cosa che adesso sa, l’ha imparata finalmente, è che non si parla a bocca piena. Le brasiliane si trasformano in brasil-iene se si transige su ciò: cucinano, apparecchiano, portano a tavola e tu, tu cosa fai, PARLI?

I costumi locali, specie quelli non scritti, impongono scelte consone, esigono un pedaggio che è da stolti non considerare. Lei sarà anche una brasiliana del Sud, colta e desenvolvida. Lui sarà anche un Europeo del Primo Mondo. Ma qua, se la donna si assenta da casa per più di un giorno, vuol solo dire che è una gran vacca, con la smània di caracollare in giro a mungere sperma. Nessuno sopporta, nessuno perdona una cosa del genere. Atterrata da mestruazioni feroci, Lùcia si deve far ricoverare all’ospedale di Salvador, ma due giorni dopo, appena scesa dalla corriera Vanes deve accoglierla a ceffoni, davanti a tutti. Con urla molto sonore. La recita è ad uso di quegli stronzi lì intorno, ma Vanes un sotterraneo fastidio lo prova, in effetti. Che bisogno c’era d’andare in città? I bacini sulla bua potevo darglieli io, no? Bastava chiedere, no? Perché non me l’ha chiesto? Da chi s’è fatta baciare? Per 48 ore?
“Dove sei stata, lercia busona”. Il pugno è un pochino più veloce del voluto.
Vanes trascorre la notte a piangere rannicchiato sul letto e a chiedere perdono, perdonami amore, l’ho fatto per te, non sopporto che ti giudicano una troia: anche se m’hai insegnato come ragionano da ‘ste parti, devono sapere lo stesso che non sei una troia. Tu qui ci vivi. A proposito, dove sei stata?
“Che ti giudi-CHI-no. Congiuntivo. Roba italiana. Usala” fa lei, gelida come il ghiaccio con cui tampona le labbra3.
“Eh?” fa lui con gli occhi rossi, ma la ragazza non risponde. Ha bell’e capito. Le giustificazioni scappate a Vanes sono magnificamente servite a sottolineare che in Europa Lùcia non ci arriverà mai. Questo contadino non ha alcuna intenzione di collaborare, per lui sono una vacanza, io sono le ferie, con lui non andrò da nessuna parte. Ed inoltre, a colmar la misura, risulta palese come “gli altri” siano un puro pretesto, é lui che mi giudica veramente una troia. Quanto sono stupida.
Troncare. Stupida.
L’Amore. Cos’è.
 “Se vuoi che la nostra novela prosegua devi tirar fuori la grana, Vanes. Non te lo volevo dire, ma la Poesia è costosissima, cerca di svegliarti”. Vediamo quest’italiano da due lire come reagisce sul tema Sussidi alle Giovani Coppie.
All’ex operaio i conti, di colpo, non tornano. Le radici gli rammentano che i baiocchi bisogna sudarseli, ammazzarsi di lavoro, persino all’ombra delle palme. Possibile che quella fidanza sia in realtà una piranha abitudinaria, che si ciba di portafogli maschili umani? É così? Ah, é così? E tutta quella cultura cos - che cos’era, aria da sventolare in faccia ai gringhi pirli? In faccia a me?
Non gli viene in mente che sopportare uno con le sue pecche, emendarlo e mondarlo, è un lavoro, dei più tozzi. Lavoro nero.
Vanes, non più tanto innamorato, si sente profondamente deluso, avvilito, derubato delle speranze. Soprattutto quando becca la patatina che con una forcina cerca di scucirgli i punti in kevlar del sospensorio Ferrari firmato Pipinfarina in cui nasconde i dollari.
«Brutta puta rottincula, tutti quei discorsi sul ragù, eh? Sei solo una zoccoleira a caccia di coglioni, ecco cosa. In senso fisico e in senso semaforico. Vergonha!», ed il quarto d’ora seguente è ritmato dalle sberle che Vanes tira alla cagna rognosa e dalle calcagnate in pura capoeira che la ragazza in lacrime spara allo scroto di quell’imbecille moscio e fasullo, che voleva solo consumarla a sveltine senza curarsi di un comune futuro almeno europeo, se non proprio italiano. Il sommommolo con cui lo becca al fegato è un omaggio della ditta, la sottolineatura di disprezzo per chi tortura i congiuntivi e non sa che cosa siano il rispetto e l’amicizia e le istanze del sud del mondo. Prendi questo. E questo. E questo. E questo. In italiano nei testicoli.

Il fegato gonfio, la borsa marronale gonfissima, l’anima in cantina, le cose che gli sono state rivelate su di lui a didascalia d’ogni calcio, le risate che escono dalle persiane le centoquattro volte che casualmente passa sotto le finestre di Lùcia, lo inchiodano alla certezza che o paìs do carnaval gli ha voltato le spalle, per sempre. Amarezza. Amarezza infinita. E, a parte questo, adesso cosa fa- che cosa faccio? Dove riparo? Dove mi formo? So bene che la mia persona non è completa.
 Un inattendibile guru freak carioca di diciassette anni dalla parlantina pompata a coca, uno dei pochissimi amici di Lùcia che ancora gli parlano, alle nove di una mattina in una spiaggia spazzata dal vento e senza tanti falò o forrò gli suggerisce che lì non è aria, e che forse, chissà, vedi tu, le tue risposte secondo me si trovano in India, la sola, vera, prima  Madre dello Spirito, secondo me. É quello che cerchi, no? Il Brasile semplicemente non ha il pallino per queste cose, è troppo odoroso di cocco e di gnocca, troppo distratto dalla gnocca al cocco, troppo generoso di gnocca che ti coccola o traveller shèk. Lo dico per te, a me chemmi frega, io ho risolto.
Vanes prende atto, dà ragione, conviene, ah sissì, te ne sei accorto anche tu, eh? e con una rapidità di decisione che ormai non lo stupisce più decide di smammare e volare a Bombay, alla ricerca di se stesso e delle Radici dell’Uomo Maschile.
In fondo alla corriera che lo porta via da Arembepe fa finta di contare i soldi che gli restano. É un duro, non vuole contare quelli venuti a salutarlo (nessuno). Chiede ad una vecchia davanti se per favore alza il vetro del finestrino, ha gli occhi delicati e il polverone li fa lacrimare.

Indians!

Ancora una volta l’impatto è bastonatore. All’uscita dell’aeroporto la città sembra abitata solo da mendicanti, e l’albergo di Colaba in cui si rifugia è, in realtà, circondato solo da mendicanti. Vanes dopo tre minuti capisce che chiunque lì è un mendicante. Aveva visto anche troppo bene, dall'aereo, cazzo, ma l’obesissimo attore indiano che volava in incognito nella poltroncina di fianco alla sua domanda aveva roteato gli occhioni spiritati ed aveva risposto: "Au, nau, nau sahib, sono solo le comparse del film che sto girandou, una love story tra diseredati, ma poi arrivo io, le uccido il fidanzato innamorato, denuncio suo padre agli inglesi che così hanno la scusa per dar fuoco alla reggia, strappo un orecchiou al fratellino, lei non ne vuol sapere ancora, si vuole solo buttare nel fuoco della reggia, ma poi le faccio vedere anche l'altro orecchiou, si convince, mi sposa, viene ottimamente accolta dalle altre mie sedici mogli che con pochissime frustate le insegnano dove amo essere baciato, gli inglesi scuciono il mio percento e tutto finisce bene. Tramontou, titoli di coda. La gente mi adora, sahib, lo faccia anche lei", e l'aveva zittito con una foto firmata, in cui conciato da elefante celestino brancicava a sei mani una balena tre volte più voluminosa, con occhi forsennati e una voglia di vino tra gli occhi forsennati. Per terra un tappetino di orecchie umane infantili, smaccatamente finte. Una piccola produzione.
Di fronte al Gateway of India inciampa in storpi smezzati, con l’elefantiasi in quello che resta e ricoperti la faccia di mosche con l'elefantiasi, che si trascinano su un carrettino e gli chiedono una rupia, Sir, cazzo ti costa, Sir. Devono aver incocciato in molti italiani, nell’attuale e nelle precedenti vite, ed è evidente che qualcuno lassù la sta considerando una colpa piuttosto grave.
«Forse», pensa già al primo minuto di gioco, «era meglio se rimanevo in Brasile e mi facevo le màzzoni della Mazzonia». E il secondo minuto lo passa a piangere sulla propria stupida stronzeria. Lacrime vere, goccioloni che si fa uscire volentieri dal canale lacrimale perché, gli hanno rivelato dei cremaschi sull’aereo, è da lì che entra il germe dell’elefantiasi, e solo così si può ucciderlo. Affogarlo di dolore.
La prima cena e tutte le seguenti le celebra da Leopold, un locale semplice ma molto in voga tra i turisti. A quei tavolacci per evitare il mal di testa impara a togliere la glicerina dalla birra, mettendo la bottiglia a testa in giù in un bicchiere d’acqua. Al primo piano, su per una scala, si fanno servizietti digestivi, sempre a testa in giù, e la scala è un continuo viavai di pazienti con surpus di glicerina.
Quando lo guardano mentre divora i gradini a tre a tre, i camerieri scuotono la testa come usava a Londra, e come a Londra vogliono dire: "Di destra o di sinistra, italiano essere malato". La colonizzazione ha lasciato il suo marchio, pensa amaro Vanes. E scuotendo la testa sale scale.
Nei giorni seguenti, negli intervalli tra gli inghiotti, al bancone del Leopold allaccia rapporti con un paio di turisti. Robetta, ma in Oriente il trucco è accontentarsi. In realtà funzionerebbe molto bene anche in Occidente, solo che nessuno ci pensa, o ci crede, o ci prova mai e sta venendo su una generazione che é un gran brutto guaio, teste di cazzo capaci di ascoltare solo Baglioni.
Il primo allaccio sarebbe Alì, rara coproduzione iraniano-modenese. La madre è stata svezzata a borlenghi, il padre a versetti del Corano. Somaticamente ha preso dal padre, e infatti passa più tempo a cavarsi i baffi dalla bocca che a conversare, ma a parole shi capise chiaramente che è cresiuto all’ombra dla seccia rapita: l’accento e i concetti sono da brividi. Vanes dà retta al proprio stomaco intorcinatosi all’istante, e scarta di pacca ulteriori ipotesi di fraternizzazione con questo nemico. Poi ci ripensa e si dice, vabbè, magari mi porta in dei bei posti, m’impara qualcosa. Cos'è 'sta puzza al naso, finiamola, cresciamo una buona volta. E poi siamo in Oriente, il trucco è l’eccetera, e in Occecetera nessuneccetera mai. Lo stomaco smette di brontolare, sa che il suo padrone è ancora cretino, e che non c'è verso.
Il secondo è un francese genere bancariò-intellettualò, occhialini piccoli e rotondi, Lacoste bianca stirata, parlare forbito. Sembra un bancario intellettuale. Si chiama Vincent, e come impara che sono entrambi ospiti dello stesso albergo gli propone di dividere la stanza, per risparmiare.
Già la sera del loro primo incontro i due modenesi si ubriacano (il francese sé astemiò etil se cush avec le galèn), e unanimi decidono di scendere a caccia di topi. Tirano pietrate per ore tra le facce dei vinti che dormono per terra, beccando parecchie facce vinte e senza beccare mai un solo ratto: gli animali saltano impuniti a velocità impressionante, a quattro zampe, come fanno gli aerei americani quando balzano impunibili sulle funivie dei vinti.
La giornata finisce in un bordello a piano terra di Fuckland Road. Alì ha il coraggio modenese di farsi praticare un lavoretto di soffio da una nepalese che sa bene da che parte soffia il vento, ma Vanes rimane impietrito, nella stanza delle bambine in sari e in lebbra, per le due dita di cricca che appaiono tra le tre dita dei loro piedi. Chissà che cosa si trova là sotto, si domanda senza osare risposta, fissando ipnotizzato le pieghe semitrasparenti delle gonne d’organzino. O che cosa non si trova più.
Le ragazze lo illuminano di immensi sorrisi, smorfiose avances, traslazioni slogate del collo, roteanti occhioni al kajal spalazzati al cielo e al piano superiore e dita atteggiate tipo figa di Visnù, cui reagisce con un silenzio silenziosissimo, e uno studio attento delle mosse della tenutaria grassa che fa da cane lupo all’entrata. Kalì lo guarda in armi, mentre tutti aspettano che dietro la tendina Alì e la nepalese digeriscano quello di cui si stanno cibando.
 In base ai rumori Vanes fa diagnosi di importante cena di lavoro. Chi avrà messo l'arrosto? Chi le posate? E il dolce, i liquori? Spero per Alì che il formaggio e il caffè non siano quel che dico io. Ridacchietta ridacchietta, guardandosi i piedi.
Oh, a proposito. Passa a quelli delle bambine.
Quanti fori avrà una lebbrosa? Magari se sai dove mettere le dita e le soffi forte nel naso possono accadere cose notevoli. Con i diti nella rogna te la fai come zampogna. Ma da dove uscirebbero i suoni? E che suoni sarebbero? Sibili? Fischi? Scoreggine? Lamenti di fantasmi? Monsoni buddistici? Certo soffiare Amazing Grace o Scotland the Brave dentro una porzione di indiana in una piazza di Balmoral, davanti alla Regina, non sarebbe male. Non sarebbe male affatto.
Comincia a ridere ridere ridere, e a marciare in tondo lungo le pareti di fango e sterco di bufalo incannicciato, alzando bene le ginocchia, e gridando fiiii-gniiiiii gnaaaaaaa, gniiiiii gnagnaaaaaa, gnaaaaaaaa gniiiiiiiiiii-fiiiiii, con un pollice in bocca e l’altra mano impegnata a farsi scoreggiare ritmicamente un’ascella. Poi interrompe l'assolo: le ragazzine si sono allontanate in un angolo spaventate e Kalì allarmata sta convergendo su di lui con un kriss estratto dalle tette. Perché i maledetti ricchi si streppano di datura e poi vengono qui a stracciare il lingam? Glielo infilo in un occhio, ‘st’attrezzo, e vediamo che cosa mi risponde. Dalla faccia direi che é un italiano.
Vanes smette subito di ridere e marciare, e torna a mettersi seduto al suo posto. Non sono stati pensieri granché spiritosi, che abbiano proiettato attorno luce di comunione o liberazione. E' spaventato quasi quanto le ragazze, e arrabbiato con se stesso quasi quanto Kalì: si sapeva morboso e stronzoide, è partito proprio per emendarsi da questo genere di cose, ma adesso ha le prove di essere ancora, ANCORA un merdoso, un - un occidentale schifido. Gniiiiiii gnaaaaa gnaa. Porca vacca porca, Lui non è così, cioè, non vuole più essere così, deve guarire, senò cosà speso tutti quei soldi in biglietti a fare. Cava il pollice dalla bocca, asciuga e mette via.
Per la prima volta nella sua esistenza ridicola Vanes decide per un saltino quantico, di volare un po' più alto, che sarebbe anche ora. Non ha più quindici anni. E diventa rosso. E chiede scusa a tutte, e lancia rupie di risarcimento morale sul pavimento in terra battuta. Segue polverone pazzesco, con strida.
Il giorno dopo, come s’era convenuto, gli arriva in stanza il francese, ed il capitolato d’intesa è svelto ed informale: bene, ciao, ‘scolta, tu ti metti lì, io sto qui, piazza la tua roba là, leggi con la luce accesa? russi? parli nel sonno? cammini? spetazzi? dici le preghiere? sei innamorato di me? Al momento di farsi la doccia, il bel ami precede Vanes di un soffio ed entra in bagno con lo zaino in spalla. Vanes, che di solito ci va con una bandiera di spugna rossa scudettata e il beauty case col cavallino della Ferrari (Porsche Design), era convinto che i francesi usassero i beauty con la lasagna della Renòl. Non si impara mai abbastanza.
«Che cosa ci fai con tutta quella roba?» domanda, curiosissimo.
«Mi lavo, no?», risponde Vincent, e gli chiude la porta in faccia.
Vanes non è fesso, è solo di Sassuolo, e arriva a capire che il compagno di stanza, semplicemente, non si fida degli italiani, ladri, e che sotto la doccia si sta portando saponcino ghèrlén, guantino di crine e sciampino e pettinino, ma anche soldi, documenti, vaucher, macchina fotografica e pregiudizi.
Sicuramente il suo zaino deve avere una combinazione e un’apertura a timer.

Accidenti, ecco, lo sapeva: Bombay non è l’India che va cercando, Vanes se ne accorge quasi subito. Sarà per l’odor di merda di vacche e di fuochi di merda di vacca. Sarà per i ricchi babbi sauditi che vengono a scegliere sederini per il loro primogenito che ha già stratutto e gli manca solo un ano in cuoio umano tenero, saranno i torinesi che vengono a scegliersi il fegato, il cuore, i reni e le cornee per se stessi, in Italia le inchieste hanno chiuso il mercato, saranno i troppi topi intelligenti, o i troppi francesi cretini. Saranno gli smisurati cartelloni di Bruce Lee con le mani ad artiglio. Saranno le mucche, che vorrebbe trattare a rasoiate nelle mammelle ogni volta che lo guardano. Saranno le assordanti nuvole di nafta dei milioni di autobus, sgangheri ma acchittati a nappe e specchietti come la Madonna di San Luca. Saranno le antiche 1100 Fiat. Saranno le antiche lambrette a sedici posti, col tassametro a discussione. Saranno quei matti nudi infarinati lerci orgogliosissimi che mi fissano con quegli occhi rossi, roba da non credere come son messi, se uno fa tanto di chiedermi qualcosa gli mollo una carcagnata in pancia, va’ mò là, andate a lavorare, santoni, levatevi dalle palle e lavatevi le palle. Saranno le navate ombrose di alberi scimmiosi e indicibili, che lo spaventano anche un po’. Sarà che le donne gli paiono identiche alle sarde che ha visto una volta in un documentario, con gli stessi baffetti bellissimi mapperò più eleganti, senza la fissa del lutto ad ogni costo ed ugualmente infrequentabili. Saranno le cornacchie nere giù, ed il cielo grigio su. Sarà che zerca un po' di blè ma il blè non zè. Saranno i milioni di rupees, magliette, quaderni, biro e rupees che chiunque al di sotto e al di sopra dei dieci anni si sente in dovere di chiedergli. Sarà che qui l’obbi nazionale sembra quello di trasportarsi i bimbi morti sulla testa, che non fai nemmeno in tempo a chiederti ei checcazzo è quella roba, cristo santo, che il cadaverino freschissimo ingioiellato di fiori a uno scossone gira la testa e ti guarda. Saranno tutti questi tempietti, che coi colori riminesi e i pinnacoli e le statuine a mille braccia gli paiono carrettini di Sicilia ancor più ridicoli di quello che ha lasciato dai suoi. Sarà quest'ultimo lancinante ricordo, ma comprende che l'India metropolitana non è una risposta, è solo un inconcludente mal di testa. Che cosa sarà l’India al mare? Avrà la stessa puzza, ci sarà lo stesso caldo, la stessa miseria? Ma certo che no, che domande, a Rimini in estate ci si diverte un tot, fa fresco, si sta bene, bella gente, quattrini, lusso, mica la confusione che cè qui, e quindi.
Sissì, Goa è sicuramente la salvezza, decide a freddo, più per la voglia di riparlare portoghese, sfanculare cornacchie, ed elemosine, e puzzolenti lambrette, e una stanza calda come l’inferno sopra la stazione delle corriere e con le pareti di plastica blù miniate da un’esaustiva collezione di escrementi spalmati a mano, più per quello, lo giuro, che per conoscerne gli alternative freaks con carta di credito in tasca descritti millenni prima da El Duende, che il diavolo se lo porti.
Presto, il biglietto.
Vanes però non riesce a scrollarsi di dosso Vincent. Dopo essersi riempito lo zaino con quindici guide (dell’India vuol sapere tuttissimo), ed aver deciso dopo mille docce che l'amico è un italiano sufficientemente affidabile, le fransé gli si è incollè agli stinchi («Vengo avec yù»).
Il viaggio in autobus è osceno, le strade scassadenti, l’autista pazzo, i chilometri infiniti, e la nafta azzurra che entra dalle portiere aperte fa lacrimare e tossire. Poi c’è un ubriaco violento a bordo, un caldo violentissimo a bordo, e dalle radioline di bordo un monomaniaco compulsivo a nome Ravanj Shankè tormenta una corda sola, perché non ha rupie per comprarsene altre. Nemmeno i tappi di cera ce la fanno, e Vanes si tormenta in un loop infinito ma l’india, chi è? L’india cos’è? L’india, perché? Io in india, com’è? Ma l'india, chi è?
Sono tremende le lunghe ore di scossoni e latrati di claxon e noia di questa road to nothing. Il sonno non arriva, bisogna inventarsi qualcosa.
Un filo di cotone millecolori che pende dallo zaino del francese, di fronte a lui in coma sudato, stimola progetti intensi. Intensi e precisi. Bisognerà pur punire chi si fa i centrini coi cotoncini colorati come i militari checche. Chi si fa la doccia prima di me con la mia acqua calda. Chi non si fida degli italiani. Chi dorme beato e io no. Vanes inizia a tirare lentissimo, guardingo, millimetro dopo millimetro. Ha a disposizione migliaia di ore e di chilometri, ma si fa aiutare volentieri dalle buche, che birbe capiscono tutto ed accelerano la pratica. Se non ci si diverte un po' tra noi...
Verso le quattro del mattino lo zaino di Vincent, le quindici pesantissime guide e il telaio chiodato per centrini crollano di schianto sulla faccia del loro padrone. Svegliato, sfragnato e dolorante, ulula cose francesi che Vanes, nonostante l’esperienza parigina, non coglie. Il sangue dal naso maciullo lo ripaga di tutto. Ladro no, sfragnanasi di magnarane SÍ. Bel scioglilingua, me lo devo segnare. Yuk yuk.
Giunti a Panjim, con una scusa Vanes scarica il compagno di viaggio, una maschera senza volto ma con molte mosche verdi: «No, onnò! Devo tornare a Calcutta, ho scordato la fidanzata. Che peccato, un così bel viaggio, ma quella mi rompe la faccia. So che mi capisci, ciao».
Le spiagge di Goa si dimostrano un pacco. Ladri, tossici calabresi con accento di Cinisello che dibattono sulle quotazioni dell’afgano, poliziotti corrotti (qualcuno calabrese) a caccia di drughè cui spillare rupie, busonazzi giapponesi, centinaia di Superga colorate e colpevolmente italiane, maiali che mangiano al volo i panettoni di Vanes non appena si siede nel cacatuàr sospeso tra i bambù. E poi ancora comunità di recupero per tossici, assorti nella terapia di contare chicchi di riso; minorenni tedesche fuggite da casa che parlano solo quella loro lingua schifosa e mangiano polli schifosi, vivi più di loro; insabbiati aussie col cervello fuso da troppi acidi; moon parties in spiaggia, regolarmente interrotti dai manganelli di bambù della polizia, con tutti che scappano a cilum e tette e coglioni dondolanti; élite tardo-freak che snobba anche l'aria; romani in borsalino Indiana Jones che consumano avventurosissimi cheese macaroni ai tavoli dei ristorantini; indiani che scivolano dietro i tanga firmati delle sporcaccione occidentali e li fotografano al volo; indiani in febbre che si uccidono di seghe dietro gli scogli, studiando le stesse occidentali di prima mentre nauseate dai maschi se la slinguano al sole, che tutto ama, tutto perdona e tutto disinfetta con la sua faccia a svastica.
Tanga e macaroni, manganelli e romani, superghe e superseghe, qui manca la spiritualità che Vanes brahma, oh ragazzi, questo è il punto. Intravede alcune molecole di santità nelle scimmie divine a ventisette braccia o negli elefanti turchini disegnati sulle cartoline, see, come no, ma è uno spento surrogato, che cosa me ne faccio, che cos’hanno fatto per me gli elefanti, oltretutto con fuori registri terribili. Stampa pietosa. Si era fatto illusioni, ecco, cancellate senza nemmeno bisogno di un lentino da tipografi, che tra l’altro non saprebbe dove trovarlo qui e da chi farselo spiegare.
L’unica aura di misticismo che riesca ad annusare circonda flebile certi sannyasis, i discepoli di Osho, appartenenti alla comunità di meditazione di Puna: la città non è lontana, e ogni tanto scendono a Goa per bagnarsi il corpo umano tra le onde.
Oòòh, cazzica, lo sapevo, eccoci. Eccoci, lo sapevo, visto? Vanes percepisce subito lo spessore culturale di quei signori, e francamente colpito dalle loro strane ieratiche pratiche meditativo-ginnico-pettinative, acceleranti asciugatura, abbronzatura e transustanziazione e trasferelleresi, oltre che eccitato da alcune segretarie e ministre della setta, tronchi pà zeschi americani e australiani con rotondi cà pezzoli a tappo, decide che Puna può essere, deve essere il capolinea della sua Ascesi. Anche perché, ma non lo confesserebbe mai, è trascorso un anno e s’è vagamente rotto i maròni del suo giringiro senza sugo. Bisognerà che quando torno a quello scocomerato del Duende gliene dico quattro, guarda dove mà spedito e con che risultati. Mi sento più scemo di prima. Ah, ma me la paga, me li ridà i miei carr
Autobus, forza.
Nella città universitaria affitta una stanza con scimmie sull’armadio, cornacchie sul davanzale e ditate dappertutto, ma almeno la plastica che riveste il cartone delle pareti non é blù, si compra una tunica amaranto e prende divotamente a frequentare ogni giorno l’ashram. Scopre così un mondo nuovo, assolutamente positivo, buono, volto all’interiorità gioiosa e, al tempo stesso, alla gioia delle interiora.
La location non è solo zeppa di agenti dell’ FBI e della DEA, qui a controllare se, ad onta di tutti i loro sali di litio, Osho il Mascalzone non abbia per caso deciso di risorgere e farsi quattro risate, ma anche di incensi, gesti svelenenti, zefiri che smuovono campanellini, ribaltamenti delle priorità, fronti luminose, silenzi e quintalate internazionali di sorca, spesso con campanellini. Moderna reincarnazione dei cani di Pavlov, Vanes prende presto il vizio di perdere bave appena ode uno scampanìo, fosse pure quello dei cimbali che annunciano la preghiera o la cena.
Gli ultimi soldi e gli ultimi mesi li scioglie nella comunità, tra vibre kundalini e feste sui tetti dei grandi alberghi, bagni in piscina con giapponesi dalle gambe pietose ma dalla figa penzolona e scalopputa, che mastica e da cui beve sitibondo e pensoso. Cloro, e vabbè, ma l'importante è lo spirito con cui affronti le cose, non le cose. Inoltre ha il bilancio idrico da riequilibrare, per la faccenda delle bave campanelliche, e non importa proprio con che tazza bevi: fra l’altro non sono tazzine taiwane di ultima, sono giappe senza nappe, yuk yuk, e poi non fischiano: ragliano o urlano, yuk yuk.
Inoltre l’agopuntura, lo studio dei cristalli e delle mappe astrali, la pranoterapia, i cibi vegetariani, i corsi di sitar e di tabla, un’infarinatura su ogni tipo di pietra dura esistente nell’universo, su come tagliarle e come falsificarle, un corso sull’argenteria Vedda, una fidanzata indiana che lo apre ai misteri dell'Ayurveda, dei punti chakra e dei punti G, e qualche amante brasiliana, che si apre e basta. Le ore della giornata per star dietro a tutto con profitto sono sì e no sufficienti, e tempo per guardarsi dentro, interrogarsi, valutare se tutto ciò serva a mutar pelle sul serio, commisurarsi con le stelle e la sabbia e i fili d’erba e i petali dello stramonio e le preghiere a occhi chiusi che mi piacerebbe sapere a che cosa pensano tutti quando si atteggiano, non ce n’è: sono troppe le tecniche promozionanti e maturative, le cose da imparare, e le puttanate sulla sabbia e l’erba e il cosmo hanno da passare in seconda fila.
Le tazze italiane, numerosissime, le guarda e le odia. Da lui non si fanno mai bere, non è di Milano. Gli battono le tempie tutte le volte che ci pensa.
Nell’ashram, durante il corso del giovedì pomeriggio su come posizionare lingua e denti per ottenere il suono THK TOMÒH quando il tuo corpo astrale è in comunicazione via cavo col corpo astrale di qualcun altro che ha assunto la posizione della Cerbiatta Spalancata In Cerca di Guai, Vanes incontra una ragazza gialla che gli farà cambiare coordinate, valori e connotati, prega, scongiura ed auspica. Magari speriamo sia la volta buona, e che non mi venga a rovistare nel portafoglio. Dio, quanto l’amo. Più di Lùcia. Tomòh.
Ella si chiama Yumiko, è indubbiamente giapponese ed ha il corpo terreno di pelle color latte parzialmente scremato (UHT). Il loro è un rapporto puramente platonico. Intanto perché i giapponesi non chiavano mai, se non nei manga, e poi perché le giapponesi chiavano ancora meno. Puppoprive, sono però in possesso di una figa carnuta e sporgente ai limiti dello scandalo, con rosbìf da mezz’etto a sx e mezz’etto a dx, e sconci clitoridi grissineschi con cui potrebbero fare a pezzi qualunque tonno, tomòh, apparati fornicanti sulla carta più adatti a ospitare equini quadrupedanti che non modenesi in ansia migliorativa, ma in realtà non reggono il colpo, e già sfiorarle con un crisantemo le fa raggrinzire di venustà e raccapriccio: opima la cornice, stenotico il quadro, thk. Vanes non si fa ingannare dal sapore di cloro, e teme, già ai primi bocconi, che se la astringano pure con l’allume di rocca, pratica gialla e misteriosa come tutte le cose che sanno di oriente, ma alquanto imbecille a ben vedere. E poi hanno pochi peli, ancor meno delle francesi, cosa imbecillissima.
D’altronde ha già svaccato con le fidanzate equatoriali, e stufo dalla loro peculiare propensione a tagliuzzar valige, illusioni ed ogni altro effetto personale, ha un gran desiderio di situazioni più elevate, più - mmm, “altre”. Decide che con questa, con questa, la lingua servirà solo per parlare, al più qualche thk tomòh da compagni che ripassano la lezione, ecco, e già si fa tutto un viaggio sui libri che gli toccherà guardare per imparare l’hippòn-do o l’aringa-to’ o il pijiamà o come cavolo si chiama. Lo rende nervoso il fatto che con ogni probabilità i testi a quanto pare dovrà addirittura sfogliarli al contrario, ma bisogna che si informi meglio, lui a questa puttanata non crede più di tanto, gli sa troppo di fasullo. Si sta facendo furbo, ha smesso di berle tutte.
Yumiko, peraltro, è in grado d’appagarlo anche tramite zero virgola zero zero frazioni di sguardo, somministrate da sotto quelle fessette così sottili dette: gli occhi a mandorla, e con lei si può evitare benissimo di far rumori superflui con la bocca, almeno al primo appuntamento.
Amanti-amici, partecipano alle meditazioni di base, passeggiano tenendosi per mano, mangiano stupidaggini vicini vicini, e tutte le sere mimano la copula d’amore tenendosi abbracciati, al buio. Ascoltano il chioccolìo della rugiada notturna che scivola nelle grondaie di bambù, e coi loro thk thk a gara tentano di colloquiare coi trilli dei gechi e i rutti delle raganelle, scandalizzandosi un mucchio a quest’incomprensione tra razze. Vanes ogni tanto (due volte a seduta) sente il richiamo della foresta, vorrebbe suppostarglielo dentro con tutti i suoi coglioni più volgari, tomòh, tomòh, non è che abbia ripudiato al 100% il suo intimo uomo, tra l’altro l’odore organolettico di tonna che sale su dalle lenzuola è orgiasticamente superiore all’odor di ciliegio in fiore che le promana dai capelli, ma quella comunità e le sue pratiche, briciolina dopo briciolina, stanno fornendogli la capacità di comprendere che i ciliegi hanno uno specifico che alle bestie e ai cazzi manca del tutto. Prendendo mentalmente a ceffoni un glande che afferra assai poco la situaz., padrone perché non le saltiamo addosso e non la facciamo finita?, il sassuolese è estasiato dal sentirsi sottosopra per una pelle così agruma e per occhini tanto esotici ed inquietanti. Inquietanti e mandorli.
Ma anche il Paradiso Terrestre ronzava di mosche verdi: ad onta dell’estasi, siano stramaledetti dio divino e budda budino, permane la fastidiosa barriera linguistica, questa volta invincibile per il Vanes Dono. Vanes si è evoluto a tappe forzate, ha perso i peli della scimmia shasshuolese, ha studiato carriolate di inglese, lo sparlicchia, lo capicchia, ma un conto è ordinare orrende patatine nei fast-food, un conto è evitare gli orrori del fast-fuck e sforzarsi di imbastire una vera, profonda relazione con ‘sto bocciolo di riso, che sorride, sorride, sta sempre in ginocchio ad annodare aria e fiori, a volte cinguetta ma non si capisce mai nulla di quel che dice, vuole o pensa. Desidera dividere con lei la propria infanzia desolata, descriverle i carrarmatini gialli, i portascarpe a fiori, la bici, narrarle la terra di bianchi bidè e rosse cavalle e amarissimi funghi da cui partì e a cui tornerà, ma quando Yumico leva la testa e lo contempla, Vanes indovina che nessuno dei suoi monogatari ha varcato quella fronte porcellana.
A volte ho persino difficoltà  a capire se ci sente. Me lo succhiasse, almeno...

Sotto un’immane luna d’agosto viene svegliato da Yumiko. Cioè, viene svegliato dallo snip snip snip delle forbicine con cui Yumico si sta cimando i solitari peletti delle lasagne. Ella è sapientemente nuda. Ella ha accanto a se’ un vasetto di giada viola ricolmo di colla di riso, Vanes ne capta l’odore. L’ha captato anche la minchia, in agguato da giorni, sapientemente.
Ella, con antichissime movenze elastico-ritual-geometrico-snervanti, si cosparge di colla le ascelle impuberi, prima una ascella impubera, poi l’altra ascella impubera, glielo fissa mandorla, reprime un conato, aggraziata raccoglie la spigolatura delle forbicine e meticolosa la depone sulla colla. Ella alza le braccia al cielo, a testa china, senza guardare il bianco signore-san, e si offre in prima visione ai suoi occhi strabuzzi.
È un regalo, ma anche rappresentazione di donna occidentale filtrata dalla millenaria cultura limona; Vanes comprende che quel tentativo di  trasformazione, quel sacrificio, capirai che sacrificio, è la caricatura dei suoi fantasmi, che in qualche modo la ragazza ha captato e tradotto nel messaggio non desiderarmi come non sono. Per antiche scale, pertugi muffosi, ridotti angusti, canalette incrostate, dai piani alti la missiva scende giù giù nelle segrete, e la ceppa si sgonfia a zero. É di fantasmi che si nutrono le ceppe, tenetele a stecchetto su ciò e si ridurranno fettucce. Tra un agguato e un’altro, un’incursione e un’altra, una guerra e un’altra, una caccia e un’altra, lo sfinito Neanderthal sognava boiate a base scimmiette, e se arrivava un mostro a grugnire ci sono i ragazzi da portare a scuola, forza alzati, metti via quella roba, fai qualcosa anche tu, l’allucinazione che stava accarezzando tornava carne molla e lui dava fuori di matto, accorrevano i vicini e col cavolo che quel giorno i bambini sopravvivevano.
La porzione rettiliana del Vanes-cervello non fa in tempo ad incendiarsi: Yumico l’ha afferrato per l’uccello e tira, tira, vuole che si alzi e la segua. Notte complicata.
Tenendolo per il timone gli fa fare tre volte il giro del tatami su cui sospiran tanto e guzzan poco, non desiderarmi come non sono, poi lo trascina in un’altra stanza, molto, molto più grande. Nel centro, al buio della luna, intravede un tavolinetto basso che sorregge un piattino in legno di sandalo, ospitante un meloncino spaccato-trafitto da una gigantesca melanzana bianca, di fronte alla cui silenziosità i due finalmente sostano. Uf, dice il timone.
Yumiko con un lamento esistenziale scivola a terra di fianco al meloncino, ed assume la posizione detta: la pecorina a mandorla. Ansima, e con le dieci dita si spalanca la valle degli orti. I due ikebana sono vicini, allo stesso livello, e nel pallore del firmamento Vanes può operare paragoni. La bistecca a pieghe è elefantiaca ma, pur se booleanamente l’italiano vi aggiunge lo squarcio culare, risulta che la composizione che la ragazza offre alla sua anima fradicia non riuscirà mai a superare le dimensioni del rebus sul piattino. Se ne deve evincere che la natura non facit saltus, o che devo saltarle sulla natura? Fa un passo avanti, ma quella melanza è quadrupla rispetto al punisher di Vanes, perplesso per la sorte che talora s’accanisce sui meloncini. Sorge la pietà, booleanamente e umananamente. Il socio di Vanes fa un passo indietro, e dopo un po’ anche Vanes.
Sotto il cipiglio del Mare Serenitatis azzarda una leccatina al meloncino, ed una linguata all’albicocchissima rapata: dal confronto risulta in breve che il melone è più saporito e aromatico, che nervi, perché se la lava venti volte al giorno, non ci sono qua io? Va bene, ha capito, non desiderarmi come non sono, non farmi quel che non desidero. Certo che ‘ste orientali di obliquo non hanno solo gli occhi. Un’occidentala urlerebbe come un’ossessa senti, piantala coi tuoi giri, il culo non te lo do e basta, ok? vedi di rassegnarti, ma dopo mezz’ora il fidanzato se lo scorderebbe, o penserebbe non fa sul serio, questa vuole giocare alla santa, fare il teatrino, e tornerebbe alla carica. Così invece, testimone la luna, Yumiko si è assicurata che il messaggio sia arrivato molto in fondo, per sempre, e se lo capisce Vanes figurarsi quelli normali. Il NL giallo è un filino teatrale, ma molto più efficace e formativo del no! bianco.
Il povero racazzo è sopraffatto dalla lezione, ma odierà i meloni tutta la vita.
I cocomeri, quelli sì roba seria. Non si contrae alcun debito formativo, con quelli. Li sformi ma non si contraggono, quelli.

Dopo settimane di Assoluto verdure tenerezze allume e castità devono lasciarsi. Lui ha sfinito i soldi. Lei tutto il suo inglese. Si dicono addio, ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao all’impiedi, con un pianto silente, a testa china, senza guardarsi, molto meditativo, vicinivicini. Lontano, da qualche parte, qualcuno s’accanisce su un gong di legno, insiste, insiste, insiste. Vanes è straziato. Si giura con gli indici, e per la prima volta anche coi medi, che se mai gli capiterà di diventare Imperatore del Giappone obbligherà ciliegi e mandorle a studiare l’italiano, lingua di macellai e porci, ma almeno con gli occhi aperti. Abbasso gli ortolani, e già che ci siamo abbasso anche i gong quando sto piangendo.


Le pile, ora, alla fine di un viaggio interiore (ma anche parecchio esteriore, dai, Vanes) durato un anno, sono carichissime. Si sente - è ricco, non di soldi, svaporati per sempre, ma di Cultura, di Lingue, di Cose Viste Con Questi Miei Occhi (Navi in Fiamme al Largo dei Bastioni di Orione almeno una al mese, se la canna era BUONA) di Sicurezza, Produttività Personale e Palle Korazzate. Roba che resta.
Adesso, finalmente, può tornare a casa e addentare il formaggio del Bel Paese.
La Ferrari. Cos’è.



PARTE SECONDA

Ri qui

Vanes torna in Italia rinnovato, sia da cima a fondo che dentro e fuori. Naturalmente anche da così a così. Rifondazione umanista. Il Mondo gli ha fatto un gran bene. Ha uno spirito più tranquillo, consapevole, sa distinguere con maggiore lucidità ciò che vuole e ciò che detesta. Azione, Forza, Eleganza, Criterio. Un uomo di polso e di polsini.
Già alla Malpensa, oltre che dal fetore giallo nebbioso è colpito dagli accenti e dai dialetti indigeni. Tra le voci che si spingono e si maledicono nella navetta riconosce con un soprassalto i tìo bò natii, e lo coglie uno sbocco irrefrenabile di disprezzo. Soprattutto verso se stesso, le proprie radici, la propria storia. Lo stomaco intorcinato strilla ed emette fuochi. L'uomo di polso va capito: aveva dimenticato da quale fango proviene. Provenisse. Proveniva. Ricordarglielo tanto brutalmente è - è stato scorretto, ecco.

Dopo un fallimentare tentativo di ritornare nella «sua» Sassuolo, aprire la valigia, divorare un po’ di tagliatelle, dirsi ma che cosa sto facendo, rimpacchettare a razzo armi bagagli e tagliatelle, Vanes capisce che cosa deve fare: cambiato con tanti sacrifici il Vanes quadro, adesso bisogna cambiare la Vanes cornice. E solo da come gli suona ‘sto slogan capisce che il primissimo passo da compiere è cancellare il proprio orrido nome.
E subito dopo trasmigrare, se no di che cosa stiamo a parlare.
L’anagrafe del comune di Sassuolo è nelle mani di un impiegatino di Catanzaro, con occhiali molto spessi, dita molto marròn, sigarette molto maleducate.
«Buonhciornho, thesithera?»
«Vorrei cambiare nome». Vanes allunga la carta d’identità al meridionale.
«Vediamo... Si. Barozzi Vhanes, perché cahmbiarlo? Barozzi mi sembra un n cognome moltho nhtipico di questhe terre. Non si chiama così hanche una torta? E ancheh Vhanes è una bellissima generalità, dia retta. Domanda rigettata. Faccia entrare il prossimo».
«Mi scusi. IO Sono Vanes Barozzi, non Barozzi Vanes. Cerchi con tutte le sue forze, a qualsiasi costo, in ogni modo, in tutte le maniere di tenerlo presente per i prossimi centomila anni. Si faccia aiutare da qualcuno, se pensa di non farcela. Poi, pare a me, questi non sono affari suoi; ne sono, come dire, praticamente certo».
«Veda - risponde l’ingranaggio, già irritato dall’acidità dell’Utente, ed è mattina presto, si annuncia una di quelle giornatine - innhanzitutto per cahmbiare nome necessitano nvalide motivazioni. E poi sono affari miei ».
Vanes lo fissa, nauseato da tutte quelle nasali e palatali sfessate:
« Sì. Va bene, senta, é semplice: come targa non mi piace più, mi ha stancato, voglio cambiare. Non sono valide motivazioni? Veda».
«Lei è un pehntito di maffhia che ha chiesto il ciasferimento? Ha scritto romanzi scottanti ispirati alla nrealtà, senza cambiar hnome ai persohnaggi, ed è ricercato da protagohnisti vehndicativi? Ha litigato per un sorpasso con un questhurino della Questhura di Bulagna? Ha corhnificato mariti coi peli sul petto? Ha subitho ingiusthamente ncarceraziohni, processi, sputtahnamenti sui giorhnali, e alla fine è stato dichiarato innocente? È omonimo di qualche npedofilo leggendario? Negli aereoporti è bloccato dalla polizia perché ha il cohgnome di qualche tagliagola ricercatoh? Ad un magistratoh cotonato piace la sua ragazza? O magari ha - ».
« Nessuno dei casi succitati. Possibile che non ci sia nulla da fare? Voglio dire, anche se non rientro nei casi succitati...». Vanes sta iniziando a percepire una curiosa attività motorio-congestizio-vibrativo-fermentativa alla base del cranio. Gli ozoni bucati delle grandi città, di cui si parla tanto e cui a stento si sta riabituando?
«In realtà, a mente della deroga dell’Art. 69, comma 69, della legge regiohnale del 06/09/69, e successive modifiche e integraziohni, lei può sempre fare richiesta sul modulo A515/ter. Le consiglio di reperire una valida mothivazione, e l’avvertoh che anche in caso positivo, più uhnico che raro, la sua domahnda non sarà accettata prima di mesi dodici», e gli allunga il modulo A515/ter, sedici pagine, da compilare con penna biro blè o nera, evitare abrasioni o cancellature.
«Me lo riporti domani. Ora sohno leh 12,01, sto già facendo un minuto di straortinarioh, e nella Struhttura Pubblica ciòh non è cohnsentito. Harrivederla, cuhntrastoh».
Per il cervello di Vanes passano tutte le bunde brasiliane e le zanne della Trimurti. Perché è tornato, quale istanza superiore doveva mai soddisfare, con quale demone si doveva sdebitare?
Era convinto di sbrigarsela in dieci minuti, e ripartire subito per nuova destinazione. Invece deve tornare alla pensione, riaprire la valigia, mangiarsi altre tagliatelle, compilare ‘sto schifo di A515/ter.
Per le valide motivazioni si scervella ore ed ore, provando ad immaginarle tutte. Cerca di ricordarsi ogni evenienza elencata dall'impiegato. Per i casi d’omonimia con pezzi di merda di varie speci, gli ricorda una nota a piè pagina del Quadro 12/c, andrebbero allegati ritagli di giornale che comprovino la sua omonimia con sterchi pericolosi per l’Ordine Pubblico. Ogni ritaglio dovrebbe essere accompagnato da una marca da bollo da lire 20.000, spillata, non incollata.
In qualità d’autore di scritti perseguitati e/o perseguitabili e/o perseguibili dovrebbe allegare una fotocopia del contratto d’edizione, non importa se con pseudonimo (purché sia indicato il vero nome), autenticata con una marca da bollo da lire 20.000 per ogni cadauna pagina.
Per eventuali pentimenti di mafia, o condanne ingiuste subite, dovrebbe produrre certificati del casellario giudiziario, dichiarazioni giurate e autenticate di quelli che lo stanno cercando e ritagli di quotidiani, quanti più può. In via subordinata fotocopie degli articoli diffamatori che fanno più ridere. Tutti vidimati con una marca da bollo da lire 20.000 a facciata. Più liberatoria con formula piena nei confronti del mentecatto che l’ha rovinato. Se il mentecatto è un magistrato, aggiungere in calce la formula «Ti perdono, mio Signore. Ti perdono, mio Signore. Ti perdono mio Signore». E marca da bollo da lire 200.000, più mazzo di rose per la signora del Signore.
Non resta che l’opzione corna a «mariti coi peli sul petto».
In questo caso è sufficiente la deposizione di moglie umana vivente, adulta, caucasica e consenziente, che dichiari di sua propria mano i perché motivazionali e i percome operativi del tradimento. Gradite foto degli intercorsi coitali con terzi. E marca da lire 20.000 per ogni colpo cœundi ricevuto. Abbonasi forfettariamente colpi dati.
Vanes scova un paio di amici di vecchia data, tali Kenya e Medardo, sposati da sette mesi e già in via di separazione. Spiega il proprio gravissimo caso, facendo notare che la dichiarazione di Kenya potrebbe in un secondo momento essere utile anche per la loro separazione. Keny dice pensateci voi stronzi e si chiude in camera da letto, Meda dice ok, no problem, faccio io, quanto per me?
Il giorno seguente alle ore 08,00 Vanes è in Municipio. Alle 7,59 è passato in tabaccheria, dove ha investito gli ultimissimi soldi in un sostanzioso giardinetto di marche da bollo.
Sul modulo ha indicato come nuovo nome prescelto Leonardo de’ Carolis. Gli ronza nobile, italiano, esente da sfumature regionali e al tempo stesso passabilmente artistico-estetico. Competitivo pure, il che non guasta: con un nome così troverà donne cosà.
Per una studiatissima scelta cultural-politico-etico-paranoico-rompicoglionativa, però, Vanes ha capovolto il Quadro 2/a col Quadro 2/b, che indicano rispettivamente il cognome e il nome che si vogliono adottare. Per invertire i suddetti riquadri, Vanes ha tracciato grandi frecce a penna biro rossa, che hanno spostato ‘! il 2/a al posto del 2/b, e viceversa “!. È stato meticolosissimo, a prova d idiota.
Il funzionarietto non ci crede. Tutto quel rosso, tutte quelle frecce, quelle cancellature quelle abrasioni quella disubbidienza.
Attende lunghi secondi, prima di rispondere a Vanes. Vuole godersi un’ultima volta l’amaro della bile in bocca, perché poi, in un secondo studiatissimo momento, dovrà riversarla in faccia al tizio. Già l’aveva fotografata il giorno prima, quest’Utenza stravagante e irrispettosa che ha avuto il coraggio civico di riprovarci.
«de’ Carolis Leonardo. Egregio Signore, non ci siamo, non posso accettare questo modulo. I moduli vannoh compilati esclusivamentoh con penna biro blè o hnera. Lei con tutta evidenza non ha letto il dispositivo 24/bis a piè di pagina 5 che recita qualora il presente modulo sia costellatoh da frecce, abrasioni, cancellature, ehspettorati o caffè non è da ritenersi valido. Allo stato, con tutta evidenza lei stamattina questo modulo lo deve aver scambiato per il suo asciugamano rettale. E con pari evidenza non ha letto la nota 56/ter, pagina 12 e collegati, dov’è chiaramente disposto come hnomi storici quali Vitthoriomanueloh, Napoleone, Ferrari, Robespierro, Benitoh, Craxi, GesùGiuseppee Maria, Pietàh, Anima Mia, Asinello, Bue, Mangiathoia, Pool, Pooh, Pol Pot, LEONARDO, Robertobaggio, Muzzio Scevolo, Nerone, Gandhi, Il Tizioh che Accoppò a Gandhi, Topo Gigio, Mago Zurlì, Magistrato Cazzelli, Cento Cittàh, hnon possano essere utilizzati dai Richiedenti, al fine di evitare stupore e confusione hnella Popolazione desiderosa partecipaz. quiz televisivi. Come le ho già dethto ieri, ma desidero assicurarla che mi ripeto cohn gioia, qhuesta domanda gliela rigettoh», e con l’unghia lunga del mignolo la risospinge sotto il vetro, verso il facente richiesta. Katanza é grato ai suoi Morti: ogni tanto gli regalano momenti così. Vorrebbe solo che fossero meno rari.
E' la goccia che fa traboccare il Vanes. Non è bastato un risveglio all’alba per investire tutti i propri averi in marche da bollo costosissime. Non sono state sufficienti le acca leporine al caffelatte meridionale dell’impiegato. Non le sue questioni da cartolaia sui colori delle biro, né i mille cavilli scritti in lillipuziano che possono trarre in inganno le menti più fulgide e accorte, le menti più viaggiate.
La urmerda lo ha chiamato de’ Carolis Leonardo.
Dopo tutto l'affannarsi generoso di frecce rosse va e vieni e su e giù, volto esattamente a non ingenerare quella cacofonia da caserma.
È qui, è adesso, che per la primissima volta Vanes assiste al pieno dispiegarsi della geometrica potenza dei propri P- Poteri, insediatisi in un Neanderthal bambino dimenticato sull’aia sotto l’ira del sole di luglio, rimasto con nient’altro da fare se non guardare quel che combinano i cani alle cagne, farsela addosso a chili, respirare tutto il metano che gli riesce, chiamare mamma mamma doveciei mamma. La prossima volta che col vostro vestitino leggero millefiori avrete fretta di correre dal montone che vi aspetta in auto, mettetegli almeno un cappellino e lasciatelo con un’aranciata, un soldatino, una macchinina, anche se non gli volete bene: da grande avrà il cervello meno grippato ed un libro nero più sottile, e assai facilmente i nodi nel suo fazzoletto non riguarderanno voi. Almeno, non troppi.
La rabbia gli fa chiudere i pugni, sente che le vene si tendono, i capelli della testa e dello scroto si elettrizzano. Sotto il cofano un potentissimo formicolio gli sfrigola assassino e manchù.
Come in un mantra, la sua mente, una lente ustoria da due megatoni, convoglia e concentra l’urlo di rabbia interiore in una silenziosa telepatica formula, presumibilmente magico-bio-metanica, che libera fulminea la tensione accumulata. Scocca la scintillona.
Zip, zap, stracciaboom
Vanes non capisce come la sua corteccia abbia potuto formulare una tale combinazione. Avverte solo che dopo averla pensata (dalla bocca non è uscita una sillaba) s’è liberato improvvisamente dall’odio, dalla frustrazione e dalla pesantezza accumulate nei giorni precedenti. Una specie di enorme peto della mente e dell’anima. La vomitata di una vita. Il rutto di un’esistenza, il grisou compresso di una miniera che sentitasi riempire da italiani merid- be’, vabbè.
L’impiegato cambia espressione, si irrigidisce cinereo sull’attenti, si inchina, sull'attenti, si inchina, sull'attenti, per le dieci volte previste dal Rituale di Corte:
«Il Vostro modulo è compiutamente esatto, Padrone. Anni che non ne ammiravo di questa eleganza. Mi si conceda l'onore di timbrarlo e riporlo nel cassetto dei procedimenti d’urgenza. Anzi Signore, guardi cosa facciamo: la ripongo sul mio altare. Pur non avendone i titoli, confido umilissimamente che nella Vostra infinita benevolenza vorrete perdonare questo Vostro povero, stanco servo: non avevo compreso quanto Vi stesse a cuore la questione. Ma poi ho compreso, ed ora Maestro consideratela pure cosa fatta».
«Bene, merda. E capo ha?» sorride Leonardo, per il puro gusto di infierire.
La cosa meridionala non risponde, si tira giù braghe e slippino color Juve, corre verso il distributore automatico di aranciate. In preda ad un’erezione immodesta, sudicia e francamente impiegatizia, con accenni di fimosi, infila la propria urlante isterìa nella bocca cromata da cui di solito escono le lattine. L’ordigno, non si appurerà mai in conformità a quale fisica, anziché emettere liquami cancerosi inizia a succhiare cose cancerosissime.
Nell’ufficio, popolato da impiegate abituate esclusivam. a commentare messinpieghe, autodeimariti e ferieaHurgada, si scatena un casino. Alcune urlano, una impallidisce, arrossisce, impallidisce, arrossisce come un semaforo a luci rosse, la visione della gioia taura le ha ridestato ardori hardcore. Le massaie, riunitesi in sabba per rinnovare la carta d’identità con foto di vent’anni prima, nella fuga fanno volare i sedani e cipolle della spesa sul pavimento del Municipio Municipale, rotolandoci sopra. Un unico, grande tìo bò di panico penieno scuote etere e bacheche.
L’ora e per sempre Leonardo il Vidimato torna a casa con un inconsapevole rictus di vittoria sul volto, e un forte cerchio alla testa.
S’interroga per giorni sull’accaduto, ma alla fine archivia il caso come crisi acuta da tabagismo. La nicotina, suppone, dalla punta delle dita sarà rimontata ed avrà fatto andare in pappa il cervello di quell’arrogante. Che verrà licenziato in tronco, giusta la scrittina sui fianchi dei pacchetti di MS: “Chi Fuma sul Lavoro se ne cerchi un altro. La Pazienza è Finita”.
Leonardo può tirare un respiro di sollievo: la sua richiesta di cambio nome, già finita nel cassetto 1/f, di competenza di un altro Ingranaggio (l’addetto ai timbri), per decreto n°14/ter del 12/12/12 non può essere respinta, in quanto già inoltrata dal funzionario impazzito.
Dopo qualche giorno Leonardo può rifare la carta d’identità, col nuovo nome.
Sotto la voce «Professione» ha fatto mettere Art Director. Gli piaceva molto anche stilista, ma art director gli pare più a livello.

A new life

Ribattezzato Ufficialmente e con Tutti I Benefici di Legge, Leonardo può ora dare il via alla seconda parte del Piano Regolatore per una Vita Migliore. Parecchio più Migliore.
Ripulito nel linguaggio e nella cultura dagli studi e dalle esperienze estere, evaporati sh sassuolese e  tìo bò, opera il salto verso la Grande Mela della Padania Sud: Bulagna. Città di cultura, fervida di studi, di politici solidali con le problematiche sociali. La Città delle 3T (Tunisini Troie Tossici), dei cantanti, della gnocca acconciata a V e dell’inghiotto. Le attrattive e le potenzialità non mancano. Sennò, che capitale sarebbe?
Leonardo, rinnegate le proprie origini contadinissime, ammaestrato dal Mondo, per dodici mesi suo complice e guida nell'indicargli Il Meglio, nell'indirizzarlo sulla Scelta Vincente, qualsiasi fosse il tipo di deviazioni con cui gli scarafaggi tentavano di distrarlo, ora odia la fabbrica, le teste a piastrella degli operai, Modena e i modenesi: che cosa c’è dunque di più giusto che andare a vivere nell’Acerrima Rivale, quella che alle cugine sceme, giustamente e sempre, rapisce le secchie?
Sarà per il nuovo alone di raffinatezza che lo circonda - porta maglioni col collo alto come i pappa della questura e occhialini con la montatura rettangolare uso Al Bano - sarà il coacervo di nozioni piluccate nell'anno di recherche vanesiana, sarà chissaché, ma Leonardo ha una di quelle botte di c.lo che capitano solo nei romanzi flippati. Prima di partire aveva letto un annuncio sul Calzino, ed aveva preso contatto con un’agenzia di comunicazione bulagnese, la G. O. A (Giovani Occidentali Arraffanti), in busca di Forze Nuove e Fresche da Inserire in Ns. Nuova Prestigiosa Sede. Al telefono si era spacciato per ardairector con lunga esperienza formativa nei migliori studi di São Paulo. Poi aveva alzato i tacchi, e se n'era scordato.
La buca della posta in un anno s'era riempita solo di mosche morte, e di un loro avviso-appuntamento per intervista.
La bott. di c. consiste nel fatto che, presentatosi a colloquio con dodici mesi di ritardo e sprovvisto di book, referenze, curriculum, pedegree e timori, senza alcun biglietto da visita, è riuscito ugualmente a far colpo su un paio d’arruolatrici coscia, incaricate di esaminare i candidati.
L’agenzia peraltro, giovane e motivata, esige circondarsi gente giovane e motivata e la tecnica giovane di Leonardo ha fatto impressione. Hanno apprezzato al giusto grado il suo modo performante d’approcciarli. Sbarcato in città senza una conchiglia in tasca Leonardo, cinico cavalcatore della propria inspiegabile fortuna, riesce persino a strappare un performante anticipo, col quale pagarsi l’affitto giapponese di un monolocale giapponese in Via Clavature, con water chimico su rotelle, da nascondere dietro il punto-cottura casomai arrivasse qualcuno. E' al terzo piano, sotto il piano stradale. Nella pulsantiera dell'ascensore il suo 3° è preceduto da un meno, ma Leo non la giudica una cosa negativa. Solo schifosa. Vuole volare alto, si rammenta, e questo è un inizio pietoso. Ma ho tempo. Datemi tempo, vedrete che roba.
L’agenzia, a due passi dalle Due Torri, è molto fashion, up e cool, ed è versatissima in slogan trendy e stronzy.
L’Ambiente Lavoro è un rospeto di fanciulle in minigonna e tacchi da polio, bulagnesi da 777 generazioni, e con queste premesse Leonardo fatica a costruirsi conoscenze intime; fatica così tanto che rinuncia subito. L’overdose di cultura aliena, fermentatagli nei sottosquadri del cervello durante il sabba sabbatico del pianeta, sta avendo effetti controproducenti sulla sua vita di relazione: Leo («Lenny», come lo hanno battezzato subito le cosce) è iper esigente, analizza i perché e i percome di tutto, critica ogni piccolo aspetto della vita d’ufficio, non è mai d'accordo su polpacci, depilazioni, rossetti e gnagnere, finché con suo sollievo non s’accorge che alla macchinetta del caffè è sempre da solo, a pisciare ci va sempre solo, nello stanzino delle fotocopie è sempre solo, nell’archivio è sempre solo, nel suo studiolo lo vengono a cercare solo se hanno bisogno, la bustapaga non gliela porta nessuna squinzia sgallettata e se la deve andare a prendere personalm. in amministraz.
 La Grande Realtà Universale, che ha appena finito di visitare e di studiare, senza star troppo lì a capirla, a petto delle micragnose realtà che ora lo attorniano l'ha reso parecchio insopportabile. Ciò è molto utile e producente secondo l’ottica comunicativa sposata dalla ditta ("Smembra il mondo, e arriveranno le dritte", "Odia il mondo, non accontentarti, scoprine le falle, sifonalo"), ma ostacola il resto.
Leonardo non riesce a capire che gusto ci sia nell’andare ogni giorno dopo il lavoro a prendere un aperitivo nei cafè più imbecilli, perché il sabato pomeriggio interi villaggi di bifolchi scendano in città ad intasare portici e leccare vetrine, che cosa siano tutti quei Mercedes targati Modena che girano impunemente, perché le adolescenti abbiano le facce, i capelli, il linguaggio, i chili di chiodi in faccia e le zeppe ai piedi che hanno.
Lui ha viaggiato col Fisico e con la Testa, non sopporta i Viaggiatori per Caso. Lui ha letto Vidal, Swift, Twain, Vonnegut, Scòzzari, non può trovare spiritoso Bergonzoni. Ha chiavato nelle favelas di Rio, e giù musica, ha ballato a merlo sbrindolone sui tetti di Puna, e giù musica, ha scoreggiato con le negre di Bahia, e giù musica: come può divertirsi nei ghetti estivi dalla titolazione furbetta, il Made in Bo, il Frigò? S'è divertito a tirar sassi ai ratti di Bombay, perché non può divertirsi a rifarlo qui, sui tunisini furbetti e gli albanesi a grappolo che li infestano? Eh? Eh?
Grande Mondo Lasciato contro piccolo mondo ritrovato, piccolo mondo tritato.
Odia zingari, meridionali, parlatori di calcio, calciatori, pubblicisti e pubblicitari, modenesi, ciclisti, ciclisti modenesi, ferraresi, giornali, giornali sportivi, travesti, cinesi, nordafricani, negri, romani, sindaco, veneti, slavi, le Langhe, il Partigiano Gionni e il Camerata Gianni, le vecchie bulagnesi con la spàisa, le auto di San Marino, il management col PC portatile, il telefono portatile, l'idiozia portatile. In pratica non sopporta nulla. Sono infinite le cose che odia, pochissime quelle che ama: il ragù, le donne se stanno zitte, i film belli se stanno zitti tutti, le zoccole se ridono e stanno calme, le mamme ai Giardini Margherita se il cinno non strilla, il basket giocato, il viaggio viaggiato e le brasiliane brasilianate. Non che quest’ultima sia una specialità praticabile a Bulagna, però i bei ricordi sono difficili da dimenticare, soprattutto se giri sotto il Pavaglione all'ora delle serve (h 7,30 - 7,29).
Il Giro del Mondo gli ha mangiato l'Amore, se mai l'ha avuto. Era partito bambino cretino ma assetato e disponibilissimo, ed ora che ha bevuto, che s'è sborniato, il confronto tra il Moltissimo del Pianeta e il sottozero bulagnese gli ha agghiacciato cuore ed anima, l'ha trasformato in Mostro Indisponibile. L'Isterico Terminale a Metano è tra voi, tremate, merde.
Non è detto che se ne sia accorto, non è detto che possa guarirne. Grossissima fregatura, soprattutto se si pensa che ad un isterico le ragioni dell’altro non interessano nemmeno quando ci sono.
La Grande Febbre ha un’impennata quando al terzo stipendio riesce a comprarsi un computer. Tentando una sorta di bis, un piccolo Giro del Mondo sciocco, illusorio e velenoso di nostalgie, si chiude a riccio su Internet, che trova subito identico al gabinetto delle piastrellaie e alla messaggistica che vi deponeva.
Scopre che la gente lì dentro è com'era lui là dentro, e cerca di dirglielo sparando raffiche di "Io mi sono migliorato ma voi no, merde((. Che cosa ve lo impedisce, merde(((", flames che spedisce via e-mail in piena notte a tutti, specialmente e senza alcun motivo a Shiva e Cariddi, un sito-fanzine a bassissimo tasso di consultazione, visitato da quindici persone a trimestre. Peraltro la frustrazione per un provider che non provvede, che gli chiede solo soldi e che gli chiude il collegamento a metà delle sue flippate, che lo fa aspettare ore prima di ridargli l’ok, quando non lo fa andare in crash, non migliora le sue sindromi. Le peggiora.
Lascia scadere l'abbonamento tin (Dove stiamo fermi oggi?), versa una tazza di te nel computer acceso. Poi un'altra, per spegnere le fiamme. Sdegnoso, cestina i solleciti e le raccomandate dell’amministratore del condominio, che vuol sapere da lui per iscritto i motivi che l’hanno spinto a fulminare il palazzo, non sapeva che al quinto piano c’era uno nel polmone d’acciaio?
Frequenta pochissime persone, scelte dopo vagli maniacali: come pronunciano la S, dite ceci, che film guardano, che musica ascoltano, che cosa indossano quando vanno in bicicletta, perché ci vanno, se mangiano o non mangiano i pop-corn al cinema, che tipo di coltello userebbero sulla Pausini, e da quale meato inizierebbero. E lo fareste in pubblico o in cantina? In cantina? Interessante. Ed esattamente, perché in cantina? Ditelo pure con parole vostre. Sentite, state fermi coi piedi. Spegnete quelle sigarette, dove credete di essere. Chi vi ha detto di alzarvi.
La sua cerchia di amici (conoscenti) è limitata ad una miniserie di pensatori da salotto sterili e giallastri, con annosi deficit d'alcova. É affezionato, forse qualcosina in più, solo ai grumi di yoghurt bulgaricus dal dolce sapore di rigurgito infantile che ha imparato a comprarsi in farmacia: ci parla, dice cocchini, gli dà fastidio buttarli e ormai nella vasca accudisce sedici chili di neonati che nessuno nei palazzi attorno ha voluto adottare e che reclamano latte intero ogni minuto e che gorgogliano e bollono come l’acido del suo stomaco.
Eppure Bulagna è una città giovane, piena di giovani, di voglia di vivere, di etnie, di culture.
Troppe, per Leonardo.
Le nevrosi, col passare del tempo, aumentano.
Passa le giornate a odiare: i polacchi ai semafori, che ormai cercano di lavare i vetri anche agli autobus, gli adolescenti che negli autobus si piazzano davanti all'uscita, le spade sparse dappertutto, specie in fondo agli autobus, il traffico strangolato dagli autobus, gli assessori al traffico che versano i soldi dei parchimetri alla Bosnia, i tossici, i pusher, i motorini parcheggiati sotto i portici, e i cani che cagano sotto i portici, e i barboni che dormono sotto i portici, e i ladri di biciclette, e quelli che gliele comprano, soprattutto se sotto i portici dell’Università.
L’unica cosa positiva che si poteva sostenere di Sassuolo, oltre alla Torta Barozzi alla cioccolata e al Palazzo Ducale, era che i portici non c’erano.
I portici, bisogna sottolinearlo, così come vengono usati non gli piacciono granché.

Dopo l’happening all’anagrafe di Sassuolo Leonardo non ha avuto altre dimostrazioni del proprio Potere, perché non è più arrivato ad arrabbiarsi tanto.
Conoscendosi però, e per tenere a bada l’odio che lo tormenta sottile e pungente ogni minuto del giorno, ed impedirgli di conflagrare come uno zeppelin e rovinargli l'à plomb, ha adottato quasi subito una serie di accorte tecniche di breakdown survival: per esempio è un po' che si porta dietro un astuccino, simile a quelli per i sigari o per le capsule di cianuro, contenente tre fialette di polvere pruriginosa (il tre è stato deciso in quanto rituale e cabalistico). Lo tiene pronto in un taschino per caricatore di Uzi sulla manica sx del giubbotto di surplus israeliano, sua mise d'elezione quando va a spasso.
Di polvere ne ha comperata un’intera damigiana durante l’ultimo carnevale, e ricarica le fialette con un imbuto subito dopo che ha avuto occasione di svuotarle sul collo di qualcuno.
Esasperato per essere stato disturbato in troppe occasioni da troppi commenti o troppi scuotimenti di ginocchia troppo grosse e troppo irrequiete tra file troppo fitte di poltroncine, ha inaugurato il suo 3PVP (Triplo Piccolo Vendicatore di Papà) al Cinema Rialto, durante la proiezione di Clerks, film che aveva letto esser stato costruito attorno a dialoghi folgoranti, intelligenti e rapidi, che ha approvato appena entrato e sedutosi, e per sezionare i quali ha prescritto silenzio assoluto e concentrazione massima di chiunque nel raggio di 150 metri da lui. Anzi, per favore, alzatevi e uscite tutti. Quando ho finito vi chiamo.
Nella fila davanti a lui gli si sono piazzate due adolescenti marcianti a risolini striduli, finite lì chissà perché. Perché, perché, perché? Eh? PERCHÉ? Chissà.
Ogni episodietto della pellicola è introdotto da un breve titolo. A «Catarsi» le idiotine emettono una risata scrosciante. Hanno trovato un’analogia tra "Catarsi", "catarri" e «calarsi».
«Ma cosa vuol dire?» fa una.
L'altra afferma, con assoluta padronanza di se':
«Significa essere arrivati in fondo, al punto di rottura. Non lo sssai?».
Luci viola e comete dorate e diagonali rosse si esibiscono elettriche per Leonardo, nonostante il bel bianco e nero sullo schermo. La mano gli parte in automatico, non ci pensa due volte. In una frazione di secondo vuota l'intero 3PVP sul collo della saputella: è buio e nessuno vede.
S'accende la grattarola. La vittima, tarantolata, s'agita convulsamente sulla sedia, si graffia a sangue, riccioli di pelle sgorgano di sotto le unghie, coi vicini che s’incazzano per i guaiti e il terremoto delle poltroncine.
La ragazzina corre disperata nei bagni a ficcare sotto i rubinetti la nuca, prugna come i tendaggi della sala. L'amica rimane di marmo al proprio posto, cosa le sarà venuto a Lorena di lavarsi il collo, non lo fa mai, proprio adesso? Non pensa che usciranno ancora insieme.
Lennie, sarebbe ingiusto nasconderlo, ha una specie di orgasmo. Il ballo di San Vito al pepe verde gli avrà fatto perdere un 6% di battute, ma vuoi mettere? Il godimento interiore è all’apice, la vendetta soddisfatta, la dignità del regista salva, i soldi del biglietto spesi bene. Tra l'altro il sacrificio di doversi rivedere un'altra volta il film dall'inizio non gli pesa. I film lui li vede sempre due volte. Come dire, un abituè della doppia.

Cerchinlega

Le performanti campagne parolaie di Leo, sostanziate da un odio sotterraneo che i suoi datori di lavoro probabilmente giudicherebbero "sovradimensionato rispetto alle finalità assegnate, e da ricondurre in un alveo più consono", se solo ne sospettassero la pericolosità, procura all'agenzia fior di contratti, e tra brindisi e cosce occhiolineggianti Lenny viene promosso al piano -1° di uno stabile di Via Belle Arti.
Potrebbe essere l'inizio di una più pacata felicità esistenziale, ma Leo è Leo.
Che cosa voglia dal mondo comincia a non essergli più tanto chiaro; gli è chiaro solo che non tollera niente, a cominciare dal vocabolo “pacato”.
I barbùn e i loro cani che tutti assieme appassionatamente si pisciano e cagano addosso sotto i portici del teatro Comunale; le pellicce che vanno alle prime del Comunale; le zingare che leggono la mano e i tuoi dati della patente, dopo che ti hanno letto tutto il portafogli; i giovani paglia e fieno carichi la faccia di ferramenta assortite; i pusher di tutto il Maghreb; i tossici che si riforniscono dai suddetti; i pusher tossici che rivendono bici rubate agli ex proprietari sotto gli occhi vigili dei poliziotti; i venditori d’incensi e di artigianato etnico; le affittacamere ingorde che al cm X minuto affittano le loro cantine a strati su strati su strati di pericolosi boscimani; i motorini, chi li guida, chi li ruba, chi li parcheggia sotto i portici; le matricole imbecilli; i banchetti dei Cattolici Popolari per riorientare le matricole imbecilli; i ritentativi autonomi di ridare vita a occupazioni e vetrine ridisintegrate; la Pantera; le pantere degli sbirri cannibali; i goliardi che fanno i goliardi; i professori che danno trenta solo alle minigonne che riescono a guzzarsi; i leccesi col Kolf bianco al decimo anno fuori corso; i leccesi col Kolf bianco regolarmente iscritti; i quintali d’immondizie sparsi in ogni dove; i tentativi della Vitale Amministrazione Comunale (VAC) di rivitalizzare la zona universitaria; i tentativi della VAC di estendere a macchia d'olio la Zona Universitaria, acquisendo, deportando, sventrando; i tentativi della VAC di aprire Una, Cento, Mille Stazioni Centrali, per sommergere Bulagna sotto altri centomilamiliardi di tonnellate di feccia aliena. Affamata. Discutitrice. Sovvertitora. Vitale. VAC! PORC!
Leonardo ha preso una piega francamente nazistoide, ed il brutto è che ride a gola spiegata quando ci pensa.
È un avido lettore delle colonne del Resto del Calzino dedicate alle lotte dei cittadini contro il degrado urbano. Titoli come “Mamme linciano spacciatore all'interno del Liceo Fermi Enrico”, o “Serve più polizia”, o “Più pulizia per le serve” gli piacciono molto. Ogni tanto scrive lettere piene di Indignazione Civica, firmandole Esercente Al Limite, e qualcuna tra le meno velenose gliel’hanno pure pubblicata, tagliata nei passaggi problematici.
Ma il suo astio prima che politico è frutto di una frana psichica progressiva, molto personale.
Giorno dopo giorno Leonardo focalizza sempre meglio il proprio odio su target precisi, ricorrenti cliché di una realtà che lo fa svenire di rabbia. Contro i nemici della Cultura, in una città così colta, Lenny consegna all’aere enormi quantità di polverina. Ma è una fatica improba: in certe occasioni la sua volontà è soverchiata, i colli bisognerebbe segarli; in altre lo spargimento sui target meritevoli è tecnicamente irrealizzabile; il più delle volte il nemico lo stanga talmente alla sprovvista che cincischia con le mani, comincia a tremare di rabbia per la propria inadeguatezza e finisce col versarsi addosso l'intero 3PVP. Sotto la camicia di popeline è un'arlecchinata di croste e bolle, ognuna in grado di ricordargli alla perfezione per quali motivi s’imbestialì tanto.
Brucia per le auto parcheggiate a cazzo - specie le Kolf bianche targate Modena, Macerata o Foggia, o se sono Kolf bianche di Brescia, San Marino, Perugia. Se le Kolf poi sono nere preferisce tornare a casa subito, qualcuno potrebbe farsi male. Solo i tedeschi possono concepire una cosa così t- triviale, incapaci di ogni concetto di grandezza, mormora Leo prima di guardarsi attorno e scaracchiare un lumino giallo sul parabrezza, lato conducente, par excellence l’antidoto contro tutti i tedeschi. Solo gli italiani possono comprarne tante e incollare su tutte lo scudetto della Ferrari, si dice mentre s'asciuga con la manica; non esiste per lui differenza tra lacrime e sputi, quando pensa in italiano. Se cerca un’immagine per il Ribrezzum trova solo Lorna Pausini che gli sorride mentre parcheggia sulle strisce una Kolf nera scudettata.
Un’escalation è ormai imprescindibile. Non trova armi consone, non saprebbe come procurarsi uno Stealth B-2 caricato a grattarola, il suo 3PVP lo fa sentire, mmm, sottodimensionato e ciò lo fa soffrire. Soffrire e soffriggere.
Al pari di ogni minidotato della terra, arde confrontarsi con culi da spaccare.
Una mattina, uscendo dal portone, oltre a scavalcare un tossico che s’è vomitato addosso gesù, un piccione spelacchio che gozzoviglia su quella generosità ai pezzetti gialli, un materasso con due persone luminose di muffa putrefica, quattro biciclette lucchettate, e due altri piccioni zoppi che scopano contenti, si trova a dover scalare una Kolf bianca parcheggiata praticamente in verticale sotto il portico. Targata Brescia.
Bava, bestemmie talmente proterve e antiche che Giove si sveglia, e chiede chi ha suonato. Sul sensorio leonardico cala un'abat jour, che l'ottunde di luce blu.
Raspìo, formicolìo, tremolìo, vammazzoìo. Leo l'eroe mastica e rimastica il bolo amaro rifiottatogli dall'abomaso, seguendo una terapia zen per il controllo dell'ira e per l’armonia con Yahvè, Manitù, Tiramolla, Gambadilegno, la natura e il prossimo, se non è di Lombardia o calabria.
Tuttavia, dopo un'aspra giornata di lavoro sacrificata a dirimere se una campagna pubblicitaria di Comunicazione Socialissima andasse impostata sullo slogan Per essere giovani servono sinergie o su Per essere sinergici bisogna essere servi giovani (il primo l'ha spuntata alla monetina), Leonardo non resiste al secondo attacco personale.
Mentre è lì che spara gesti da facchino contro chi gli impedisce da un quarto d’ora buono di attraversare via dei Mille sulle strisce, arriva sgommando una Mercedes arancione. Sicura di se’ compie una stridula inversione a Z sulle zebre e vi si parcheggia a cavallo, praticamente schiacciandogli i piedi.
La targa è MO, al volante c’è un orango con boccoli neri, catene e anelli e bracciali d’oro alla schiava, Rayban anni Settanta fumè califani, cellulare tra spalla e orecchio, camicia a righe con boccoli di pelo toracico, denti fumè, tanto enormi da essere pressoché toracici pure essi. Mentre scende dall’auto, preceduto da stivali di pitone plasticato e calzini bianchi, Leonardo fa in tempo ad annotarsi l'arredamento, altrimenti invisibile a causa dei vetri fumè.
Sul cruscotto e sul pianale posteriore giace priva di vita ma sorridente un’intera cartoleria di pupazzi di pelùs. Poi centinaia di arbrerelli magìques. Poi decine di Papi non Correre e Gino non Chiavare Fuori Casa e Gino non chiavare. Sul sedile un salva emorroidi in palline di legno made in Senegal. A santificare l'ambiente una nevicata di santini di Padre Pio con le mani bucate, che però con la sua ridicola storia di violette è chiaramente in difficoltà con l’eucalipto di sintesi degli arbrerelli.
Esternamente l'auto è abbellita da costosissimi copricerchi in lega di vinilbachelite, status symbol che Leonardo conosce molto bene. Nella sua terra d’origine tutti ambiscono ad averli, soprattutto gli Ape Car.
Un nemico noto.
«Nnon mi ha visto?», chiede all’orco.
«Mo cosha vuole? Non vede che shto parlando, tìo bò?» risponde Cro-Magnon, che non ha mai smesso di telefonare.
Vvvene tese, a-arterie tese, muscoli tesissimi. Amaro in bocca e occhi iniettati da marmellate acide. Scocca l’arco voltaico.
Zip, zap, stracciaboom
Le gomme esplodono, inclusa quella di scorta. I cerchi in italplastic trasmutano in ghisa da caldaie, audacemente verdulei, mentre la tinta dell'auto rimane arancione. Tanto, peggio di così, si può solo essere questurini con lo scolo.
Sulle portiere appare la scritta DARIX TOGNI STUNT KAZ , in un sobrio giallo day glow. Sul vetro posteriore fumé una scritta, spruzzata con una bomboletta di crema da barba alla menta: SGUAZZA L’OCA. La gente si ferma.
«Tognini, eh? Dopo i modelli che ammazzano le alci non sanno più cosa inventare», commenta uno.
Darix, alzatisi sulla fronte i califani per meglio credere ai propri occhi, sbrocca in una serie ripetitiva di Tìobòtìobòtìobò. Paralizzato dall'orrore, coi suoi ociazzi a uova fritte impiega parecchio a percepire che il cellulare gli è finito in un tombino. Come se ne rende conto parte una seconda salve di bestemmie. E una terza. E una quarta. Uguali alla prima. E, numero finale repellente, inizia a strapparsi i riccioni del petto, che vengono via con strooosh e ssciuoookk e frrrrrrrììp, portandosi dietro larghe pezze stracciate di derma e grasso. Poi crolla a terra, forma un arco isterico parossistico, percuote l'asfalto coi talloni e la nuca. Uno schifo tremendo, e infatti una signorina obbediente gli vomita in faccia, poi scoppia in pianto e dice scusate ma io, scusate ma lui, io, lui, noi, bll blluuoòrk.
A Leonardo la testa girerà e pulserà per tutto il resto della giornata. Un piacevole pulsare, che nemmeno trentasei gocce di Novalgina varranno ad amareggiare. Nei brevi intervalli in cui il dolore pare affievolirsi, Leo ridacchia.
Darix.
Chettesta di cazzox.

Standing on a beach

Al termine di due settimane di lavoro (gli slogan giovani gli hanno dissanguato le sinergie), Leonardo decide di fare un saltino a Rimini, per prendere un po’ di sole, rilassarsi, darsi una frenata. Frenare o franare. Ehi, forte, questa me la devo se - aaah, basta. Al mare, al mare.
Ricorda con gioia e tenerezza le rare occasioni in cui piccolino arrivava in spiaggia con la famiglia, coi nonni secchi pallidi e i secchielli e le palette viola, le pesche gialle alla sabbia, le palline di plastica coi ciclisti e le sogliole di plastica impanata della pensione. Era tutto molto bello. Sono queste le rimembranze che l’hanno convinto alla rentrè, oltre alla vaga speranza di ritrovare quel bambino che gli rubava sempre la raccolta di noccioli di pesca dal secchiello.
Aborrisce il concetto di spiaggia «privata». La sabbia deve potersi posare sulla frutta di chiunque voglia pasteggiare sotto le tende, negli occhietti di tutti i bimbi, e i lettini privè sono un lucroso business sul quale bisognerebbe veramente aprire un'inchiesta parlamentare. Al riguardo anzi ha già pronta la bozza da sottoporre al Calzino, deve solo rifinire alcuni punti.
A Leonardo, che da sempre stima San Francesco, lo considera un eccellente santo, piace molto il contatto con la Madre Terra, perciò ama, vuole, deve stendersi su un asciugamano, senza per questo dover sponsorizzare ai vari Floris e Villiam e Primo, perennemente abbronzati, gli occhiali neri e le piadine firmate e la palestra e le bandane bagnine.
Ormai è diventato un fighetto - la Cultura di cui è Portatore Sanissimo gli ha fatto snobisticamente prendere le distanze dal popolame - ma al tempo stesso ha la certezza di essere favolosamente libero di decidere il come, il dove e il perché di ogni cosa. Con l’intera costa pronta a servirlo, dunque, non può che scegliersi la porziuncola d’arenile prospiciente il Grandessum Hotel. Fellini, lusso, privacy, pochi felloni, personale di spiaggia laureato ad Harvard. Cose così.
Il problema è che ha deciso di farsi percuotere da Nostalgie e Riminiscenze in piena stagione turistica, e la spiaggia è zuppa di celluliti, topless vergognosi, pakistani con tappeti di Prato, depilazioni suppuranti, facce italiane.
Armato di telo da spiaggia Leonardo arriva al bagno Grandessum Hotel dopo aver parcheggiato a quindici chilometri dalla spiaggia. Già è bel nervosetto - la camminata gli ha fatto diventare violaceo l’interno coscia - e trasecola quando vede ciò che vede.
I bagnini ogni anno il governo ci aumenta i balzelli, vigliaca madona, perciò si sono visti costretti a rinegoziare col Demanio la maggiorazione dell’estensione di territorio di loro spettanza usufruibile, e ad innalzare una nuova palizzata di rete arancione da cantiere sul bagnasciuga, separando i Bagni a Pagamento (lettini Giugiaro, poca gente ma assai giugiara, ambiente privé) dal brodo gratis (trippa ammassata, fese lardose, strani odori, brutti colori). Tra le due zone una stretta lingua di sabbia pesta e strapesta, la cui larghezza media - un metro scarso - stagione dopo stagione si restringe a sfavore del popolo manmano avanza la marea degli obblighi di legge, dei permessi e delle concessioni e delle tasse.
Complicato descrivere, insopportabile visitare; cani e porci e mamme obese. Poi nonni che giocano a bocce, venditori senegalesi d’accendini e avori plasticati, venditori salernitani di Coccobello, magre vulve con capezzoli disomogenei, montoni romagnoli a caccia di russe, russe a caccia di montoni, guanti dell’amore ancora bagnati di performàns, siringhe ancora bagnate, porci, cani, obesi con mammelle. Scontri, scavalchi, stratifiche, annodamenti, chiassi, marmellate, rimescoli in un vorticoso koyaanisqatsi da suburra, sudato e molliccio.
La Capitaneria di Porto in questa terra di nessuno ha trovato opportuno rizzare ogni 15 metri cartelli irti di editti, ripetuti nelle lingue della Romagna: crucco, russo, pesarese, e quest’anno, tra i soliti divieti, giocare a palla, dormire in spiaggia, defecare in spiaggia, atti contrari alla decenza in spiaggia, morire di pera in spiaggia prima delle 22, vendere tappeti, accendini e cocchibelli, arruolare/linciare extracomunitari, spicca una nuova proibizione, preceduta dal simbolo del divieto di sosta:
“A Chi di Interesse: è espressamente fatto divieto tassativo ai Sigg. Bagnanti di sostare a qls. titolo nella fascia demaniale delimitata adibita esclusivamente al transito dei suesposti Sigg. Bagnanti. Coloro i quali dalle: alle: verranno ivi sorpresi a distendersi con mezzi suoi propri sull’arenile incorrerà nelle sanzioni previste a sensi dell’Art. 16/b comma 5 e successivi del vigente C.P. in vigore qui da noi”. Di traverso uno spiritoso ha ritenuto opportuno aggiungere a pennarello ACTUNG MINE!, ma il sole ha quasi cancellato quel pessimo tedesco.
Divieto di sosta? Transito? Comma Penale Successivo?
Ivi?
«Senta, scusi, se voglio semplicemente stendere il telo dove posso andare?», strilla ad un bagnino in posa plastica, al di là della striscia rossa. Molto, molto distante da lui.
«Ciò, burdèl. La spiaggia libera è più in là ». Tarzan è seccato di dover aprire la bocca senza L’Adeguato Compenso. Indica vagamente col mento una linea all’orizzonte, situata più o meno tra il porto canale e la Yugoslavia.
Cavolo. Allora era quella la spiaggia libera.
Leonardo, tuttora tenero di ricordi infantili, quando tutti andavano dappertutto e dapperdove, e il lettino lo noleggiavano solo i padroncini ricchi con la Rossa, ha i masseteri cianotici. Nella sua quindici chilometri dal parcheggio al mare aveva in effetti intravisto un tratto di sabbia attiguo al canale, ma gli era sembrato tutto fuorché una spiaggia: acqua schiumosa e algosa, una lardosa che faceva il bucato sotto la doccia, una gara di volley con dj urlanti idiozie al megafono, pubblicità delle discoteche più, annunci di Luigini persi con pantaloncini azzurri e lauta ricompensa solo se pantaloncini intonsi all’atto della restituzione, coatti con lo stereo a manetta, una toilette apparentemente pubblica ma chiusa sprangata, tutte le immondizie provenienti a cluster dai Balcani noiosamente in fiamme.
Leonardo è un lavoratore integrato nella società, porta a casa uno stipendio, è un costruttore di Culture e Tendenze. Quindi questa volta può permettersi di noleggiare il maledetto lettino. Mai come adesso è stato tanto contento d’aver saltato il fosso: si scopre d’accordo coi cartelli vietativi, e comunica ai masseteri, ora masseteri di Ricco, che possono rilassarsi, è finito il Tempo dell’Abominio, si gioca nell’altra squadra, vedete di ricordarvelo e di contrarvi cianoticamente solo su mia indicazione scritta. Cretini.
Il bagno del Grandessum Hotel è deserto, ma in maniera exclusive. Non c’è posto migliore.
«Quant’è un lettino, Sig. Bagnino?»
«Zinquantamile prima ora, idem successive, più il mio disturbo», riemerge Delmo da sotto le lenti nere, schifato. La faccenda del «bagnino» al bagnino non va mai giù, mai. Si sente, è un «Operatore Estivo», un «Esercente Balneare». Gli è costata fatica strappare al comune un Diploma con in cima quelle Parole, e così gli si dovrebbero rivolgere tutti, ma la clientela è ignorante, cazzo vuoi farci. Delmo è un filosofo.
Leonardo sceglie il posticino più lontano da bagnanti, camerieri, cani lupo anti vù cumprà, e vuole che la linea rossa di plastica che verso Est lo separa dall’inelegante e chiassoso mondo prolet sparisca nel tremolìo della calura.
Stende il telo, orienta lo sdraio verso la padella del sole, e nel giro di un secondo e mezzo si addormenta, felice della vita e dello scrigno di gioie che, ogni tanto, la cinquantamila può schiudere.
Delmo, sedizenne palestré che stagionalmente fa vedere l’interno delle cabine e dei propri bermudi alle Sigg. Clienti e mette da parte un po’ di baiocchi per mantenere l’abbronzatura, non è però una cima, sennò sarebbe art director. Dopo qualche minuto, infatti, quando ormai Leonardo è in catalessi fritta, gli piazza di fianco una bella signorina di Ferrara, pensando addirittura di fargli un favore.
«È tutto solo, la gradirà senz’altro», si dice. Lui ormai di carne di Ferrara ne ha tritata un bel po’, e oggi si sente magnanimo. Vuole lasciare anche al prossimo un po’ di briciole, potrebbero giovarsene le mance.
La ferrarese non è per nulla da buttare. Corpo scultoreo, abbronzatura da melanoma, labbri a taglio di coltello ma dipinti di rosa sciòkking, microtanga leopardato, possenti mammelle forate da crocefissi capezzolari in iridio, lunghi capelli verde inglese annodati alla boscimana, occhiali da ciclista a specchio ma con montatura d’oro, poche smagliature attorno all’ombelico abitato da un teschietto in argento, il Giglio delle puttane francesi alla corte di Gigi XV tatuato sulla scapola destra, espressione severa nei confronti di tutto ciò che la circonda. Per far risaltare il tatuaggio di una rosa senza spine che le striscia fuori dal tanghino provenendo chissà da dove, l’inguine è stato rasato di fresco, ed é identico alla pelle di un pollo, probabilmente con lo stesso sapore. Per essere unto é unto, sa lei di cosa. All’interno della caviglia sinistra il tatuaggio clù: un numero di serie, e la scritta SI APRE A COMANDO, E CHI COMANDA É NAZZA. FIRMATO: NAZZA
Non appena la carne stende il telo (anche questo leopardato), le trilla il telefonino. Sembra un carillon natalizio e Leonardo si sveglia di soprassalto, convinto di aver acceso Windows ( e di dover produrre un nuovo slogan giovane.
«Ziao, Katiuscina, come stai, sei tu? Na, sano pena rivatadesso. Na, sano sola. Nazzareno è rimasta nalbergo, dopo la festa di stanotte. Poverazzio, è a pezzi, dopo tutta quella fecola, eppoi odial sole. Seeeeffigurati, vampiro, magara, il mio sapore non gli piacce, a quel semone. Seee, zzerano tutti: Ellio, la Murena, la Debbbora, Macs, la Zamanta, Shoraia, Gyanny, e poi quel cubano chinsegna la zalza... Come zi chiama. Sé, Paco. Discreto pacco anche, ah ah aha aha ah ah. Aaah Ah Ah Ah. Nooo che non glielo ripeti a Nazza, brutta sema, sei matta. Ieri? Zono stata dalla Zenny per lo siampo. Massì, sì, tuttol zorno, madonnina, té lo sai quanté lenta».
La carne non parla. Urla.
Sarà la prima e ultima importantissima telefonata di questo genere disposta a ricevere, Leonardo si mente spudoratamente, seguace di una terapia zen autoimposta e autoinventata proprio adesso.
Purtroppo però Sciàron (il nome della carne; ne è messo al corrente alla quinta comunicazione via cellulare: «Si stazira nin mitto quello spizzitino liopardato cò nculato nviale Ziccarini nin mi chiamo piò Sciàron, tlò zuro sulla panza del canguro») ha una vita di relazione parossistica, e per ore, ore, ore riceve chiamate d’emergenza ed invia appelli d’importanza vitale per la Nazione alla Monia, alla Vania, alla Lorena, alla Beba, alla Biba e alla Bimba. Un utentico frizzanti Ministiro delle Scorezze.
Leo è alle schiume. Gli sguardi da squartatore pazzo che ad ogni squillo saetta al tanga, implorando pietà per i giusti della terra, pietà per me, amorino, vuoi? le rimbalzano sul pube muscolato e cadono, insabbiandosi. Perché non spegne quel cellulare sguaiato?
Regolarmente, ogni volta che riesce a riaddormentarsi, il telefonino gli uncina timpani e fegato. Capire Sisifo.
Driiin, Plimplon, Dindan, Tuiiiith, Blimblam.
«Seee... Eeei, ziiaaao Monia dovi zei. Be, chi fai ozzi Ciccia?».
Leonardo s’alza di scatto a novanta gradi, come se un commissario gli avesse sparato un sacco di sabbia nello stomaco. Si deve sorbire quest’altro monologo imbecille, da cui però ricava un particolare importante: Ziiaaao Monia è la miglior amica della carne.
L’odio innesta il processo chimico che porta all’ebollizione del Corno d’Ammone.
Al quarto Allora Ciccia Te Chiffai Ozzi, Leonardo, un bolo fosforescente a strisce rosse di acidi gastrici, molla l’ancora. La Tolleranza è a Zero. Il mantra saetta da solo, sa la strada.
Zip, zap, stracciaboom
Il volume del telefonino di colpo si alza mostruosamente, e tutti possono sentire. Una ribalda conversazione è filodiffusa vivavoce via altoparlanti lungo tutto il litorale, dal Po di Gnocca fin giù a Marotta.
«Ahrf, Aaahrf. Eeeefforza Nazza, spakkami tuttil giiiiesùkkristoh, strànz, cosaspetti, ddai col ppùgno».
«Anf, anf, gorgle Monia, stupida troia, murfe, sputaci in vetta se vuoi che te lo sgnacchi nel tondo».
I vicini, i bagnini fellini e il popolo di là dalla cortina di ferro improvvisamente si fermano. Osservano in silenzio la telefonista.
La spiaggia non è mai stata così silenziosa, é il sei gennaio.
Lo scaraccio lubrificatore rimbomba, una cannonata che nemmeno nel Kossovo. Qualcuno lontanissimo ride, la storia del tondo gli mancava.
Carne è bianca, la faccia seghettata da rughe da stupore, gli occhiali le smontano dal naso, passavano da lì, non sono con lei, chi cazzo la conosce a questa. Le gambe non la tengono, e crolla sul lettino abbattuta dalla vergogna. Ogni tanto un sussulto, brevi contrazioni corticali, ininfluenti, tipo manzo giustiziato dal chiodo.
Il marito era così stanco, ma così stanco, che sta ricalibrando a braccio il sifone della sua migliore amica. Nella sua camera d’hotel. Sul suo letto. Coi suoi attrezzi amorini. La sua ciccia.
Per filodiffusione. In tutta la Romagna. E anche più giù.

Un gabbiano stride alto nel blu.

Il vento scrive sulla sabbia.

La risacca è coperta dagli immondi sciaguattii di Nazza che in coca incanna e impazza. Dopunpò, dopunpò, ma dopun gran belpò, Monia rompe in guaiti disperati, è in secca fumigante, seccati i sughi, finiti i muchi, spurgati i mocci della muciacia, strinate le mucose della mucca. Raschi accaponanti, pane secco strisciato sul muro di un carcere, vecchio duetempi kavasachi grippato sul rettifilo della Piratella, aggricciano i denti degli ascoltatori. Nazza sghignazza, vuol vedere se la paglia secca prende fuoco tipo gli indiani con le praterie, o se sono solo storie.
Passano lentissime le mezze ore.
Nazza raschia, guzza, sguazza, sgnacca e sciaguatta, con ritmo coglionare conigliesco, ingordo e violento, una chiavata non è un pranzo di gala, se poi abbiamo invitato pure la coca stiamo freschi. Che gli frega a lui delle mezze ore, l’ì - l’importante è ridere e sborrarle nel culo, come fanno gli indiani con le praterie e come fa lui quando riesce a condirsi la canappia con roba di primissima. Non bisogna avere fretta però.
Carne si riscuote, infine, e guardandosi intorno per vedere se qualcuno la osserva (be’, tutti), disperata insabbia il telefonino.
Cretinata, ovviamente. Le spanciate dei due sciacqueranno gli altoparlanti per l'intera giornata, assieme a maschi arrì! arrì! di presa possesso vittima e femminei uggiolii di terrore\sottomissione, nonostante i tentativi dei bagnini più Moralmente Allineati di spegnere quelle macchine sataniche con tutti quei versi satanici e preservare la purezza uditiva dei Luigini, ora sì Perduti. Prima solo persi.
Sciàron si rifugia nella prima gabina aperta, e i pompieri la tireranno fuori in seconda serata, un atto dovuto perché a quell’ora è vietato tagliarsi i polsi in spiaggia. Molti le chiedono se ami ancora Nazza. Un ufficiale la invita a tornare a casa, suo marito s'è sfogato signora, non sarà pericoloso per un po', anzi guardi, qui c’é del linimento. Magari vi divertite.
Leonardo è in fattanza d’Oro per un’overdose di Gioia.
La cinquantamila e successive sono state spese benissimo, e chi se ne frega se bisogna investirne altrettante in optalidon.

ATC

Leonardo ha avuto rapporti conflittuali con gli autobus fin da bambino, quando coi suoi veniva a trovare gli zii che abitavano nella capitale, Bulagna.
Dalla stazione il clan dei sassuolesi doveva arrivare su in Via Warthema, perciò ricorda bene quei mastodonti rumorosi. Erano verdi, e per cinquanta lire il bigliettaio sul trespolino, impressionante per quel ditalone di gomma rossa che gli raddoppiava il pollice, si esibiva nell'Urlata: «SERRARE AVANTI MANMANO SENDONO!». Ogni tanto il Re trillava un campanellino all'Autista Laggiù, per segnalargli di aspettare un attimo a partire, bisognava liberare un vecchio incastrato nelle portiere. Che risate, allora, di Vanes! Che bestemmie, allora, dell'Autista al vecchio. Era in quelle occasioni che il piccolo rinnovava e arricchiva il proprio vocabolario, e per settimane gli amici notavano ammirati: «Shei stà a Bulagna!».
La fronte degli autobus di tutte le linee si riempiva di bandierine cornute ad ogni Commemorazione dei Partigiani, in pratica ad ogni partigiano, in pratica tutti i giorni. Al loro interno verdino gli odori di gasolio americano, Segafredo e ascelle si amalgamavano in una vertigine piuttosto hard ma non da rigettare in toto. Ricorda quanto i controllori fossero carogne e gli autisti zoccoli, ma duri e comunisti. Ricorda che si chiedeva perché non avessero anch'essi le loro brave bandierine sulla fronte. Che divertimento, raccogliere sotto i sedili i mazzettini esauriti dei biglietti e poi consegnarli a Vuppel, il fratello dalle mani fatate, per farsi disegnare i "cartòn animè"! Erano sempre macchinine sbilenche che si scontravano con tanti !!! sghimbesci e tante (( (( (, poi saltava fuori un ragazzo, Vuppel, che con le sue( aggiustava subito ogni cosa, con enormi $ $ $ che gli sprizzavano dalla testa.
Già durante quelle visite non sopportava le vecchie con la messa in piega blè che vedeva sull’autobus, reduci vittoriose dalla spesa in centro. Le loro reticelle ricolme, le tirate sul tempo, sugli acciacchi, sulla velocità spericolata dell’autista, sulla maleducazione dei bambini che le fissavano in testa mentre parlavano, la Marèsa a là dètt a la Lilièna, lo facevano andare in bestia. Bamboccina, sassuolese, eppur sempre bestia. Le infernali tacchine catarrose cigolavano ad un volume che infastidiva molto i non interessati (lui, teso a captare scintille nere da sotto le maniche delle bulagnesi giovani e che non si doveva distrarre).
Quando chiedevano cattive: «Sende?» a chi sulle porte manifestava l'evidente intenzione di sendere, Leonardo smadonnava sequele di tìo bò contro le veciazze. E si beccava del bròtt cuntadèn, cinazzo maleduché, stè ban a ca' to', mudnàis.
A quell’età, in quella condizione di minuscola anima della piccola provincia, inconsapevole dei Grandissimi Valori, nelle sue rabbioline era frenato da una nebbia bimba che gli impediva di lasciarsi andare ad escandescenze più adulte. Poi i peli neri odorosi attorcigliati della prima manica corta, appesasi davanti al suo naso e ai suoi occhi strabuzzati per non perdere l'equilibrio nella ripartenza, lo riconciliavano con l'Universo Benedetto, e tutto era dimenticato, sino alla fermata e alla vecchia successive.
Leonardo, da quando è diventato cittadino di Bulagna, viste le condizioni del trafficurbano, i costi di un’auto e la reclamizzata efficienza dei bus, ha ricominciato ad utilizzarli, soprattutto per lavoro.
Certo, non gli va giù che gli Assessori al Traffico, oltre a riempire i polmoni dei votanti col cancro automobilistico, li riempiano anche con quello autobussistico; che gli Assessori al Traffico, per giocare con bus sempre più grandi, tecnologici e costosi, cambino Piano Della Circolazione sensi e controsensi ogni due mesi, e che tolgano e rimettano in continuazione il porfido e le telecamere spia e i salvagente e i binari dei tram. Lo urta che gli Assessori al Traffico non ne abbiano la Minima Idea. Ma ci si può fare pochino, tocca adattarsi, altrimenti sarebbero Risolutori del Traffico no?, non Asse Ssori. Quel nome e quella mansione hanno, giustamente ne vanno fieri, giustamente ci si assiedono sopra, cazzo volete e si chiuda l'inciso.
Da bravo Democratico Felsineo si rende perfettamente conto di quanto un Menarini a due piani con rimorchio, 18 posti sedere + 500 in piedi, sia assai più democratico e politicamente in linea di una Mercedes con egoista pazzesco a bordo, asservito e organico al capitale del complesso politico militare multinazionale coi giorni contati ed esempio maturo di pezzodimerdaggine conclamata.
Dopo il primo mese d’esperienze a bordo dei leviatani bulagnesi, le sue reazioni sono:
rabbia per il costo del biglietto, ritoccato ogni primo lunedì della settimana;
sorpresa per la silenziosa modernità e la sfavillante tecnologia posta in essere;
sorpresa per il piercing sopracciliare del Compagno Manovratore;
sorpresa per la quantità di gente che sale senza pagare;
gioia immensa per la carogneria dei controllori, identica a come la ricordava;
sorpresa per i borselli dei controllori, che ancheggiano al di là e oltre le consegne ricevute;
sconforto per l'apparente invincibilità di piorrea e gengiviti;
sorpresa per l’imperturbabilità degli autisti di fronte al traffico.
Se guidassi io schianterei i furbi che circolano in corsia preferenziale, assicura telepaticamente i passeggeri, e nel suo filmino interiore conta i nanosecondi - uno - che separerebbero lo scroscio maciullatore dalla sua Risata di Vendetta.
Quando un controllore blocca un albanese, un nordafricano, un meridionale o un’indigena con pelliccia ma senza biglietto, Leonardo sprofonda in estasi e non perde un solo istante del battibecco rituale: la manfrina, le scuse, le rabbiette che inverdiscono le solite facce da culo.
Il più delle volte l'abito di Civis Integratus gli fa prendere le parti del controllore («Io pagare, gli altri pagare»); a volte un sentimento coatto che affonda nelle sue sepoltissime e occultate scaturigini, un senso di solidarietà pietosa verso l’altrui sfiga, lo fa spencolare verso i portoghesi. Ma non accade spesso.
Due altre novità lo turbano.
La prima è la musica diffusa da impianti hi-fi russi. Non è tanto la pace astiosa dei suoi pensieri, che viene stuprata. Il problema è con che cosa viene stuprata.
I Comandanti dell’Azienda, una trimurti in città, suggeriscono oculate scelte nazionalpopolari, a sostegno della Nobile Industria Discografica Italiana, zeppa di capiscuola colossali e musica sublime. E giù, allora, Erpes, Zuccheri, Boccelli, Vaschi, Nerk, Pausini, Masini. Zeri. Eee Mmorandi. Ah, bbe', Morandi.
Un’Azienda. I Suoi Gusti.
Leonardo regolarmente si pente di aver lasciato a casa i tappi di cera.
Poi, e peggio, tremola e squittisce nelle ore di punta in cui gli studentolescenti vanno/vengono a/dalla scuola.
In particolare Leonardo detesta:
A) gli zaini colorati dei ragazzi, pesanti, giovani, scarabocchiati con lettering da discinesìa acuta, tutti uguali e tutti molto dolorosi se sbattuti in faccia;
B) ciò che esce da quelle bocche: amori scolastici, folbalistici, motoristici (le aspirazioni sono solo quelle del carburatore) o mitologici (Marylin Manson, Korn, Skunk Anansi, Skoccho Merè). Mai un congiuntivo.
C) il look, originale e aggiornato, identico a quello dei bassifondi newyorkesi di dieci generazioni prima;
D) la sh degli studenti, nonostante gli studi, la globalizzazione e il punto C.
E) le loro facce.
Una cosa che non è assolutamente cambiata dalla sua fanciullezza, a dispetto degli apporti etnici, dei cambi epocali, del murodiberlino e dell ¬ uro umanitario, sono le vecchie con la messa in piega blè, che vanno in centro per un ritocchino di blè alla messa in piega, e poi passano da Segafredo, in via Orefici, a comprarsi due etti e mezzo di Felicori fine da autobus. Quelle che più volentieri soffocherebbe, tra mille martìri pinzeschi tenaglieschi e strappeschi, appartengono alla classe Sono attempata e di ritorno dalla spesa, devo sedere, alzatevi tutti. Leonardo fa sempre molta attenzione a non occupare posti riservati a sindacalisti, sindacalisti anziani e sindacalisti handicappati dalle cariche della polizia punica. Se sono liberi solo quei posti rimane in piedi, anche se stanco e carico di slogan. Tuttavia, nonostante il pieno dispiegarsi del suo civicissimo comportamento, viene regolarmente preso di mira da qualche stregonza gonfia di sacchetti, che in un autobus strapieno fra tutti becca proprio lui.
La tattica per la conquista del Posto a Sedere è sempre la stessa.
La fattucchiera fresca di parrucchiera lo punta. Gli si avvicina lentamente, guadagna mezzi metri ad ogni fermata. E alla fine, alla fine gli butta la spesa sui piedi e la borsa in faccia, sbuffando per la fatica e il peso del segafredo e dei troppi anni prosiutti.
 Entrambi gli attori della tragedia continuano a far finta di niente.
Di fronte alla reazione zero del nemico (Lennie guarda fuori del finestrino, l’orologio, la pubblicità che penzola dal soffitto, le cosce di una), la vecchia rompe gli indugi e arrogante ordina:
«Lei è giovane, mi fa sedere. Ho l'artrite lombarda, mio marito è morto, mia figlia non telefona mai».
Leonardo gocciola, ma in quanto osservato dall’intero carico pagante non può mai esimersi dal farla accomodare.
Negli ultimi periodi sugli autobus ha consumato quantità industriali di polverina pruriginosa, sparsa su colli colpevoli tutte le volte che la ressa, le spinte, i ladri di portafogli e le frenate improvvise glielo hanno permesso. Il Calzino ha titolato una furibonda edizione con “Grattarola assale l’utenza ATC. Perché l’africano non si lava?”.
Ma la polvere non è mai abbastanza, e non può durare a lungo.
Un giorno in cui è particolarmente alterato (l'head line che l'ha assorbito per una settimana è saltata a causa di un collega geloso), Leonardo prende un autobus per ritornare in centro, dopo essere stato dal Cliente, ben oltre le Roveri, a spiegargli perché è saltata l'head line, tutta colpa mia mi scusi colpa mi scusi mia tutta.
Piove parecchio, il traffico è un inferno, e l’umidità odorosa dei passeggeri insopportabile - grazie ad alitosi, sigarette appena spente, cappotti umidi e molte paia di peti mascalzoni. L’autobus si riempie mammano si avvicina al centro.
Leo si sta facendo la traversata in piedi, per colpa di un tunisino ubriaco marcio e del suo alito brutto brutto, che hanno seminato scandalo in fondo al bus, dove s’è comodamente allocato scacciando gli infedeli.
Incastrato tra un vecchio che si rimescola la dentiera, una segretaria che si rimescola la minigonna e una Monika che scossa rimmica la testolina col walkman al massimo, Leonardo fa molta fatica a controllare la cartella, la maniglia dell’autobus e i conati. Dagli altoparlanti la Pausini lo sta prendendo in giro.
Decide che non ce la fa. A -aria, cazzo. Raggiunge la porta annaspando tra zaini e ombrelli, bomber e segafredi e felicori. Preme il pulsante per prenotare la fermata. Bzzzt.
«Giovane, sende?», fa un fiato acido alle sue spalle, mezzo protesi mezzo rossetto UPIM.
Isteria primordiale. Vene che s'incordano. Qualcosa ce - de. Qualcosascatta. Bzt.
Lampi sul Golgota.
Zip, zap, stracciaboom
Alla vecchia catarra, in virtù d’una frenata del Compagno Autista, sacchi e sacchetti volano per aria e carota, sedano, cipolla e macinato magro di vitellone rotolano tra le gambe dei passeggeri. Il ragù è andato a farsi benedire.
La signora, tuffatasi per salvare l’essenza della sua giornata e della sua esistenza, autoimprigionatasi tra sbarre gambesche che se ne infischiano e anzi ci godono, non riesce a districarsi. La manica della plèzza di astrakan le sé impigliè nelle fibbie del carrarmato di un postneopunk dark trash grunge con importanti sfumature Down.
La donna rimane così, in posizione cosiddetta "del Cermis". Alla pecora.
Il maghrebino là in fondo s'alza di scatto. Ha sentito odore di kebab. Arabissimo.
Sarà - è certamente l’alcol, ma poi anche l’astinenza atavica, tutte quelle minigonne lascive per lui sempre solo proibite. Oppure il richiamo di Satana. Comunque sia, in un battibaleno si fa largo a suon d’alitate tra la calca, e raggiunge l’ovina. Si ferma un attimo, valuta, considera, soppesa, misura.
Ok, la posizione è giusta.
I più attenti hanno già notato che all’altezza inguinale dell’uomo bramisce un cammello da concorso, che vergognosamente pieno di sé ha rotto gli ormeggi, e si dilettano in paragoni. Il collo sarà più lungo degli ombrelli che sgocciolano?, sgocciolerà molta più saliva?, sarà più ciclamino dei maglioncini amaranto dei Compagni Manovratori, e più metallico del martelletto per rompere i vetri in caso d’incidente? L'odore, i viaggiatori sono unanimi su ciò, è quello tipico dei cammelli morti rigidi.
Traemenda ceppa arabensis. Questo in erpetologia il nome scientifico della faccenda. Temutissima in giro, soprattutto dal collettivo Donne per le Donne, Sez. Battindarno. Il suo padrone, e quelli come lui, sono invece targati nei manuali della questura come Torchiabilissimus Arabazzus Cazzi (TAC), e quando un funzionario e un assassino in borghese si incontrano nei bui corridoi della Bastiglia e sventolano e confrontano scalpi, si dicono che quel giorno si sono fatti una (tre, sette) TAC. E giù gutturali risate meridionali.
In una frazione di secondo Aladino Insano, inturbantato cane circonciso, con la scimitarra affilatissima e mannaraba taglia in due l'astrakan, lacera i pannoloni della signora, e muggendo Allah Akbar se la impala vivo live, tra i cric e i croc dei depositi di calcio in frantumi. Bragadin alla caduta di Famagosta oppose più resistenza al transito e fece molti più rumorini solo perché più stretto, ma lo show dovette essere identico. Grida di orrore, rumore di carni flaccide sferzate, effluvi d’alcol mal digerito e di brodo di gallina vecchia, risatine isteriche, sòccmèll, applausi bestemmie fischi si mescolano in una babele umida e pazza, in questa menarina Arena degli Spettacoli.
Il Compagno Manovratore del Volante scrive qualcosa su una cartella, guarda l'orologio, scrive, confronta con un altri tabulati e modelli prestampati, scrive un altro po’, deposita i documenti nella tascona della portiera, poi si dà al minuto sindacale di Stupore Consentito, poi a capelli ritti prova invano ad aprire le porte. Riprende la cartella perché s’é dimenticato di scrivere una cosa, scrive, menomale che me ne sono ricordato, scuote la testa, rimette la cartella dov’era e svelle a pugni i comandi e le levette sul cruscotto; suda, impreca, spara calci, s’agita per far vedere che è agitato, ma non c’è nulla da fare. Quando Carrozzerie Menarini non vuole, non vuole. Be’, cristo felicori, faccio rapporto, e ripiglia la cartella tutto stizzito.
Dopo venti minuti d’Orrore Moka, solo i CC con un piede di porco (un tunisino di prima generazione, che però adesso non fa più tanto lo spiritoso) riusciranno a scardinare le portiere, a far uscire i passeggeri attoniti dall’autobus e il camelide di Muhammad el Fatih Humcar dalla vecchia stalla, che sempre presente a se stessa non ha mai urlato né mai chiesto aiuto. Verso la fine, ancora senza ragù ma ripiena di cuscus, ha chiesto al suo torturatore: "Sende?”.. Con estrema dignità.
Leonardo va a letto rimpinzato di aspirina, satollo di Vittoria. La gente son cattivi, la prossima volta imparano.

Topi sulla testa

Il tempo, sua odiosa abitudine, passa, ma Leo è ancora tocco per i baccani e le confusioni in cui ha respirato e sospirato durante il suo viaggio iniziatico. I Paesi squattrinati e chiassosi, che l’hanno rimesso in pista, gli hanno però anche inoculato un’ipersensibilità omicida nei confronti del casino ingiustificabile, dalla quale non è mai guarito. L’aver alloggiato troppe volte in stamberghe in cui il rumore era parte integrante dell’arredamento - camion slabbrati, motociclette anche peggio, galli, cani, maiali, vicini maiali, materasse ululanti, telenovele a todo volùm, fantesche con la mania di trascinar bidoni e con la voluttà di litigare davanti alla sua porta di cartone, music & lights di zerultima classe - ecco, alla lunga Lenny ne è uscito maciné.
Ormai ex Grande Viaggiatore, non ha però dimenticato le vecchie precauzioni: i tappi di cera, prodigio dell’Uomo per l’Uomo, formidabili in un autobus indiano o brasiliano, quando l’autista obbliga i passeggeri all’ascolto di miagolate ferali. Non sono miracolosi, sia chiaro: attutiscono soprattutto i rumori di fondo, il controcanto della ghiaia sotto le ruote, il tump di ammortizzatori a fine corsa e a fine carriera, il duo mugolante in heavy petting accanto a te, ma con gli schianti veramente forti, i cambi e le gomme che esplodono, ti lasciano a metà tra il nulla e il doveporc?, ti grattugiano in maniera irrimediabile il circuito orecchio-cervello-palle, con quelli fanno quel che possono. Meglio di niente, in casi d’emergenza, rendiamo grazie a Kalì, ma si tenga ben presente che nessuna cera ha mai insonorizzato nessuna galassia, o bimbi diarroici terzomondistici, o galli da sacrificio che si tengono su cantando a gara, o due contadine che si litigano l’uomo, o il poliziotto che decide di far piazza pulita.
E poi le controindicazioni. Dopo alcuni giorni d’utilizzo usufruente, la polvere del mondo e la nulla igiene personale, caratteristica precipuissima degli italiani evasi, conferiscono alle palline rosa una facie nerastra ributtante, e in queste condizioni l’uso prolungato può causare otiti purulente molto dolorose, difficili da trattare.
Inoltre danno assuefazione. In loro assenza non si riesce più a dormire, si diventa sensibili alle foglie, ai sospiri delle mosche, ci si infila nelle orecchie qualsiasi silenziatore, carta igienica masticata, conchigliette imbottite di terriccio, assorbenti, monetine. Si è letto di disperati che hanno coltivato il tappo di cerume come una benedizione.
La città bulagnese in cui Leo si è volonterosamente inserito non è rumorosa quanto una megalopoli asiatica o latinoamericana, ma non è neppure un maso d’alpeggio. Se si vive in centro, nel cuore della zona universitaria, coi suoi duecentomila studenti fuori sede a far baldoria con le Kolf bianche, si impara presto ad invocare idrogeno su Lecce/Catanzaro/Avellino, e uranio isotopiale arricchito su Brescia/Macerata/Foggia.
 Chiudi la porta e il casino resta fuori? Balle, urla Leo. Soprattutto in un condominio. Soprattutto nelle fondamenta di un condominio. Balle schifose, urla nella notte ai soffitti, mi sentite?, lo so che mi sentite.
Che cosa lo rode, con chi ce l’ha adesso, benedetto ragazzo?
Leonardo ha dichiarato guerra a chi gli cammina sulla testa, una coppia di anziani.
Lui passa le giornate a innaffiare i gerani e a fumare pacchetti di Alfa, e va bene, non produce granché di schianti e scoppi, se non bronchiali, ma lei, LEI è una befana pazza che nella stagione buona vive fuori, nei bar, a leggere a scrocco il Calzino. Se provano a sottrarle una pagina diventa verde e in bulagnese urla cose da malattia. Ai primi freddi invece la strega torna in tana e comincia ad andare su e giù, su e giù per le scale cento volte, dalla cantina all’appartamento, dall’appartamento alla cantina, giorno, pomeriggio, notte, con secchi di metallo in cui trasporta ceppi trafugati. In casa i termosifoni servono solo ai gatti per grattarsi il collo e la schiena, e a ludibrio del riscaldam. centralizz. ogni camera è dotata di stufa a legna, misteri dell’arteriosclerosi. Il clippete-cloppete delle galosce echeggianti nella tromba, lo schiavardamento per chiudere e aprire portali, i secchi di metallo che clang!ano su ringhiere e scalini e sulla MiaPorta quando la vecchia imposta in controsterzo la Curva del Giovane Sempre Incazé, i ceppi che si pentono quando  arrivano in cima e rotolano e rimbalzano a ritroso fino al punto di partenza, sono la colonna sonora quotidiana che mantiene tonico, reattivo ed isterico il palazzo.
Ma non è questa la fonte principale del malessere di Leonardo. L’autentico, sincero diavolerio la vecchia lo arma all’alba, attorno alle cinque e mezza, con replica in prima serata. É maniaca delle pulizie. Saranno la segatura, i peli di gatto, la cenere e gli espettorati del marito, la puzza di morte che si sente addosso ma, puntuale come il pianto di Leo, la grassa befi al canto del gallo che ospita in bagno inizia a spostare tavoli, sedie, divani, frigo, televisore. Ci spazza sotto. Frega, liscivia, gratta, scrosta. In dodici ore si sono accumulate tante di quelle montagne di lerciume, da dove viene, chi me lo manda, sei tu Signore? Mi metti Tu alla prova? Mi fai Tu i dispetti? Devo darmi da fare e alla svelta, o domani sarà ancora peggio, benedetto il Signore, Signore aiutami, con Te al mio fianco scaccerò la Porcheria.
Alle prime rumbe Leonardo, persona civile in una civiltà civilizzata, ha provato a risolvere la questione per via diplomatica. I primissimi giorni ha pensato che fosse in corso un trasloco; i secondi che fossero le pulizie di Pasqua; i terzi che i vecchi fossero ostaggi di un pool di napoletani, intenti a batter moneta.
Dopo una settimana di titubanze, le parlo o la uccido? s’è preso la briga di esperire le vie della politica, conscio del danno che possono arrecare i missili, oggi come oggi. Prendi la mira, azioni il trigger, hai tutte le buone intenzioni, ma quelli sono giovani e moderni, appena escono di casa vanno dove vogliono, non rispondono ai richiami di chi ne sa più di loro. Perciò ha voluto salire, suonare al campanello, protestare educato, e farsi rispondere dalla matta, che gli ha aperto con un secchio in mano e lo spazzolone nell’altra: “Qui nessuno fa rumori ingiustificati, tranne te adesso”.
Una dichiarazione di guerra.
Leonardo ha iniziato il contrattacco in maniera soft. Dapprima le ha intasato la buca delle lettere coi volantini pubblicitari sottratti alle altre. Poi è passato alla loctite, prima la serratura della buchetta, poi quella della cantina e infine quella dell’appartamento. Il risultato è stato controproducente: martellate, scalpellii, bestemmie del fabbro. Che una volta fa cadere il martello, un’altra le tenaglie, un’altra ribalta l’intera dotazione di piedi di porco e punte di trapano.
BRABHAM! LUANG! PRABANG! KARTHUM!
Questi sono i piedi e le punte.
UUUUUUUUUUUUUUUUUUUU!
Questo è Leo, che anche se non si vede ha gli indici immersi nel dotto cocleare sino alle nocche.
Una domenica, sanguinosa domenica, Leonardo viene svegliato dalla solita baraonda. Piedini di sofà Aiazzone stridono sulle piastrelle e agghiacciano il sangue. Sono le 5,45, i tappi di cera sono stati ficcati giù, giù, sino alla rocca petrosa, ma i rumori della pazza sono invincibili: è già lì che usa i prodotti per una casa bella & splendente, perché la vuole bella, perché la vuole splendente, il Signore lo vuole, vero Signore che lo vuoi? Proteggimi da quell’energumeno che mi minaccia sempre, quell’adoratore della merda.
A Leonardo scende la catena. Si precipita a riversarle sullo zerbino l’intero carico settimanale delle proprie immondizie, visto che ho fatto bene a tenerle? in cui preponderano pesche putrefatte, adeguatamente spalmate sulla porta. Qualcuna piomba anche sugli stitici gerani del marito posti a sentinella dell’ingresso, che pagano salata un’incursione non ben pianificata e peggio condotta (sono le quattro di notte, e Leo è accecato da un rush di Idrofobìa Nictalopica Del Cecchino Che Dorme Poco E Male, corredo clinico colpevolmente incompreso per il quale esistono solo cure palliative, tipo mazza lavecchia - bum bum). L’effetto perverso è che la nonnaccia, oltre a spazzare l’appartamento, ora passa e ripassa di fino anche il pianerottolo. Rumore di secchi e sciaff sciaff di straccio a mollo e spazzolone industrioso.
Leonardo non punta nemmeno più la sveglia per andare a lavorare, ogni mattina di sopra c’è il putiferio a orologeria, il gallo, il cazzo.
Alla terza otite decide che non vuole trasformarsi in un pudding tremolante dentro una camicia di forza. Bisogna risolvere la questione, portare sollievo ai nervi. Pone un ultimatum, a se stesso e alla megera: ancora tre giorni, poi VIOLENZA.
Ma non ce la fa, s’era illuso: resiste solo otto ore.
Spazzolone, spazzolone, sapone, sapone, straccio, straccio, straccio, secchio secchio secchio. Brim, brum, gniick, frazz, ihohihoh. KLÀÅÂNG! KLAATU! KLÁGHENFURTH! STURMUNDRANG! PERDASDEFOGU! STOCKHOUSE! STOCKAUSEN! THUNDER TEN TRONCKH! SPAL!: la befi sa benissimo chi le ha fatto lo scherzo delle pesche, a questo punto è chiaro.
ULÀÀN!
BATÓÓR!
BATÀÀN!
SUPERCOPENAGHEN!
Assì?
Assì? A me? Bene.
Zip, zap, stracciaboom
Lassù ogni cosa inanimata, il sofà, il cucù, il marito, il gallo, s’incolla al pavimento. La spazzatora tenta invano di spostare, trascinare, smuovere, svellere, sbuffa, latra spinge e piange, ma Aiazz. niente. Prova con le sedie. Macché, niente. Col mobiletto della tv, col secchio delle immondizie, con la lavatrice. Niente. Con la cassettina del gatto. Niente. Coi ciocchi di riserva per gli inverni di guerra. Niente. Con l’asse del cesso, la sua passione. Niente.
Due lunghi minuti di silenzio interdetto.
Riiiiiiing ring ring riiiiiing  e ririiing ringhia forsennato il telefono. Leo va a rispondere.
“Non si muove niente, è tutto incollè, sei stato te. Adesso cosa faccio”.
“Niente”.
La vecchia implode.

Prima fame poi sete

Dopo aver corroborato l’infanzia con lo studio di Bud Spencer e Terence Hill in sale parrocchiali antoniane, masticando rumorosi pop-corn e spirali di liquirizie cancerose, allontanando a calci strani vecchi, Leo oggi ha un atteggiamento completamente rinnovato nei confronti dell’industria cinematografica.
Innanzi tutto ha chiuso netto coi Budhill, ed ora si premia esclusivam. con film che a naso suppone siano minimo dei capolavori. Altrimenti, dice, non ha senso spendere tutti quei soldi e sorbirsi due ore di sgranocchiamenti, succhìi di denti, commenti e martellamenti di ginocchia nello schienale.
Vedere un brutto film lo fa piangere.
Vedere un brutto film con fattori di disturbo lo fa piangere e incazzare.
Vedere un bel film con fattori di disturbo gli fa spruzzare veleno viola. Come i cobra, però più mortale.
Leonardo ha una teoria. Un film come si deve, oltre ad essere una sequenza tipo titoli di testa - primo tempo - intervallo - secondo tempo - titoli di coda, è anche e meglio un sistema di sfumature, suoni, battute tra le righe, frasi dette-e-non-dette, sguardi, cenni, atmosfere, fruscii dell'anima, indovinelli del cuore, sussulti del - ok.
A volte, se il film è fatto bene, ti vuole bene come un'amante intelligente e ti regala i suoi odori.
Non si possono apprezzare queste nuances se uno dietro di fianco e davanti confeziona cazzate, sgranocchia pop-corn, ti frusta col cappotto e ti prende a ginocchiate ogni due minuti. Se ti si sono incollate le dita nella aaargghh cicles di un estraneo con l'aids. Dove vanno a finire gli intendimenti artisticoculturalcomunicativi del regista, dello sceneggiatore, del montatore, degli attori, dello spettatore finissimo?
Leonardo oltre alla lisciviazione etnica auspica un futuro fatto di sale cinematografiche dotate di cuffie, come in aereo, per captare in tutta la loro icastica significanza cifrativa i rumorini in secondo piano i sussurri in terzo piano e gli scrosci quantici del quarto piano, ed evitarsi i commenti degli ebefrenici; all’entrata vorrebbe un filtraggio selettivo degli spettatori in base alla faccia, al censo, agli studi e al giro prefrontale; auspica che la gente, sperabilmente prima del Quattromila, se vorrà cenare fuori andrà nei ristoranti, non al cinema.
Ne consegue che brustulli verboten.
Cicles verboten.
Caramelle da scartocciare verboten.
Caramelle verboten 2.
Chiacchiere verboten.
Distanza minima di due metri tra una fila e l’altra.
Anzi, una fila sola, la sua.
Anzi, una poltrona sola, la sua.
Poltrona riscaldata ventilata in cuoio grasso anticato. Martellato, se anticato non si può. Senza bottoni. Con poggiapiedi. Con uso di succhiante accucciata su sgabellino a parte, che entri in azione solo nelle scene d’amore o nei momenti di fiacca, caso mai ce ne fossero, e su suo ordine preciso. Succhiante a fischio.
Ampio anfiteatro in discesa, no rettangolo cretino in salita, il collo non vuol crampi, e comuuunque Lui sempre al centro, nel fuoco ottico e sonoro filmico attenzionativo.
Manifesti in corpo 120 esposti alla biglietteria in posizione di rispetto sotto adeguati occhi di bue, e proiezione di diapo ogni trenta secondi sullo schermo subito prima dello spettacolo, che annuncino che Lui Leo è in sala ed esige rispetto, umiltà e compostezza massime. Massime. Vi è chiaro il concetto, porci della mala ora?
Paga, è un suo diritto.
È con questo spirito che una sera si reca a vedere Dead man. Il primo western vero della storia del cinema, gli par di capire leggendo le recensioni fighette che lo denigrano e sfanculettano. Leonardo, il Contrario Bastiano, il West Far lo vuole così, ossessionanti locomotive, cauboie sbocchinanti con Colt puntata tempie, bianchi sbranagenitori, indiani sognatori. Umani marci. Eroi pochi. Uno, ma che verso la fine muoia.
Seduto sotto, in prima fila - vuole partecipare al film, ed evitare i rumori del loggione - Leo si gode la prima mezz'ora in estatica ammirazione. Più che estat. ammiraz., in realtà, è L'Erezione dell'Intelletto: armonia delle sfere, bianco e nero ai quattro formaggi, Johnny Depp uno sconquasso, Robert Mitchum Re Imperatore degli Inculatopi.
Dio.
Coi.
Capelli.
Lunghi.
Il.
Suo.
Ultimo.
Film.
Ragaaazzi. Che roba.
Tredicimila lire sono poche. Be’, vabbe’, giuste.
Si comprerà la cassetta appena uscirà. Non credeva. Domani tornerà a vederlo.
Al trentunesimo entrano in campo due idiote maleducate. C’è sempre chi entra a proiezione iniziata. Leonardo prende nota: deve ricordarsi di auspicare anche ingressi contingentati e regolati, come a teatro. O in orario spaccato, o a casa con l’Arraffa Carrà, detta la Cartapecora. O breve colloquio col pugnodiferro della maschera. Quartum non datur.
Le due commessucchiere si siedono, a volte dio è davvero cattivo, esattamente dietro di lui. Una alla destra, l'altra alla sinistra della sua nuca. Stereofonia della maledizione d'essere STUPIDE.
Scuotimenti di sedie, rumori di borse, giacche, giubboni con alamari in latta che gli schiaffeggiano la nuca, chiavi, lattine, sacchetti. Friisshh di gazzose scoperchiate che gli rinfrescano il collo. Stanno apparecchiando.
Con vocine stridule coprono Neil Young: Mazzzai che Mognia spetta un cinooo?
Fosfemi attinici, spuma di sperma di puma ai lati delle fauci, perossido in caldaia.
Leonardo non può estrarre il fido 3PVP, alzarsi, girarsi, mirare e sparar loro negli occhi. Troppo complicato, facili gli errori, lo beccherebbero. Il Calzino ha già titolato “Attacchi di grattarola anche nei cinema. Il Negro s’è fermato a Ebola e adesso é qui. Chi paga?”.. Lo stanno cercando, meglio lasciar perdere.
Prova a viversi cittadino esemplare. Sa che, dopo un primo momento di assestamento, staranno zitte. Staranno buone. Staranno ferme. Lo sa, essì che lo sa, gli hanno detto che è capitato moltissime volte.
Moltissime.
Macché.
Stràzzz, sciùffsciàff, shhhh, gnignignigniiiik
skhroshi skhroshi skhrashi skhroshi
skhrashi skhrashi skhroshi skhrashi
skhroshi skhroshi skhrashi skhroshi
Il sale viene agitato e rimescolato per graffianti minuti nei sacchetti del pop-corn. Segue masticazione a bocca aperta. Sciuok. Sciuok. Sciuok. Sciuok. Un pop-corn per volta, assaporato, assaporato, assaporato, assaporato.
munch munch munch munch munch munch munch munch
Dopo quindici minuti abbondanti di merenda americana, per puro caso si ricordano perché sono lì, e focalizzano lo sguardo sullo schermo.
«Dioboni, Dany, vè, l’hanno fatto in bianche nero! Noddài, cheppalle guarda».
«Zòccia, hai razone Patty, hhevvero! Naaaa, che coma... Enor e le sue magnìe tellettuali. Un grosso film, capito? Non lo zto più a zentire neanche, guarda. Makke stronzo, guarda".
Enor, a dispetto del nome e dell'aggettivo grosso, diventa un idolo, per Leonardo, che non comprende però come si possano coltivare amicizie così... così... - che sia la gnocca? Ehi, forse è la gnocca. Prova a girarsi per controllarne le qualità organo-lettiche, per vedere che co
Strappp, fizzfazzz, ptschhh
 In faccia e nel naso gli arriva la stangatina amara di due camparini. Si rigira. Gli girano.
«Sshhh! Sh!» prova a zittirle, con un rimprovero dall’aldilà, fissando ostentatamente lo schermo, rigido a schiena offesa, senza voltarsi.
«Nervosetti, eh?», fa la serva sul canale dx. E ripete SSSSHHHHHHH anche lei, fortissimo.
La Bava Negra, uno slaim bilioso con pezzetti e lampetti, invischia i braccioli della poltrona di Leo.
«Dove l’hai prezo il mazcara? Dalla Miiirna di Piselli?»
«Naaa, la Gessica di Limoni. Hanno già niziato la liquidazione, saaaaai?»
Molti, molti macheti, bimbo mio Gesù. Napalm, orangutani crostolosi di gomme sifilitiche affamati di carne imbecille, ti prego, amore mio Gesù, impetra Lenny a occhi chiusi. Vi frusto con la frusta dei condilomi, vacche merdose, v’uccido con la sclerosi dei papuasi skrapici. Vi sdirupo con la froccha magnazza. Vacchicco la broda feroza. Vabbruzzo di prepo tronchesa. Non sta seguendo il film, non cerca più di controllarsi, sa che lui e loro hanno i secondi contati. Ripete tronchesa, perché gli suona adeguatamente ridicolo e terribile.
Ma va là. I rumori dietro di lui surclassano la sua follia: cicche ciacche, gnicchi gniacchi, frikki frokki, shukki shukki munch munch munch mun-
Brrrrriiiiiiip briiipp briiip briiiiiiiiiiiip briiip briiiip
Il telefonino della pescivendola di sx. le trilla nella borsetta. L’aveva lasciato acceso.
«See, pronti. Sissonìo te chissei. Verardo? Che Verar- Veraaardo, zaaaaaao, cazzo. Eh? Macché disturbi sonal zinema. Naaa, nti prioccupare, non zè problema, il film è un zchifo. Dove? All’Euforia? Ochei, le tre, me mi va bene. Scolta. Magara anche prima o dopo. Ochei. Non zè problema. Ochei. Ochei. Ochei, sissì. Sissì. Sissì. Sissì. M. M. M. Sssé, adesso ce lo chiedo». Si rivolge all’amica: «Vienanche te? Ochei. Scolta, vienanche lei, ochei, nopproblem zao». Briip.
Rantoli. Sistole & Sismografi. Diastole e Dinamite. Pearl Harbour epilettica, Chernobyl nervosa.
Zip, zap, stracciaboom
La conversazione s’interrompe di botto. Si tronchesa.
Deflagrano colpi di tosse disperati.
Il sale dei pop-corn ha provocato l’Effetto Speciale Massacratore Numero Uno Dei Casi Super Disperati Maneggiare Con Cura Leggere Attentamente Le Istruzioni Da Evitare In Giornate Ventose: un’overdose mortalissima da cloruro di sodio e salgemma di miniera. Genghiz Khan ne aveva orrore, sui prigionieri non la usava, preferiva mangiarli crudi.
Le merlettaie rantolano e rotolano tra le poltrone. Non riescono nemmeno a procurarsi il sorso che forse le salverebbe:  convulsi movimenti spastici involontari tetanici pre-agonici hanno proiettato lontano le lattine. Provano a gridare hhhiiutohh ma emettono solo sibili e soffochi, con molte consonanti e zero vocali. Irosi SSSHHHHHH e SILENZIOTROIE e IBOCCHINIFATELIALCESSO esplodono qua e là, in loggione e galleria. Proteste colpevolmente tardive.
Sul pavimento di spade e scaracchi come vipere s'attorcon le due. Come vipere s'attorcono, tra scaracchi e spade e macchie di lue. Dal viola strafogato veloci virano al nero nullificante. Yuk yuk, dice Leo: nel buio non vede niente ma sa tutto. E' lui il regista stasera. Continua a guardare Johnny Depp. Sa che le sclere delle vittime sono già più grosse e bianche di uova sode. Bianco e nero, bel contrasto, mi piace. E' a livello.
Non vuole uccidere nessuno, odia calpestare le merde, tra l'altro poi bisogna pulirsi le suole mentre tutti ti guardano e gli fai ribrezzo e schifo, ma il male va estirpato alla radice, ed una lezione ha da essere una lezione.
Hhhiutoh, non vocho mochicheh, hhhhhcchhhhcch
Hhh nanchìohhhh  hhprcahritàhhhh
Sì, facciamola finita, decide dopo qualche po', soccorrevole e annoiatino. Forse può bastare. Apriamo i cassoni d’affioramento rapido. Aria alle sentine, chiudere le prese a mare, timoni a salire.
Con una conclusiva scarica del corno d’Ammone esacerbato, Leo obbliga i presenti a urinare in gola alle condannate, «Svelti tutti, perdio, volete che muoiano?» Il primo a svegliarsi è un senegalese, che snello ed efficace in un battibaleno unzippa e srotola la manichetta. Gli altri e le altre seguono, a gara. Molti, interdetti, si chiedono che razza di storia sia 'sta forza che li sta obbligando a fare una cosa così incredibile, ma poi lasciano perdere chiacchiere e congetture e si slanciano nel soccorso pisciatore multiplayer. É bello verificare che il cuore aiutativo non ha limiti, specie nelle catastrofi umanitarie.
 Gli scrosci spengono ad un tempo l’ira di Leo e i terrori oltretombali delle soffocande. Una delle due poi, quella più in down d'ossigeno, la più hhhhoshhstruita, s’attacca a chhhhhaannha con tutte e due le mani. Il quadretto della vittima che s’appende al pompiere che intanto le regge la testa e dà colpetti col pube è icastico al massimo. Leo dentro di sé plaude a questa inusitata Paternità, Maestro dell'Odeon, circa XXI sec., coll. privata.
Le schitarrate di Neil Young s’arrampicano su per lo schermo in un crescendo fatto di vendetta, senso epico, clearance renale giustizialista, urea e sale, epico pure lui. Soprattutto lui. Leonardo ha un’erezione inconsueta, quasi senegalese, facilitata dall’odor di stazione che adesso aleggia in platea, galleria e ridotti laterali.
Luci in sala.
La maschera deve chiamare il 118, gli spettatori accorsi in aiuto alle assetate non riescono a calmarle o ad asciugarle. Esse urlano. Esse urlano e s'attorcigliano e scalciano e urlano con un casino di fastidiose hh hh residue. Un topo di cinema nella ressa si frega borsette, giacche, chiavi dell’auto e telefonini. E termina Fante e camparini, già che c’è: prima aveva dato, adesso si riprende, abbasso la disidratazione.
La serata culturale delle due latrine si conclude al pronto soccorso sotto una tenda a ossigeno, quella di Leonardo a letto con uno spacchevole mal di testa.
L’erezione dura gli dura un paio d’ore. Più di quanto sarebbe durato il film.
Tredicimila spese benissimo. Bè, più o meno.

Banesto

Leo alla fine ha ceduto, minato da un odio irrisarcibile nei confronti di tutto ciò che succede all'interno degli autobus, ed ha comprato un’auto. I brevi mesi di guida hanno però già contribuito a fargli aprire la sottocartella Ciclisti nell’affollato file dedicato ai Trasporti, uno dei più gonfi.
Nella sua opera programmatica di self-repulisti  s'è sforzato di annullare i legami con le proprie origini, e ogni volta che vede un ciclista vestito di tutto punto sente puzza di casa. Puzza di sé, di com'era.
Non che sia un antisportivo. Solo che per lui la bicicletta - rigorosamente col cestino, il campanello e i freni a bacchetta - oggi deve essere esclusivamente un mezzo di trasporto ecologico, piacevole a sufficienza ed economico.
Chi, privo di vergogna, desideri assolutamente pedalare senza uno scopo né una meta, ingobbito a spaccarsi la schiena e impalato da un sellino che affondi nel tenue, dovrebbe farlo in un cinodromo, girando in tondo fino a schiattare, consumando tubolari, pinocchietti, tendini, linimenti al geranio e sudore, ma senza intralciare il traffico. Si depili pure i polpacci, ma lontano dai suoi occhi e dal suo acceleratore indaffarato.
Da bravo comunicatore moderno Leonardo capisce perfettamente l’enorme business dietro le maglie Banesto, i caschetti a goccia, le scarpette, le borracce fosforescenti, i rasoi Bic e gli occhiali viola a specchio. Ma non comprende perché un muratore o un operaio, che non sono ciclisti professionisti, debbano vestirsi come arlecchini finocchi ed esibirsi in truppa. Come corredino da fatica non basterebbero dei pantaloni corti, scarpe da ginnastica, la canottiera del cantiere, al limite una maglietta? A quale Istanza Superiore si vuole obbedire con tanto solerte Cattivo Gusto? Eh? A quale? Mimesi col Campione? E che me ne fotte a me della mimesi, dei campioni? Che cos’hanno fatto per me?
Altro leit motif del suo odio è l’usanza di pedalare in tripla fila. Lui l’auto la usa per Missioni Importantissime, e suda omicidio ogni volta che è bloccato da greggi di ciclisti che pedalano e sparano cazzate stentoree.
Sogna il giorno in cui sarà obbligatorio arrotarli per legge, e non appena li scorge all’orizzonte inizia a pestare come un dannato sul clacson, bestemmiando le cose cattive.
Una mietitrebbia John Deere, Vi scongiuro, ascoltate questo Vostro Figlio Adorato, chiede sempre ai suoi dei. La FiatAgri non è mai presente nelle sue pressanti richieste, peraltro: Lui esige per sé e le proprie stragi etniche solo Roba Buona.
Su questo background filosofico nella mente di Leonardo razzolano poi alcune sottocategorie, in cerca di vermi.
I ciclisti con la maglia azzurra e la scritta Esercito, in quanto difensori della Patria si sentono autorizzati a pedalare in quinta fila, contromano e senza rispettare i semafori. Ve lo darei io il semaforo, nero ve lo darei.
«Ohhh, sono su due ruote, io!» uno gli strillò un giorno, tremando di rabbia/spavento e tendendo il medio, dopo che Leo gli aveva premeditatamente cannonato una strombazzata da dietro. Stava sorpassando un autobus a passo d’uomo, e Lenny proditorio e predatorio gli era piombato addosso a calandra spalancata e sitibonda di sangre pedalatore.
Altri piccoli capitoli che gli fermentano la tranquillità sono i ciclisti obesi che insistono nel fare i ragazzini; i nonni che ridono forte e urlano in dialetto; gli adesivi Trattate bene i ciclisti appiccicati sui furgoni; le interviste ai ciclisti; il doping dei ciclisti; le auto decorate come arcobaleni che allenano i «pulcini» a passo di carriola; le strade chiuse alla circolazione durante le gare.
Ma Leonardo si sa anche divertire. Ogni tanto ha i suoi momenti lieti.
Quando durante un Giro, o un Tùr, o una Vuelta del Cacios, la tv trasmette per quindici volte l’Incidente Tragico e i brocchi sono impiastrati in un polpettone di lamiere, ginocchia scoppiate, classifica a culo, sangue e borracce volanti, Lenny ejacula compiacimento. Emette singulti d’estasi. S’arrampica sui muri belando e ridendo. Dice alle mosche quanto è felice.
Non ride se un ciclista muore: Leo è buono, e non approva che la punizione si spinga a tanto. Trentasei ore di sofferenza, e tutte in una volta, ecco, questo sì. Però poi basta, lo si condanni a vita comune, ritorni al cantiere o alle presse, VI SI STANZI TRANQUILLO IN SÆCULA, SENNÓ L’INCULORUM.
Oggi, mattina a ore nove, Leonardo è costretto ad imboccare la Bazzanese, l’imbuto che porta verso Modna. Deve vedere un cliente molto importante e non può evitarsi quest’odioso appuntamento con la Pagnotta.
Nei pressi di Vignola incappa di colpo, dietro una curva, in un nugolo sterminato di ciclisti. Non crede che sia possibile, non può succedere a lui, anche se il subitaneo gelo ai maròni denuncia quanto sia perfida e incontrovertibile la realtà.
Una qualche gara, a metà settimana lavorativa. Braccia strappate alle zolfatare sventolano bandierine rosse prepotenti e stoppanti chiunque s’azzardi a circolare nei pressi. Un paio di auto della polizia, sponsorizzate dalle sue tasse, vigilano sull’integrità degli atleti.
Lo Sport ha la precedenza. La Sfiga Marcia ha la precedenza. L’Obbrobrio ha la precedenza. La Merda dell’Esistenza ha la precedenza. Il TioBo degli stra TioBo ha la precedenza.
Bile schiumosa montante e muggente, un maelstrom da thug cornuti e tubercolotici gli sale le scale interne, dal piloro alla glottide, anfanando e ululando.
Leonardo si concede sempre un’ultima generosa possibilità, prima di applicare i poteri dei quali ormai è perfettamente consapevole, ma stavolta il tamtam che gli rimbomba nelle recchie fa persino voltare un poliziotto della scorta, che lo guarda marsicano e slaccia la fondina.
Per un po’ si sforza di rimanere dietro al gruppo, che ha invaso l'intera corsia di sua spettanza e metà di quella opposta. Nel gregge si scorgono molte maglie Banesto e molte Esercito. Il Pedale Preddappiese ed il Pedale Morcianese sono robustamente rappresentati. Sono TUTTI calvi come il povero Pantani, e pantani come il povero Calvi. Mimesi.
Le venuzze iniziano a ticchettare. Non può passare la mattina ai trenta l’ora, ha la rogna clientelar-pagnottesca da sbrigare e poi schizzare in agenzia appena possibile, mi sa che ne ho un’altra che m’aspetta, cristodài, fatevi da parte.
Un primo, discreto, colpino di clacson.
Nessuno si sposta.
Le trombe esplodono in tutto il loro livore di fagotti, oboi, pifferi, sassofoni e sirene di piastrellificio.
Nessuno si smuove di 1 cm.
Al primo slargo, subito dopo una curva, Leonardo innesta la seconda e col motore ad un milione di revs sorpassa le duecentosessantasette glabre teste di cazzo, sputazzando atrocità e fondendo il clacson. Sguardo kurdo e sclere al fosforo sui pinocchietti sudati e stracciati.
Fa ben attenzione a sbucciare quante più ginocchia gli riesce con gli specchietti falcati.
«VVvaffanculo, tìo bò».
«Ohhh, ma noi siamo I Sportivi, faccia da culo!»
«Fermati disgraziato, ti faccio il culo!»
«Ti rompiamo il culo, porco!»
Scarsa fantasia. Temperamenti anali. Branco maledetto, non pensa ad altro. Molti medi indicano le nuvole. Forse misurano l’attrito del vento, ma Leo non crede. Schifosi. Schifosi e violenti. Anali. Pantani.
Tra tante facce congestionate, proletarie, baffute, Leonardo scorge un militaretto dell’Esercito, paonazzo, molto giovane, orecchinato. Sta inveendogli contro qualcosa d’incomprensibile, con una cadenza alla Castelfranco Veneto. Ha la bandana da froci, i polpacci depilati. Sì, dev’essere di Castelfranco. Solo a Castelfranco si depilano così. Colombine. Bandane.
Pantegane.
Pantane.
Arlecchini.
Ucciderli.
Ucciderli tut-
Zip, zap, stracciaboom
Il cielo si apre, la Bibbia si fa realtà, Mosé dev’essere in visita da queste parti. Forse sta camminando appena più in là, sulle acque del Samoggia. Manda anzi a chiedere mediante saette nere se può essere utile. Lascia qui le tue saette e togliti dal cazzo, gli viene risposto.
Improvvisamente, non appena concluso il sorpasso, nell’asfalto dietro Leo si apre un’immensa voragine, un orrendo sbadiglio slabbrato genere Tunguska. Ai suoi nipoti anni dopo racconterà che le emorroidi della Terra non sono poi così brutte a vedersi, specialmente quando sai che non ce l’hanno con te.
L’ANAS ha mangiato sulle spese? Un imprevisto cedimento della crosta terrestre? La succursale provinciale di un buco nero? In attesa di risposte chiarificanti, i 267 ciclisti volano dal primo all’ultimo nella sindrome cinese, Castelfranco è il primo del mazzo. Ogni soldatino dell’Esercito lo segue, urlante ma disciplinato.
Secondo per un’incollatura il team Banesto. Terzo a pari merito il resto.
Ma Atlantide non si è compiuta in un’ora. Yuk yuk, nooo.
Il gruppo è seguito a ruota da un’enorme betoniera John Deere guidata da uno di Macerata, ubriaco. La Soluzione di Continuità si è verificata troppo, troppo improvvisamente, e l’autotrasportatore calcia sì i freni come un dannato, ma non ce la fa a fermare il mastodonte. A dispetto di tutta la ricerca che s'è fatta, ancora oggi i punti deboli dei camion sono i freni e la birra, ma ci sarà mai qualcuno a Macerata che voglia prenderne atto, una buona volta?
La betoniera vola con un triplo carpiato e mezzo avvitamento nel bucone infinito, ridicola goccia di sperma sputata nel fornice spaventoso di Lilith. Il suo contenuto si riversa sui ciclisti stritolati, e il cemento a presa rapidissima, una nuvola di loctite grigia, forma un sudario che tutto ingloba e tutto intrappola: colombine, biciclette, borracce, camionista, betoniera, speranze di essere notati e di entrare nella pattuglia che ci difenderà ai mondiali. E magliette Banesto, certo. Be’, ci mancherebbe.
Il cemento monta, gorgoglia, spumeggia, sobbolle e si solidifica infine esattamente a livello del manto stradale, e chi sopraggiunge non si accorge minimamente del Kasino Livellatore: mai Provinciale fu più liscia e a regola.
Il Calzino titola “267 ciclisti scomparsi durante la Bulagna-Modena. Rapiti dal racket albanese. Guerra, presto”.
Leonardo durante il briefing col cliente micragnoso lagnoso mungevole è martoriato da un’impossibile emicrania attanagliante frantumesca. Questa volta i morti ci sono stati, pensa tra le lacrime. Ma nessuno ha mai pensato che le convenzioni di Ginevra dovessero applicarsi ai portatori di Banesto, o agli Esercito, o ai veneti, precisa in una nota della farnesina, stilata in combutta con se stesso. Tra l’altro si sa che in guerra gli incidenti non programmati sono obbligatori. Primo principio del suo amore per gli uomini: i malriusciti devono soccombere. E bisogna anche dar loro una mano in tal senso.
E così smette di piangere; si sente, sempre di più, il Braccio Destro di Dio.
Anzi, il Braccio Destro. Che non è male.

L’uomo è cacciatore

Leonardo non ha mai condiviso, se non per un breve periodo della giovinezza sassuolese e piastrellara, la teoria che l’Uomo sia cacciatore e la caccia uno sport.
Per lui cacciatore è il leone, l’Uomo con l’Uccello, e sport è il salto con l’asta, il salto in lungo, il salto del fosso o dei pasti. La caccia no.
Maturato, ora prova disgusto ogni volta che passando davanti alle macellerie del centro scorge fagiani e conigli impiccati a testa in giù, a sgocciolare sangue per i Sigg. Clienti. Odia i Piazzali Loreto dei Pennuti.
Non che potrà mai essere vegetariano: un imprinting a suon di ragù, mortadella e cotechini gli ha piagato il DNA, e vigliacchi indelebili cromosomi di colesterolo alle 12,29 d’ogni giorno bussano al palato, allo stomaco e nel cervello sotto forma di compulsione al vitellone magro + sedano e carote, con contorno di tagliatelle a mano.
Crescendo però ha sviluppato una coscienza ecologista. Già da adolescente si era impressionato parecchio a Le facce della morte, in cui una simpatica famiglia scandinava al ristorante si faceva servire una scimmietta viva, le spaccava il cranio (scimmietta à la coque), le succhiava con mugolii d’apprezzamento il cervello caldo e primate.
Per Leonardo i cani lupo sono i migliori amici dell’uomo e dei commissari crucchi, e i gatti li vive come raffinati oggetti da salotto che passano la vita a lavarsi il culo educati. Ha definitivamente stabilito i crismi del suo odio per i cristiani e l’amore per gli animali in virtù dei report di Vandalo, un amico tornato da un viaggio in Cina.
A Canton i figli di Chen mangiano i piacevoli prodotti di Sora Natura in ristoranti speciali: arrivi, denuncia Vandalo, scegli l’animale più antipatico da una gabbia in vetrina, il cuoco te lo scanna in diretta, se magari gli allunghi un dollaro lo fa fare a te, e poi te lo infila in pentola. O dove vuoi tu. Cincin.
Impressionato a sangue da questi racconti, Leonardo cerca di limitarsi ai bovini maggiorenni, ai suini e alle galline, scartando anatre, fagiani, piccioni, conigli, quaglie e vitelli. Le pecore invece non gli sono mai piaciute. Non hanno dignità. Del castrato e dell’agnello poi non se ne parla proprio. A pezzi, forza, che cos’hanno fatto per lui agn. e castr.? Anche se questa scelta è discutibile, perché salvare una parte della fauna e condannarne un’altra, è pur sempre meglio del contorto integralismo vegetariano di un’amica, Ilaria, che non si fa né di latte o carne o uova, ma spara pompe con ringoio proteinico carboidratico iperlipidico glucidico. La Canna ammazza la Logica.
Il fastidio per macelli, sangue e violenza contro gli animali Leonardo lo estende a Pellicciai e Cacciatori.
Ogni autunno che si rispetti presume, oltre la caduta delle foglie degli alberi, anche l’apertura delle galere e dei manicomi, con conseguente uscita in massa di teste di cazzo armate di doppiette e setter rabidi. S’inaugura la mala stagione. Chi non tromba la moglie da mesi può finalmente ricominciare a sentirsi un montone. Concetto privo di significato, similitudine debolissima, ma su questi temi a Leo l’ira lima i sensori.
Non è uno sportivone, non capisce il fascino recondito di tutto ciò, né, soprattutto, come l’Arcicaccia possa essere il fiore all’occhiello di un partito progressista. Dove sta il progresso nello sfracellare la testa ad una lepre? Ad un comunista sì, lo capiscono tutti, ma ad una lepre?
Anche in questo caso, come nel ciclismo, Leonardo ha rari ma intensi momenti di gioia. Ogni volta che viene a sapere di un qualche Diana che si è automitragliato in gola, o ha aperto il ventre ad un complice, non può fare a meno di emettere gridolini commossi. E rimonta sulle pareti ad informarne le mosche.
Purtroppo alla fine della saison il risultato della partita Fagiani vs Orrende Tst. di Czz. è sempre in favore delle seconde.
Tra tutti i numi dell’Olimpo - si chiede ogni tanto Leonardo, che conserva molte importanti lacune negli studi classici - non ce n’è uno, ad esempio il dio Pan, che s’inquieti, chessoio, che s’adombri? Perché non si dimostra, con la sua ira, ai mortali?
Quando era buono - quando i suoi poteri non si erano ancora manifestati - Leo pedinava i subumani della doppietta e, non appena abbandonavano la gìp e sparivano dietro la prima siepe, svelto svelto consumava le proprie vendettine. Gli forava le gomme, o con vecchie chiavi scolpiva profondi sette sulla carrozzeria, o irrorava parabrezza e tettucci con corrosive lattine di liquido per freni. Macchine da buttare. Con un punzone tatuava scritte del tipo Il dio degli storni vi punirà o Chi di piombo ferisce di piombo perisce, o Mentre ammazzi uccelli e gomme aggiusti, tua moglie di bocca li resuscita a noi fusti. Stronzo. Ora, maturato e incattivito, arriva a tanto il suo odio che si firma pure, e col nome che più lo fa vomitare: VANES. Non riesce ad inventarsi punizioni più efferate.
Un bella mattina di sciopero generale bulagnese, indetto dalle Parti Sociali contro la Gilda Autonoma degli Autonomi Autoconvocati SFIGAOO-ONANLOUSA-ANANAAS, brigatistirossi che ben conosciamo, deliranti attrezzi della Confindustria che puntano esclusivamente a minare il paese ed abbassare il monte ore ma hanno le ore le parole e le pallottole contate, é già tutto giù in procura e appena il magistrato di turno avrà finito di bere il caffé, leggere il giornale e chiedere all’usciera più carina perché non gli telefona più vi darà la mazzata, Leo, dal momento che ne ha voglia e ci pensava da un pezzo, va in visita ad un caro zio insabbiato nel cuore della Romagna. In sei enormi capannoni, hangar residuati della NASA che circondano e sentinellano la capanna in cui mangia e dorme, lo zio stiva da anni sacchi di piume e fusti di catrame, ognuno targato col nome del romagnolo destinatario: «Pece e piume, diocane, pece e piume per tutti. Non crepo finché non finirò, ma sono troppi, troppi. A volte penso di non farcela. Perché non pianti quel tuo lavoro da checche e non vieni qui a darmi una mano. Si sta bene sai».
Non si sono ancora spenti i convenevoli che Leonardo sente un gran rumore, urla, esplosioni, uggiolii provenire dall'orto sul retro: lungo il declivio che in basso delimita il regno di Zio scorge un branco di disperati in galosce e cappellini mimetici che spara all’impazzata. I cani inseguono qualcosa di rossiccio che se la sta dando a gambe.
La bellissima volpe vuole disperatamente vivere, ha tante cose da realizzare, così poco tempo per farlo, e molto più rapida dei setter cittadini s’imbosca in un folto scannante di rovi.
«Là, là, corre, corre!»
Pum, pum, pum, pum. Ppam!
Scroscio pioggerello di pallini che cadono sui tetti zincati dei capannoni, bestemmie a pioggia dello zio Filiberto.
«’Sti lobotomizzati possono spararti liberamente addosso, Zio?»
«Sai, vista l’intelligenza media di ‘sto paese, il referendum sui terreni privati da chiudere ai cacciatori non è passato. In pratica, o dissanguo il conto in banca e recingo col filo spinato tutto il terreno (ma bisogna lasciare ugualmente un passaggio per le merde), o per legge li devo lasciar passare e sparare sulla mia proprietà. Cioè, o passano, o passano. Fucili e cani e tutto. Non male, eh? Allungami quell’esca alla stricnina, ma stai attento, mettiti i guanti».
A Leonardo frigge il friggibile. Lungo la strada gli era sembrato di vedere i cartelli gialli del divieto di caccia, e poi è marzo. La caccia non si apre in autunno?
«Giusto, non ci avevo pensato. Andiamo dai carabinieri, sapranno dirci se la caccia è aperta e se qui è permesso ammazzare le creature di dio. Se ci va grassa gli faranno il culo».
Partono, e in ciabatte raggiungono la stazioncina dell’Arma. All’entrata spicca un cartello con gli orari d’apertura al pubblico. Durante le Ore Pasti e dopo le 19,30 si può rapinare, stuprare e sparare alle finestre degli altri, fino alle 7,30 del giorno dopo. Ci vogliono cinque scampanellate per vedere apparire un Alberto Tomba con giacca slacciata, patta spalancata e briciole sul pizzo alla Italo Balbo. Ha l’aria seccata (sono passati due minuti dall’ora di chiusura).
«Tesiterano».
«Ci scusi, ma a casa nostra sembra che sia iniziata la terza guerra mondiale, ecc. ecc.».
«Nè di mia compedenze, e ast’ora la stazione sta ghiuse, non leccete mai l'orario? Terpellate le guartie forestale di Rimino. Ponciorno».
Leonardo, dopo sei attacchi di Gastrite di Stato, dalla prima cabina funzionante prova sul serio a telefonare alla Forestale di Rimini. Ma dall’altra parte della cornetta è un continuo ping-pong di segreterie telefoniche, portieri che lo rimandano ad altri numeri, tut-tuut-tuut che esprimono il vuoto di volontà, l’assenza di volontà e la totale mancanza di volontà. Un tu tuut un po' diverso lo illude per un attimo, ma è solo il segnale della latitanza della volontà. Ed un teeeeeeeee finale gli dice che la scheda si è esaurita.
La volontà. Chissà cos'è.
Scoraggiati ritornano a casa, sperando che le merde abbiano smesso di sfracellare volpi e che la grandine di piombo abbia cessato di frantumare tegole. Nulla da fare. La rumba è proseguita in loro assenza, ed ora è uno show down snervante di schioppettate, latrati, ciò burdèl e piombo a sfare. Servisse almeno a fertilizzare i campi.
 La legge se ne infischia ma non è colpa mia, né della volpe, si giustifica Leo, giuro che non volevo, questa doveva essere una scampagnata, desideravo solo stare un po’ con lo zio. E innesta lo sciacquone del suo giro prefrontale. Senza tante pippe ulteriori.
Zip, zap, stracciaboom
Nella minuscola radura in cui trovano rifugio gli ultimi gatti vivi della zona si materializza un branco fumigante di cinghiali, ruttati dall’inferno. Devono essere almeno un circa venticinque, con lunghe zanne ritorte acuminate, spaventose. Baluginanti e parecchissimo incazzate.
Il capo branco ha in testa un chepì stazzonato dell’Afrika Korps e gli occhialini da saldatore di Rommel, al collo un fazzolettone giallo. Impartisce ordini a gesti secchi, in silenzio. Sembra un mafioso a colloquio con la moglie, si capisce che è avvezzo al comando. La coda a ricciolo, che sovrasta un ano eiettante lava, è grossa quanto un polso e a strisce gialle e nere. Sulle natiche crudeli una cicatrice bianca a forma di palma. Afrika Korps.
Leo piange di gratitudine.
I cani abbaiano impazziti, e sono i primi a cadere tra le biolche, ritagliati in coriandoli.
«Ciò burdèl!»
Le doppiette impazzano, ma i cacciatori, uno ogni cinque cinghiali (finalmente uno scontro alla pari), si trovano prestissimo configurati in versione Stelle Filanti. D’altronde il periodo di carnevale è quello, e i conti tornano. Zio e Nipote rimangono illesi, benché i cinghiali gli siano passati a razzo tra le gambe per andare a compiere la missione massacratora.
I partigiani, così come sono apparsi, a festa finita tipicamente scompaiono tra le frasche, e sul terreno rimane un’accozzaglia di cartucce, collari, berette, franchi, bernardelli, galosce, materiale cerebrale. Tutto molto rosso, tutto molto giusto.
«Domani ci passo sopra la motozappa, e pianto i fagiolini», dice lo zio. «Andiamo, facciamoci un tè di collina, me n’è arrivato di ottimo dal Kenya».
Il nipotone, con la testa che gli sdindona e sburlona come un diapason, accetta con piacere. Ma prima si vomita sulle pantofole.

Peli di Natale

Il cuore ecologista di Leonardo si angoscia e accascia per un altro abominio medievale che sopravvive nell’era dei modem, dei cellulari e degli X-Files: l’abitudine preistorica di scuoiare animaletti in funzione anti gelo.
Le montedison del mondo, di schifezze sintetiche con cui sostituire pelli e peli animali ne hanno inventate a pacchi: l’Uoma però non riesce a fare a meno degli input della Moda, delle aste televisive e della vicina di casco.
Non appena la temperatura inizia a scendere, e la compagnia del gas inizia a stangare con le nuove tariffe, la Cretina dissangua le risorse economiche dei partners, arricchisce assassini e spacciatori di ermellini, e cagnola di peluche sfila per le vie del Paese a culo ritto.
Le pellicce succedanee stentano a decollare: il pelo finto si vede che è finto, e poi fa plebe. Le Amiche potrebbero pensare che Marito non possa omaggiare Moglie al Meglio. Si tagli dunque la testa al toro e a qualche centimigliaio di cincillà. Pelo vero, solo in te io credo.
Per le fighesse del Duemila, sorde e cieche alle fochine sfracellate a legnate, la pelliccia è un must come gli altri: marito, BMW\Mercedes, vacanze a Cortina e a Porto Rotondo, messin piega tre volte la settimana, adozioni a distanza -cinquanta dollari ogni sei mesi per un impiastro del sud del Sudan con le mosche affogate nel moccio. E basta, finiti gli appetiti e gli obblighi. Non siamo cattive.
Leonardo è morso da una struggente nostalgia di vetriolo, ogni volta che passeggia sotto i portici del Pavaglione in prossimità del Natale. Nostalgina Gocce, usare senza cautela. Lo sturbano gli ettari di mamme lontre, zibelline, ocelotte, linci, foche e astrakane private del cuore, delle viscere e delle aspettative di vita, a ricoprire i cuori, le viscere e le animacce nere schife della Donna Moderna Bulagnese. (La D.M. Sassuolese è solo un’impressionante associazione a delinquere di smorfie, depilazioni sbagliate, palestra e ingoi, che non mette conto di essere considerata. Ha chiuso, con quella roba. E' dal piastrellificio delle analfabete, che ha chiuso. Chiuso l’inciso).
Ogni volta che vede sfilare una DMB, giovane, bionda, in borsetta coccodrilla e zeppe tetraplegiche, dopo un primo inevitabile momento di arrazzamento sente forte il desiderio di una trappola da orsi al tungsteno canadese rugginoso.
Ma, accidenti, Leo non può fare a pezzi la gente, soprattutto verso Natale e sotto il Pavaglione. Deve averlo letto da qualche parte. E' quindi obbligato a far voti che prima o poi da una viuzza salti fuori qualche manesca scheggia impazzita della CAMST (Club Animalisti Massimalisti Sfiguratori Troie), che dipinga a strisce viola e verdi la buccia ignominiosa di quelle scrofe senza onore, o versi loro addosso una tanica d’acido muriatico.
Non accade mai.
E siccome non c'è limite al peggio, il massimo dell’orrore lo prova quando incappa in un uomo con pelliccia. Sono così kitsch, retró e obsoleti, nel loro stile pappa anni Settanta, o commissario busone stile Uno Bianca, che gli si accende un sorriso di pietà.
Inizialmente ha provato il vecchio metodo: fialette punitive. Ne ha usate, osse n’ha usate, ma e però sono adatte soprattutto in ambienti piccoli, oscuri, in cui la manomorta della Giustizia possa infierire inosservata, ad esempio sugli autobus, nei cinema, nelle cabine del telefono, negli androni. Non sono adatte a spazi aperti, ad es. il Pavaglione alle quattro del pomeriggio. Qualche volta, soprattutto nella ressa del sabato, quando contadini, borsaioli e commesse scendono in città per il rito dello spingispendi, il contenuto di una fialetta è sì stato sparso qua e là, e ha dato i suoi bravi frutti: “Improvvisi attacchi di grattarola anche sotto il Pavaglione. Una micosi portata dal Senegalese. Se abbiamo finito di pagare i Tornados, usiamoli”. Ma a Leonardo non basta. Non può bastare. Non è mai bastata. Leonardo non è uno che alzi bandiera bianca.
La vigilia di Natale, questo Natale, s'è ricordato che deve fare il regaluccio obbligatorio ai suoi colleghi della G.O.A.; l’opulenta Bulagna é diventata Dallas, ed è costretto ad affrontarne le torme in fattanza da shopping, mandrie braccate e saccheggiate da branchi di professionisti dello scipping.
Dopo aver sbattuto centomila volte contro centomila banchetti di torrone, orride palle di cartapesta, statuine presepiali di plastica, zampognari di Sulmona, confettieri di Sulmona, quindicenni scappate da Sulmona, finti babbi natale, vere mani zingare, mani tunisine, mani tossiche, mani scabbiose, raccoglitori di firme per l’Iran, venditori di biglietti della lotteria, lettori di tarocchi e famiglie in ansia da compere, deve, deve per forza, DEVE soddisfare i propri Bisogni Urgenti: un Nemico, o morirà.
Uno. Uuno, cheppàghi per tutti, cazzica. Qualche minorato in pelliccia, magari.
O UNA.
Una.
Sarebbe.
Magnifico.
Ei. Eccola là. Ei, è perfetta. Che città. Esprimi un desiderio e paf, eccoti esaudito. Che città.
U- una scrofa platinata, polpetta da casinò e da casino, la dotazione standard dei Grandi Calciatori. O forse il sorello di uno stilista calabreso dal culo spampanato a pistolettate? Comunque anelli e collane d’oro e diamanti sparsi in ordine sparso; borsetta di coccodrillo in una mano; di vuittone nell'altra mano; scarpacce nere a spatola di coccodrillo; calze grigie fumè; caviglie sottilissime e tatuate; naso appuntito rifatto tre volte, labbra streppate di silicone della Monsanto, Divisione Puttane; pelliccia di candida tigre siberiana, spettacolare e autenticata. Sta strillando nullità nel cellulare, mentre osserva senza vederla una vetrina di gioielliere. Ha già tutto, in triplice copia, come le malattie che cerca di tamponare con fatui antibiotici.
Pan si fa sentire, con la vocina di uno che muore. Voce stanca, voce smarrita, col tremito del batticuore:
«È il Bianco Natale. Come i nostri peli, ieri candidi, oggi rossi di sangue. Eravamo una felice famiglia che sbranava pecore e dersi uzali nei boschi attorno ad Irkutsk, ed ora guarda come ci hanno chiavati a shmièrt. Ti prego. Vendicaci. Spasiba. Dasvidania. Casvidagna. Spaccagli le noci ».
È la prima volta che Leonardo ode le vocine. Si sente come Gianna d’Arco alla battaglia di Patay: sarà cosa santa e giusta sterminare le porche che hanno vinto la battaglia del patè? Soccia sì, risponde Gianna, ti vuoi muovere?
Zip, zap, stracciaboom
I peli che avvolgono Sorkella Kalabra prendono vita. Si rizzano come aculei e, per qualche inspiegabile motivo rizzico-aculeico, la pelliccia si trasforma in una famiglia molto furibonda di enormi felini siberiani che cominciano con bella foga a succhiare il silicone della piccionazza.
Nessuno fa in tempo a reagire o a prendere una posizione corretta sull’argomento: meglio aspettare cosa dicono gli americani.
Le tigri scompaiono presto, assieme alle labbra finte di cui si sono cibate. La merda platinata, ora merda nuda, colando lenta ai piedi di una colonna esibisce un sorriso osceno da merda lebbrosa, vasto di gengive schiavardate. Tenta di toccarsi la faccia ma muore stupefatta, sulla stessa tavella in pietra serena da cui per trent’anni Padre Barella ha sollecitato invano spiccioli per i suoi piccoli.
Leonardo con un fatuo gesto di vanagloria fa incorniciare la prima pagina del Resto e se la piazza in salotto. “Stilista calabresa travestito, moglie di noti giocatori della nazionale, morto/a per prolasso labiale. Trovata la ricetta per chiudere con il calabrese?”.
Il lobo frontale gli si sta colliquando, ma Leo è indubitabilmente al settimo cielo. Forse magari l’ottavo.

Tivvù

Leonardo detesta la fogna TV. Ogni volta che l’accende nel giro di dieci secondi trova motivo e ragioni per tirare calci.
I suoi nemici catodici sono così numerosi che solo a metterli in ordine alfabetico farebbe Pasqua e Pasquetta. I quiz, innanzitutto, li proibirebbe per legge perché sviluppano nell’unterproletariat una sottocultura enigmistica. E poi le tangenti che si beccano i giornalisti nel lodare i pregi di un tappeto rubato o di una pentola attaccatutto. Non sono già strapagati? Non basta, per la tv di Stato, il canone? Non sono già abbastanza alti i prezzi dei tappeti dubbi e delle pentole senza coperchio?
Leo non ha tappeti, solo uno di legno antiscivolo nella vasca, e i suoi tegami sono stati sformati a martellate durante accessi d'ira in prima serata.
Il vero Belzebù si transustanzia e appalesa nelle trasmissioni il cui filo conduttore sono il Cuore Innamorato ed i Casini che è capace di scatenare. Quando Leonardo è assaltato da coppie che fingono di litigare, che si amano si lasciano si ritrovano si piangono addosso, che si sposano in abito bianco, che provocano dibattiti tra i giovani e la ggente, e che, soprattutto, beccano gettoni di presenza per esibire le loro sconfittine condominiali, va in down da napalm, ma anche dell’azzurro kerosene da stufetta sarebbe apposito. Sogna ad occhi aperti di entrare nello studio di registrazione e in diretta rifare il Soldato Ryan, con se stesso nella parte di un lanciafiamme che non salva nessuno.
Nel corso di trasmissioni giovani, genere conduttrice che corre per strada intervistando i nulli sul loro nulla, Lenny perde catrame.
«Vada in miniera, Signorina Pompina», aveva intimato una mattina alla scema zampettante che aveva beccato proprio lui mentre camminava e odiava in Via Indipendenza. Signorina aveva spento il microfono e intirizzito il sorriso, ma era subito tornata a saltellare come una pallina di gomma acefala, come ogni pallina del mondo, rimbalzando giuliva tra piumini neri, denti verdi, etti di brufols e chili di gel. Chisse ne frega, un vecchio matto cè sempre, trallalà trallalà.
Lo inquietano moltissimo anche le cosce e le chiappe catodiche. Sa che quelle groppe e quelle lombate e quei girelli, e lonze, e marghette, e selle, e polmoni e lombi, così elastici e irraggiungibili, sono violenza, fanno male: nella vita quotidiana, per strada, al lavoro, nessuna segretaria o profumaia offre al tuo morso anche solo un centesimo di quei tagli polposi. L’offerta televisiva di vacche non corrisponde ad una reale disponibilità di vacche. Peccato. Stizza. Dispetto. Turlupinatura. Tu - turbativa di mercato.
Leonardo praticamente tratta solo con maschi sposati, e tra questi ben pochi sbananano fuori dal Sacro Recinto della Famiglia; i più solitari fanno come si faceva prima dell’arrivo della tecnologia. S’amano a mano. Assoli da soli.
La bistecca in tv, dunque, è pura provocazione. Sarebbe meglio un po’ di oscurantismo, nel senso preciso di schermi neri, all’araba. Occhio non vede cappella non fischia.
In un altro file della cartella TV ha raggruppato le trasmissioni scientifiche condotte da riciclati che, non avendo trovato posto come ballerini, si sono dati all’informazione settoriale: rubriche mediche, ecologiche, letterarie. Diiiiiiiiio, i reginetti dell'inchiestistica dotati di cultura medio-bassa e saccenza manicomiale. Dolore.
I salotti condotti da vecchi politicamente corretti, ma circondati di gnocca, da vecchi piduisti politicamente scorretti, ma circondati di gnocca, da giornalisti democristiani moralmente corrotti pieni la faccia di nei, ma circondati di gnocca, fanno sragionare Lenny. P-per tutte q-quelle mutande, caviglie, tacchi a spillo, minigonne ascellari e rossetti, non p- per altro. Dolore.
Lo sport chiacchierato costituirebbe una ragione a sé per sfoltire l’universo. A lui non frega mezzo atomo di come la pensi l’allenatore dell’Empoli. Pensa solo a come sarebbe bello vederne gli atomi esplodere su Empoli. Scampoli di Empoli. E giù ‘na risata. Poi piange lunghi minuti, a singulti parossistici e latrati da Salpetrière. Dolore.
Gli scemeggiati con le gesta delle commesse che vanno avanti eroiche nel quotidiano, e i muretti irti di Ragazzi e Ragazze che s’affacciano proprio adesso alla Vita e guarda caso un regista era lì ed ha filmato tutto, e le saghe dei marescialli commissari ispettori appuntati preti single o a coppie, gli si rivelano per regola come posti di lavoro socialmente inutili concessi a pentiti e partiti. E ai figli di Tognazzo, che chiavava come un matto ma non si preoccupava dei danni all'ozono. Come Gasmen. Come Dario Argenta. Come la Sandrella. Come Dapporc - sbblluuòkk.
Stipendi spacciati per arte. La mistica, e la truffa, della ficsion vincente. La bella creatività italiana contro le povere maggiors ollivudiàne, via Teulada contro la Paramàun. Dolore.
A Leonardo rimane ben poca tv. Qualche film (ama quelli digestivi di Schwarzy, che dopo cena ripuliscono il mondo dalla feccia, e quelli di guerra, che lo allenano a ripulire il mondo), i telegiornali senza mollica, qualche documentario davvero scientifico (apprezza al giusto grado lo sbattimento del ricercatore che si è fatto cinque mesi in trincea per beccare il secondo in cui la scorpiona siringa duemila uovi nel lucertolo), molti cartoni animati (per fortuna quelli ungheresi sono stati travolti della cadutaepocaledelmurodiberlino e stritolati dall’Avvento di Bartholomew “Jo Jo” Simpson), gli spogliarelli notturni coi numeri sotto. Quando arriva Blob scatta a cercarsi qualche canale turco o arabo, trova patetica la TV che critica la TV e Giorgio Chezzi che si specchia coi suoi sproloqui sull’occhio e sullo specchio come doppio dell’occhio. Tutto il resto, sostiene in serrati soliloqui, è un’offesa ad Adamo, ad Eva e al Serpente di Adamo quando s'ingolfava nelle mele di Eva per fare mezzanotte.
La pubblicità, infine, che pur gli dà da vivere, gli fa crepare il soffitto dalle bestemmie. Appena riesce ad immedesimarsi in un azione o in un personaggio, arrivano le merendine, i gel per i peli di sopra e di sotto, le auto che non riuscirà a desiderare mai, gli attaccatutto da dentiera, le sedicenni mestruate che gli gridano chiocce «EVVAI», l’olio senza pari tra colline e casolari, Ogni Cosa Noi Facciamo, oooh la bell vì, sansusì, sansamùr, sanproblèm sanproblèm saan problèèmo. Il giorno che diventerà Regista Famoso consentirà la proiezione delle proprie opere solo a quelle emittenti che dopo aver immolato agnelli e primizie e vergini gli giureranno per iscritto dieci volte di seguito: “Con la presente siamo a confermarVi a indici crociati e baciati che trasmetteremo le sue Quadrilogie da Camera senza intervalli per i brustulli, Meister. Firmato Il Funzionario In Sevizio Mengoli Gino”.
È sulla scorta di tutto questo enfisema adrenalin-cerebello-coglionare che Leonardo coltiva come imminente il giorno dell’Apocalisse, quando i panni sporchi verranno al pettine, i conti torneranno, duchi e marchesi pure e l’Arno, l’Aniene, il Reno, il Lambro, il Tevere e il Parma e il Setta e il Busento e il Flumendosa e la Nera e il Topino e l’Ausa il Marecchia il Conca il Pescara tracimeranno vogliosi di ben fare. Il Lavacro. Il giorno della Vendetta senza Ammollo.
The Giornus.
È pienamente consapevole dei propri poteri fantalisergici, e sta solo affilando la baionetta. Che cosa é la felicità - la sensazione del fatto che la potenza cresce, che una resistenza viene vinta.

Al termine di una giornata lorda di slogan, Leonardo torna a casa, stanco e alle corde. La lampada dell'ingresso si fulmina appena sfiora il pulsante. La giacca dalla sedia gli scivola per terra. Monetine rotolano sotto il divano. Riscalda le tagliatelle di mezzogiorno. Si scotta le labbra.
Commette l'errore di accendere la tv.
Un’adolescente dalla voce isterica afferma con partigiana convinzione che «quella sensazione di asciutto tra le gambe mi dà un’enorme sicurezza». Segue risolino, asciutto.
All’ora di massimo share, quella delle tagliatelle asciutte.
Leonardo SA che la sicurezza la forniscono i carabinieri nelle Ore d’Ufficio, e i soldi in banca. Non gli assorbenti, semplice fluff di cotone che non può tamponare alcun ragù dell’anima, abbia o non abbia le ali. Il bon ton, inoltre, assimilato da disciplinate letture francesi, gli insegna che bisognerebbe evitare certi argomenti a tavola, un po’ come le posate incrociate e i biorumori.
Cambia canale. Telegiornale. Finalmente un po’ d’informazione. Chissà chi ha vinto le elezioni brasiliane e il golpe birmano, si chiede. Silenzio, adesso mi dicono come la pensano gli argentini sul buco nell'ozono e perché i musulmani decurtano la figa delle donne e perché se il papa lo sa non li fa gasare da Dio. Ssst.

«I principini di Windsor oggi sono stati dal barbiere. Il loro nuovo taglio, ritenuto taglius orribilis dalla nonna, ha suscitato scandalo a corte, e il Sun gli ha dedicato la copertina:
Yul Brinner ha cavalcato qui ? 
Pure lui? »

«Monica ha deciso di tirare fuori dal frigo il tovagliolino da fellatio. L’Autunno 1999 si avvicina, e i salotti della Washington bene prevedono il nero maculato glacé. Nuove scuole di arte oratoria vengono aperte nella capitale. “Bof, so già tutto”, ha commentato ore rotundo la stagista».

«La signorina Natalina Estradata, in vista della gravidanza, ha deciso che d’ora in poi passerà alla sesta. Fino ad oggi portava la nona. “È un passo importante per me, e per mio figlio. Non voglio che venga su viziato. Avrei anche bisogno di un marito, e in fretta, ma una cosa alla volta”, ha affermato la stagista».

«Il professor fisico Zazzìchi dal suo rifugio sotto il Gran Sasso in una nota manda a dire che gli servono altri trentamila miliardi per le ricerche sul neutrino e sulla sincroluce di crotone dei busoni vettori W+ W-. “Sono qui da qualche parte, li sento, credono di essere furbi poveretti, ma ormai li ho in pugno. Poche spazzolate ancora, e vedrete che raccolto. Non chiedetemi a cosa servono perché eravamo d’accordo che non me l’avreste chiesto. Massimo venti/trent’anni, e la ricerca italiana finirà sui giornali. Oggi sappiamo che la luna è di formaggio, ma per domani, facciamo lunedì, serve altro foraggio. A me, beninteso, gli altri crepino. Lo dico sempre ai giovani: prima io, poi voi, forse”».

«I tre nuovi album di Lorna Pausini, Behind the Green Lorna, Deep Inside Lorna e Pausini goes Dallas, sono piaciuti moltissimo a Lorna Pausini. Il nostro Ciccy Mòllica ha voluto chiederle come mai. "Come mai, Laura, voglio chiederti?”. "Be’, diciamo che è soprattutto il grosso coraggio insito dentro in queste tre grosse proposte che me le fa apprezzare ambedue come grosse donne oltre che come artiste aperte profonde e sincere, evidentemente, diciamo", ha rivelato un'emozionata e riconoscente Lorna Pausini al nostro coraggioso Ciccy Mòllica. Ed ora la Rubrica Economia, conduce Milton Fessman».

Sudori freddi. Gocce sul parmigiano. Una mano, forse la sua, proietta il piatto contro il muro. La Rohrshachmell al ragù che ne deriva riproduce Baal mentre strappa le budella ad un gatto rosso.
Monica viziata? Windsor economica? Neutrini al formaggio? I reggiseni di Mòllica? Coraggioso?
La stessa mano impazza sul telecomando per trovare qualcosa di decente. Leo, nauseato, lascia fare.

«”Signora, il prezzo del dentifricio è di 1900 lire, non 2700. Ha vinto un milione, ma prima deve far girare la ruota. Ha girato la ruota? Ha girato la ruota, aaamiciii. Su, tutti quanti un bell'applauso dalla regia, EEVVAI”».

Le venuzze della fronte scodano elettriche. Dagli occhi colano sughi. Archi voltaici di un bel violetto attinico ustionante gli sprizzano dalle orecchie.
Zip, zap, stracciaboom
«Zan zan zan zan. Zan zan zan zandegù, gù gù gù de zan».
Dallo sfondo della trasmissione Momento Donna s’avanza in primo piano il sonoro di un film porno ai supermocci. La conduttrice diventa paonazza, e il mento tremulo denuncia il bisogno di singhiozzi e fuga. Ma non si è professioniste a caso.
«Scusate amici che ci guardate da casa, abbiamo un problema. Il bello della diretta, ah, ah, ah. Sentiamo dalla regia». Impugna un telefono ma si vede bene che il filo è staccato. Penzola. Ci sono scintilline. Si gratta una mammella e guarda nervosamente fuori campo in attesa di un segnale, di un suggerimento, di qualcuno. Della giovinezza, magari.
Leonardo sa che di tantintanto i suoi poteri trascendono i limiti: il mantra fatato si mette a fare lo spiritoso ed innesca situazioni incresciose. La coscienza, se non la curiosità, gli impone di guardare che cosa stia succedendo sugli altri canali.
«Hiii. Hii- hiiiiiiii. Hiiiii. Ai Ai Ai».
Eilà. Marella e la sua bestia, il giornalista con l’allegra faccia equina.
La dicitrice del TG2 in faccia è viola a losanghe gialle. Diobonino s'è spinto piuttosto in là, ed ha voluto emanare a reti unificate una specie di messaggio di fine anno, una serie inconsueta ma assai argomentata e precisa di sessantanove zoologici tra Marella Francjese e tutti gli animali da presepio, da cortile e da compagnia. Eccentrica la presenza di una vischiosa medusa.
Dalla finestra aperta giungono risate, grida, mugolii, rumori di piatti rotti, e qualche divertito gooool!
Babbi e mamme cercano invano di spegnere, sditalando come dannati sui telecomandi, prendendoli a pugni o gettandoli contro gli schermi per preservare l’integrità dei figli, che incollati al loro posto uso loctite non vogliono perdersi il primo, vero Carosello scientifico della loro vita. Alcuni genitori estremisti li mettono a nanna assieme alla sedia.
«Cosa sta facendo quella cignora col pony? Perché ha la faccia bagnata? Come fa a crecere un fungo su un pony? I funghi non ciono velenosi? Perché non muore?».
Impegnativi quesiti e difficili risposte, che presupporebbero una creatività maieutica fuori dalla portata di chiunque.
I televisori non si spengono in alcun modo, neppure strappando le spine dalle prese. I babbi s’asciugano la fronte, Marella s’asciuga il sottogola con una coda.
«Babbo, è una coda?»
Il giorno seguente metà della popolazione italiana assalta la RAI, incendia edicole e lupanari, va in chiesa, scende nelle catacombe, inventa nuovi dei, si dà nuovi riti, cioè poi sempre le vecchie cazzate.
L’altra metà si abbona ad Anal e all’Espresso, vecchia cazzata, e compra pony. Le massaie fanno incetta di funghi nei banchetti dei mercati. Disgustose scene nelle rivendite di creme rinvigorenti\rassodanti, turpi episodi di accaparramento di pompe sviluppanti il pene e/o di tiralatte. Il ministero della sanità è costretto ad intervenire, a buttare acqua sul fuoco. La bella Rosy sostiene in parlamento che è tutta una truffa, la sperimentazione non ha dato esiti, e che al suo pony personale non ha procurato allungamenti apprezzabili. S'affanna a spiegare che la casistica non può essere mai Statistica, ma sono parole al vento. Parole di Rosy. Si sa chi la paga. Non è vero, alla ChiccoRiccoMiCiFicco sono solo azionista di minoranza, proprio non mi conoscete, ribatte con la tumida bocca generosa. Risatine generali.
Molte teste di pony della lottizzazione cadono, chiedendosi chissàpperché e perchéggiammai.
“Scene disgustose alla tv. Riti totemici africani via etere. Diventeremo tutti francjesi? Sul serio?”.
Leonardo, recuperato il cranio da sotto il divano, o almeno i pezzi principali, guarda e riguarda la cassetta che ha registrato.


Erpes

Lenny apprezza l’uno per mille della musica italiana - qualche brano di Endrigo, De Andrè, Battisti, Battiato, Dalla, Alma Megretta, e detesta tutto il resto. Per lui non è musica, ma scoreggianza troppo pagata, troppo riverita, troppo intervistata, troppo troppata. Aria di fogna sul mio bel viso. Centro d’idiozia permanente. Mare nero, mare nero, mare né.
Il boss della G.O.A. gli assegna un lavoro gravoso ma remunerativo: curare l’immagine del nuovo disco di Erpes Ragazzotti, idolo delle giovani. I suoi fatturati, con vendite da capogiro in America Latina, potrebbero sanare il deficit dei partiti. L’agenzia è molto interessata a questo cliente facoltosissimo, e per curarlo ammodino ha spedito il migliore in batteria: Lenny dovrà inventare un titolo vincente per la nuova presa in giro di Erpes, il suo nuovo cd, cosiddetto disco.
Per fare ciò dovrà annusare, assorbire, fagocitare l’anima vera dell’Artista durante le sue esibizioni e, infine, produrre uno slogan sgangheraculi che caghi moneta. Sai la moneta? Be’, quella. Cagarla. A pacchi. Siamo sotto. Va e uccidi.
Lavoro facile solo in apparenza.
Leonardo rigetta pinnacoli arancioni ogni volta che sente quel falsetto nasale menarsela sull'amore. Prova orrore per il suo passato e presente e futuro di coatto romano, le sue dichiarazioni alla stampa, le tube ai suoi matrimoni e, soprattutto, la sua “musica”. L’unica cosa che ammiri di Erpes - oltre i soldi - è il popò della moglie, una giovenca da stiancare i sassi.
Condimento a parte, un incarico così è duro da digerire, ma va accettato a fronte alta e cantinpetto, mordi la pallottola, getta i cuorglioni al di là dell’ostacolo e insomma l’impossible mission ha da esser portata a felice compimento: i veri uomini son usi tarare la propria tigna sulla grandezza dei nemici, e del fuori busta a fine missione.
Il primo incontro Leo lo trova molto faticoso. Per il romanesco parlato dall’Anatra avrebbe bisogno di sottotitoli e traduttori dell’ONU, per il sorriso della moglie bisognerebbe essere gay spanati.
«Ahò, felice de cogniòscete. Sò Ragagnotti Erpes. Ragagnotti, presente. Erpes, pe’ l’agnìci...»
«Piacere, Leonardo de’ Carolis, della G.O.A.».
Segue una forte stretta di mano. Leonardo le stringe sempre così, odia quelli che concedono la mano lessa perché gliela si baci. Erpes, invece, stringe forte secondo una vecchia usanza: in gioventù era portastendardo e coppiere della Sez. Colle Oppio della Fronte Bassa della Gioventù Laziale Giallorossa “É bella l’Alba dopo una Notte di Burrasca”. Tra camerati non erano ammesse manine sinistre, e il vizio gli è rimasto.
Per venti giorni Leonardo dovrà seguire, a bordo del tourpedone della troup, il tourpe di Erpes sulle principali piazze italiane della musica leggera di successo e cassetta, Lucca, Ladispoli, Morciano di Romagna, San Giovanni Rotondo, San Giovanni in Lupatoto, Carcilupo, Masseria Lupotto, Macerata, Carate Brianza, Pachino, Morano dei Tedeschi In Ritirata Massacrati a Zappate Per Usufruire Le Loro Belle Scarpe, Casalecchio di Reno, Bastardo, Nola, Mola, Pola, Ruvo di Puglia, Isola Dino, Scurcula Marsicana, Sesso, i Sassi Di Matera, Masseria Ravanusa, Sala Paruta, Sala Consilina, Sala Manzù in Vaticano. Spera di resistere sino al termine senza andare in escandescenze: estrarre la spada dalla guaina significherebbe venire estratti a calci dall'agenzia. Non gli servirebbe.
Leo vive per qualche istante la felicità degli Artisti. Alloggia in un grande albergo di Lucca, prima tappa della via trucidis. Beve bira, sona ‘na chitara, e rilascia autografi pure lui. Sniffa coca e cameriere nel Grand Hotel Torre Guinigi. Una vita spericolata senza tetto né legge. E per sua fortuna smaccata, senza herpes; probabilmente os Santos di Bahia gli tengono ancora una mano sul capo.
Arriva la sera della prima, e Leonardo è stupito dal fatto che le giovani arrivate in massa non vestano altissima couture e siano prive di mazzi di rose rosse da proiettare all’Artista.
«Maleducate», pensa. A Milano, che è una città davvero chic, alle prime fanno così. Qua invece qualche cassintegrato al cromo arrivato da Santa Croce esige visibilità con uova dispettose e diverse monete da cinquanta lire, però è un rituale ormai consolidato, ci si potrebbe regolare l’orologio. Siamo o non siamo nel profondo Sud?
Le fan sono sui quindici anni e in calore. Le tonnellate di piercing, sballonzolando all’unisono nello stadio, provocano già di loro un ritmo niente male. Cing ka-cing, cing ka-cing, ding kalind, potrebbero essere ruote della preghiera o una batucada brasiliana. Sonagli a parte, Leonardo è allucinato dal prezzo del biglietto: cinquantamila per sorbirsi un’ora e mezza di orrore? E chi paga? I babbi? Una figlia così cinquantamila cinghiate a sangue, e fila in camera tua o arriva il resto. Attenta a come mi guardi.
Il costo del biglietto per Lenny non è un problema. Il suo incarico lo ha fornito di privilegi preclusi ai mortali: può rubare i cioccolatini bianchisecchi dal frigobar della sua stanza d’albergo, può fare shopping in centro e bere tutta la birra che vuole, e alla sera può vedersi tutto gratis. «Solo gnion guarda' pe' ppiù de du' secondi filati er bucio de mi’ moje, gniamo 'ntesi? Tò sgamato, fregnò», ha intimato Erpes al primissimo tavolo di contrattazione, quando le clausole sono state messe ben in chiaro e le occhiate di Leo, cappellarmente esplicite, messe al bando.
Ma i bonus non sono finiti. Può perfino stare dietro le quinte, per meglio osservare/studiare il Soggetto Committente mentre siringa la sua Arte d’Anatra nelle adolescenti su di giri e giù di cervello. Leonardo li ama, i palchi: lui può stare sopra, il popolo ha da star sotto, in nulla migliore di Lui, Lui Migliore di tutti. La Geografia della Giustizia. La Giustizia della Geografia. Lo fa impazzire giocherellare con la Vittoria e intanto pensare puttanate.
Plim, plom, plaaaaaaaaaamm.
«Uaaaaahhhh!!! Erpeeeeeessss!!! Erpe Erpe Erpe Eeerpesss».
La folla è in follia, e in prima linea cadono subito le prime dieci volontarie dello Svenimento Rituale. Estratte dai body builders del servizio d’ordine, sono buttate in una pattumiera semicingolata. Le note di un pezzo famoso, Più Bella Gnosa - segue boato - inaugurano la serata, e l’art director Lenny tara le frequenze del proprio cervello sull’Arduo Compito. Mette a punto e a fuoco. Mo’ se lavora.
Note Giovani? Note Giovani e ribelli? Giovani e Ribelli? Belli noti e rinoti? Belli e giovanoti? Gniovani, con lammusica gner core, ebbelli?
Mmmm. Il penultimo farebbe imbestialire la concorrenza. L’ultimo magara risulta un filo dialettale, in Padania potrebbero calare le vendite. Aumenterebbero però a Torrinpietra, Tor Marrangio, Hostaria, Tivoli e La Tina.
Mmmm, non so, mah, chissà, vedremo. Devo controllare all’anagrafe se ci sono più sciroccati al nord o al centro, quale tribù conviene scaricare, o se è meglio mungerle tutte a sangue. Bof. Mmoh. Decisioni, decisioni, checca sino.
Con l'avanzare serale della prestazione professionale dell'Artista, Leonardo, benché professionalmente applicantesi pure lui, capta che qualcosa non va, c'è un quid sotterraneo che lo fastidia, registra un gironzolìo di pressione non programmato. Sulle prime si sente agitato, non capisce che cosa sia, cavoli se sto male, cosò, guarda come tremo. Epperché sudo così.
Ah, ma poi capisce, ecco cos’era, eeeecco cos'era.
La vocina d'anatrina dell’Agnatra!
Qualcosa sotto lo sterno si libera e rulla. E non sono i rullanti della batteria. Sono quelli delle coronarie. E poi, bum bum ratabum, bum bum ratabum, nella borsa pallica si inizia un cake walk uànstep, genere cinquecento caubois corolle innamorate che in quadriglia pestano con gli stivali ricamati sul piancito in bois de rose della loro sala da ballo da corolle innamorate. Sì, ma adesso c’è da lavorare, Leo, piantala con le similitudini arzigogolate. Stai bum bum buono.
Dopo il terzo pezzo Moje passa tra le quinte per qualche secondo, ondeggiando. A Leonardo vengono in mente molte cose. Gli si avvicina sorridendo, chiede «Come te va? Ce sò probblemi?» Con un mignolo unghiuto disincastra dal diastema inf. una cosetta verdina, che poi con arco elegante proietta verso la folla: fate magnà me e l’omo mio, me pare ggiusto che ve ridò almeno i resti.
Lenny freddamente, con educazione da bancario, comunica il proprio stato: «Me sto a rompe li cojoni, bbella». Vorrebbe dire e fare di più, ma il contratto e la stretta d’Erpes non consentono quella familiarità amichevole che in altre occasioni l’hanno ricolmato di soddisfazioni e creste di gallo.
«Ahahah ahah. ’Mazza, so’ fforti, ’sti torinesi», e se ne va. Il passaggio del feticcio sorcale, ma soprattut. la sua battuta gli fanno lievitare ulteriormente la pressione, ma un nanetto rannicchiato dentro la buca del suggeritore, dritto davanti ad Erpes, attira improvviso la sua attenzione e lo distrae un attimo dal bumbum rottobum in accelerazione. Chi è? Lo vede armeggiare sudato con foglietti e microfonone. Che cavolo sta facendo? Non è un tennico del suono o delle luci, né un turnista della band. Non l’ha mai visto prima. Che sia un attentatore? Un fanatico della Buona Musica? Un pasdaran di Pava Rotto?
Leonardo non è uso discutere più di tanto con curiosità esistenziali, e strappa il binocolino al portinaio del teatro, anche lui lì dietro ad ascoltare e spiar gratis, col suo grembiule nero. Piattola. Lottando aspro con lenti in plastichina da uovo pasquale riesce a mettere discretamente a fuoco.
È il nanetto, che canta! Bestiale, Erpes sta solo facendo finta.
Eccolo, il Playback. Il bestiale Playback!
Eccola, la fragranza del Reato! Bestiale.
Ecco spiegata la vocina da rospo. Ecco il segreto del successo, degli Award dei tedeschi, poveretti.
Brividi caldi e freddi si alternano lungo i meridiani di Leonardo. Cielo ciellino, che sensazione di potere! Può sputtanare il Re delle Agnatre quando vuole! Far crollare l’intera caccosa industria discografica! Milioni di disoccupati a incendiare le camere di Commercio! Deludere miliardi di fans! Suicidi rituali per le strade! Forse anche saziar d'oca la moje divorziata dell’Agnatra!
Che cosa è la felicità - la sensazione che un idolo sta per crollare con un gran Paf Bum!
Questa agnizione naturalmente non migliora la qualità musicale della serata, non si deve mai chieder troppo alle agnizioni, perciò al quarto pezzo doppiato improvvisa escalation della temperatura e del tamburellìo Leonici. E poi dell’attività biliare sua, e peptica, timica, surrenalica, cerebrale e per la prima volta su questi schermi, nello splendore della Vengeange 45 mm dum dum, anche cerebellare. Riconosce immediatamente una cover per la quale troppe volte in autobus aveva silenziosamente dato del KORNUTO a Creato e Creatore. Note volgari, frasi da merceria, litanie zingare, concetti da pisciatoio. Amori contrastati, tremende cinghiale contente di esserlo, amici che ne approfitt
 Zip, zap, stracciaboom
Il nanetto viene eiettato dalla botola e, cantando a squarciagola, si piazza di fianco all’Idolo ammutolito. Gli arriva alle ginocchia, ma la sua voce la riconoscono tutti, tutti capiscono il maccherone posto in essere e mandato a effetto per tanto tempo. Ad ogni modo lo sgorbio, per non ingenerare troppi conflitti d’attribuzione, senza smettere di cantare spara una testata da cobra allo scroto di Erpes, che smette di respirare, sorpresissimo e celestino. Più dolorosa gniosa non c’è.

Silenzio in platea.

Silenzio.

Un colpo di tosse lontano. Un tubercolotico che straccia il cazzo c'è sempre.

Silenzio.

Gli occhi del cielo e della terra sono ipnotifatti e fissano la faccia del nano. Gli accendini però rimangono accesi, e non sono i funerali di Scalfaro: tutti vogliono vedere. Ve-de-re, no omaggiare. Gli omaggi dopo. Li stiamo preparando, solo un attimo di pazienza.
Un sorriso insultante deturpa la faccia di Erpes, mentre la sua vera vocina, insulsa, fessa, stonata, così - così insufficiente a petto di quella già stomacante del nano, come d’incanto viene centuplicata dai microfoni dell’intera regione Toscana: «Pacco! Pacco! Pacco! Pacco, pacco, pacco!» sgranaglia e rivela rospesca.
 Dalle ultime file sorge e sobbolle un sordo, incredulo interrogarsi. E’ un muggito ancora timido, incerto, insicuro di sé, dell’abominio perpetrato, delle contromisure che bisognerà pur porre in atto: non si citrulla una generazione, così, tanto per citrullare.
«Pacco? Paacco? Paaaaacco?».
«Ma gnìì. Gnììììììììììììì. Pacco pacco pacco, piuggniànde paacco gniògnièèèèè», conferma volentieri Erpes; lo sgorbietto conferma anche lui con cento sissì, sissì, sissì di testa, e riprende a cantare ma è interrotto dal lancio di tutti gli ortaggi falloidi lunghi e duri che madre natura è riuscita ad inventarsi. Pare di essere alle Termopili, il cielo e i riflettori sono oscurati da pacchi di zucchine, carote, enormi roteanti melanzane, asparagi, rudi cetrioli, cardi dei campi. Anche sedani. Certamente frivoli, col loro tutù verdino, ma se ti entrano di traverso dove devono entrarti, poi me lo sai dire il dolore.
E di dolore Erpes ne prova tanto, scipita statua di sale, condita nelle parti più intonate dalla violenza vegetariana del popolo, che quando ha mira, volontà politica, certezza del diritto e proiettili a sufficienza, come dire, ce coje.
Il surrogato rospoide non gracida più, crocefisso ad un amplificatore Farfinta®"! da due carote che in entrata gli hanno sfondato le orbite e in uscita la nuca piatta.
Leonardo ci pensa e ci ripensa, e decide che stavolta probabilmente ha esagerato. L Artista non meritava una fine così, non più di quelli che comprano i suoi dischi, ecco. L’Agenzia fra l’altro l’ha spedito in missione per fatturare, creare reddito, incrementare sopravvenienze, falciare accantonamenti altrui, mantenere vitaminico il surplus di cassa, tonica la fitness bancaria e NON, ripetesi NON, per armare casini e distruggere il Cliente, che modo è? Sì va bene, ho capito, ma un Uomo è un Uomo, ugniagniatra ugniagniatra, e fra l’altro sfido chiunque a risalire fino a me. Chi mai potrebbe? Io sono fantascienza, io sono iperboreo, io sono il posdomani, ma già da stasera infrango culi. Formula della mia felicità: io ti do una bastonata, tu la prendi. Obiezioni? Eccoti un’altra bastonata. Obiezioni?
Il mal di testa che l’insegue fino a Bulagna lo fa sentire un po’ in- in traveggole. Be’, per un paio di giorni. Poi tutto passa, e i radicali libberi se ne vanno, leniti da significativi minestroni alle gracidanti raganelle. Non gli interessa la prima pagina del Calzino. Ci ha avvoltolato cardi, un po’ di carote, asparagi, raccolti al concerto. Con quel che costa la verdura antiossidante oggi...


Problematiche fòlbalistiche

Leonardo tiene nella giusta consideraz. il calcio giocato, non quello chiacchierato. Da piccolo apprezzava prendere a calci la palla: oltre a sfogare i nervi, trovava quest’attività fantasiosa e formativa, ed era tutta una rizerca personale sul come ravvivare gli stinchi degli amichetti con nuovi e più dolorosi lividoni. Poi gli anni passano, gli amici INGROSSANO, tu rimani come sei, la musica finisce e ti ritrovi ardairector. Checci vuoi fare?
Gli stadi, tuttavia, non gli sono mai piaciuti. L’unica volta che ci si è avvicinato è stato per una campagna pubblicitaria. La G.O.A. gli aveva affidato la creazione di uno slogan per una Pubblicità Sociale, che contrastasse la scarsa propensione degli italiani a voltare le pagine dei libri, e in questo senso quale luogo migliore di uno stadio? Leo però si era limitato a rimanere all’entrata, ad osservare i celerini mentre regolavano gli ultras coi manganelli animati, e nel frattempo studiarsi i versi e i grugniti che uscivano dalle bocche degli uni e degli altri. C’era molto materiale cui attingere.
Lenny era tornato in agenzia con un bel menù di slogan, ma gli erano rimaste impresse le facce vacue, tifose e feroci dei manganellati, e la cocainica ferocia e vacuità celerina negli occhi dei manganellanti.
La sua repulsa per il calcio-chiacchiera la mattina trova concretezza simbolica nel giornale rosa sotto l’ascella dei lavoratori e dei pappa. Lenny non è mai riuscito ad andare oltre la testata di quell’organo. Ogni tanto, per fare il normale, per capire che cosa si provi a respirare l’aria degli altri, ha tentato di partecipare a discussioni già iniziate sul perché e il percome il mister A sia più brocco del mister B, ma con scarsissimo successo.
Non appena si va sul tecnico, e si affrontano le tattiche di gioco da un punto di vista filosofico, Leonardo entra in apnea. Per lui l’unica tecnica plausibile consiste nel fare un gol più del nemico e beccare un’espulsione in meno, il resto sono sfumature che non riesce ad approfondire. Le sue partecipazioni alle discussioni, perciò, durano pochi secondi: anche in questo ramo della vita nulla si può mandare a buon fine, se manca la volontà politica.
Le partite importanti, quelle della Santa Nazionale, le segue nei luoghi pubblici dotati di maxischermo, sempre per sentirsi un po’ meno alieno e più vicino al prossimo. Quando tutti esultano lui esulta, freddo. Quando tutti bestemmiano lui bestemmia, freddo. Di come vada a finire la partita non gliene frega nulla, freddo. Una spiaggia tropicale, una bella mulatta, suggerle le cose tropicali, aprirle le cose mulatte: è questo il suo unico, cogente concetto di performance sportiva. Meglio turista sessuale accaldato che esperto di football freddo. Fott mej che foot, anche se non lo penserà mai in dialetto, santo cielo.
Leonardo solitamente boicotta i bar. Non sopporta gli sportivi da bancone, impastati di frizzantini, campionato e sigarette. Entra solo in casi di estremo bisogno, biglietti d’autobus, una telefonata, una toilette, e mai nei Bar dello Sport o dei Cacciatori. Lo vieta la raggiunta maturità. Quando qualche cliente gli offre un caffè al bar sotto l’agenzia, solitamente popolato da pensionati alla nicotina e cappotti da PCUS, è professionalmente costretto ad accettare, ma vuota la tazzina in un baleno e trova una scusa per rifilarsela a razzo su in ufficio.
Questa mattina però, svegliatosi di traverso al letto e a se stesso, che è già un orrendo svegliarsi, Leonardo decide per una volta tanto di fare colazione fuori casa. È stanco del solito pane e marmellata, e come fanno i cappuccini nei bar, con tutta quella schiumetta, lui non ci riuscirà mai. Esce fuori, fa una camminata a piedi, entra dentro il bar.
Praticatasi un’iniezione di fiducia con un ampio respiro, e poi con un lungo sospiro, osserva gli specchi del Bar Ragazzi Rossoblù. Perché, si chiede, perché i bar devono avere nomi imbecilli? Chi ha dato l'ordine, quale medico pazzo?
Sono solo le otto e un quarto, lui è già rosso di stizza e l’aria già blu di sigarette. Forse quelle del giorno prima. O dell’anno prima. La nicotina è un soppalco di calcestruzzo che gravita a mezz’aria, sulle teste dei cancerandi.
«Un cappuccino e una brioche, per favore».
«Ha visto ieri il Bulagna? Roba da non credere...», gli domanda un montoncino anni Settanta, voce catarrosa e alito in bilico fra la Moretti, le MS e la morgue. Sotto il braccio ha la gazzetta rosa, autodenuncia di sfiga nera .
Somministra una gomitatina cameratesca a Leonardo. Lenny odia quelli che parlano e toccano, ed è pertanto facilitato  nel rispondere:
«Sono andato a teatro, ieri, dolente. Adesso che sa tutto della mia vita segreta, si piazzi a non meno di 99 metri da me».
«Era un pezzo che non vedevo giocare così male. E poi, quel cazzone del mister, bastardo ignùresen, bròtt imbezèl, non poteva mettere su Dioguardi invece di Condanniddio? È dalla partita con l’Atalenta che non va. E se non se ne accorge lui, chi se ne deve accorgere, Dio? Io? La palla è rotonda».
Leonardo non prova nemmeno ad abbozzare una risposta. Non sa i nomi. Non sa la classifica, non sa in quale serie si trovi ‘sto Bulagna, che cos’é un mister. E a quest’ora è rimbecillito dalla levata.
«Vede, se facevano come dico io sicuramente fermavamo Dioliberi, e non si portavano a ca’ quel paio di sleppe».
Leonardo inizia a cigolare. Non sopporta il noi quand’è usato così. Non sopporta il dialetto. Non riesce più a godersi la schiuma del cappuccino. Quella che ha cominciato da un po’a colargli dal naso, amara e turchina, ha già ricoperto tutto.
«Se Diotallevi metteva su Sperindio al posto di quel cornuto di Casadio, allora sì sarebbe stato un bell’andare, Sperindio canta e porta la croce sulla fascia, sa? È un giocatorino di quantità e qualità, a tal dég mè. Gli avremmo fatto un gran mazzo, se quel cornuto di Dioscampi che hanno comprato in liquidazione da quei marocchini del Lecce non si faceva forare come un gran cornuto. Non è un portiere, è un gran Cornuto, va mò là. É dai tempi di Santarelli che non vedevo un ignùrent del genere. Bròt maruchéin. E così il fieno in cascina se lo portan a casa i viola. La palla è rotonda. La sconfitta non fa morale, e non fa spogliatoio, a tal dég mèmme».
La brioche è a metà gola, non sale, non scende.
Lo scollegato ha una mano sulla spalla di Lenny, e gli parla a una distanza di venti centimetri. Gli sputacchi si tuffano nel cappuccino, che piange di orrore, diventa aceto. Leonardo si è svegliato del tutto, il sangue inizia a sfrigolargli lugubre nella cuccuma, e anche le sue venuzze, serpiginose e scagliose. Non vuole iniziare la giornata col mal di testa, molti slogan lo attendono. Ma il logorroico terminale non sembra cogliere le fermentazioni di Leo, nè quelle del proprio alito, e gli si mette a braccetto.
“Senti, scolti, gridi con me, dài: LA PALLA É ROTONDA, IL BULAGNA É UNA FE
Zip, zap, stracciaboom
Puf.
Il coso col montone è quarkizzato e warpizzato dritto nella sedicesima dimensione, dove sul campetto del prete bilioni di Arturiani giocano tutto il giorno a porta singola con palloni al plutonio di mezzo metro, non tanto rotondi, più sul dodecagonale. E, ah sì, la porta è il culo di chi scoccia Leo la mattina.
Il barista grida. Il montone se n’è andato senza pagare, e accusa Leo di complicità, tifo fiorentino e altre cose.
Sì? Alè, fuori anche tu, a giocare. Con una mattina così, cazzo fate tutti quanti in casa?
“Sportivo e barista scompaiono da un bar del centrocittà. Sempre il racket degli albanesi. A che ora la dichiarazione di belligeranza? I comunisti del governo lo spediamo o no ‘sto casus belli?”.
Leonardo ha una giornata di lavoro molto dura, un’orrenda ciribiricoccolite gli impedisce di concentrarsi.

Pi-erre

L’era antidiluviana in cui Leonardo si chiamava Vanes ed era un campioncino di polche e mazurche è lontana. Da quando è maturato, il suo rapporto col ballo ha subito un’inversione di tendenza.
Ora considera la filuzzi come un’espressione del bifolclore provinciale, e non mette piede in balera nemmeno dipinto. Lo stesso sentimento lo prova nei confronti dei ritmi latinoamericani che cercava di imparare da giovane, la salsa, il merengue, ora importati e rivenduti da istruttori cubani o dominicani col disperato bisogno delle chiavi di casa di qualche cinquantenne ricca, chiave per il Primo Mondo. Nonnò, niente piedi in balera.
Non é che non gli piaccia più ballare. Solo che in quelle scatole sbatterebbe contro scimmie che non gliela darebbero mai, arrapati che non tromberanno mai, lobotomizzati, fantocci perati, arredamento per mentecatti disturbati, aria da respirare col narghilè. E poi la musica, mioddio, la musica. Pausinica. Mollìchica. Oorff.
Sicuramente sbaglio, si dice quando gli calano i fumi, nelle discoteche s’incontra tanta bella gente, sana, disponibile agli scambi culturali, sbocciano durature amicizie, facilitate e rinsaldate dall’ambient music che tanto aiuta la conversazione e l’interscambio tra generazioni. Leonardo è uno che vede il mondo da una prospettiva tutta sua.
Acetica.
La musica non è mai quella che vorrebbe, la vive come roba da bergamaschi in ferie, e i prezzi per entrare a vomitare gli sembrano da emiri in ferie.
I suoi balli più recenti risalgono ad esperienze brasiliane e indiane, ricorda alla perfez. quando sambava con mulette mulatte sozze nell’anima, o mulatte che glielo mulinavano animate da sozzerie animali. Nel cervelluccello gli risuona ancora l'acid-music goduta sui tetti di Puna, alle feste organizzate dai sannyasis israeliani, che se non hai il cazzo fatto su alla Bruce Willis per loro non sei nessuno. Ed è ben pazzesco, se ci pensi. Appena fai amicizia è la prima cosa che ti chiedono. Fammi vedere se hai il cazzo fatto su alla Bruce. Israeliani. Lo stesso smodato interesse al cazzo che hanno gli arabi, questo sì. Una razza, una faccia. Almeno però gli arabi non hanno le basette schife lunghe sino alle ginocchia, e ogni tanto si vestono di bianco. Vabbè, spacciano, ma checcentra. Meglio loro dei calabresi, no? O dei siciliani, no? Lo sai che i siciliani hanno il pallino per ammazzare, no? E conosci qualcuno tu, ammazzato da un arabo? No, tu dimmi, ne conosci qualcuno? E allora.
 Insomma non é più entrato in nessun locale, e anche se è Andato Avanti, su 'ste cose è rimasto indrè, se le è perse tutte. Non sa cosa sia la miusic al massimo, le sfere brilluccichine al laser, i lampi da epilessia e le cubiste da peep-show.
Le gambe oggi però gli formicolano e non gli dispiacerebbe, dopo tanto tempo, andarle a sgranchire. Ma sarà il caso? Non mi scapperà da rigettare mentre ballo sul cubo?  Non sono p- più- . F - forse non è il caso di -
«Lenny, stasera siamo al Macis per festeggiare l’addio al celibato di Ennio. Vieni», gli ordina Marika, una collega ricciuta e brunona che da un po’ di tempo sembra tampinarlo. Ha deciso per lui. È incuriosita dal mistero che Leonardo emana. Poveraccia. Donna.
«Mmmmhhh. Non so. Devo mettermi qualcosa di particolare? Chi é Ennio?».
«Noprobblem, per entrare basta essere eccentrici, almeno in faccia. A te ti fanno entrare sicuramente, guarda. E se non vieni da Ennio, allora vuol dire che hai il cuore di lennio, ih ih ih ih ih».
Leonardo non capisce se questo sia un complimento o no. Ha però capito che se la serata andrà avanti a noprobblemm, e a te ti, e a puttanate e risolini nervosi, ci scapperà il morto. La morta. La mora morta.
Prima di uscire si fa il segno della croce baciata. Mai, per nessun motivo, stasera applicherà i Poteri. Giurin giuretta.
Si è vestito da giovane, jeans, camicia a fiori, giubbotto di pelle, gel e scarpe da ginnastica giovanilissime, alla vanilla.

«Iu hev probblem, amico. No scarpe da ginnastica, il venerdì. No ginnics shùùz in te venerdiks».
Leo riceve forte l’impressione che lo si stia prendendo pesantemente per il culo, ma il buttafuori ha lo sguardo bovino e l’accento del Pilastro, come anche il contrario, perciò non in grado per forza sfigale di concedersi finezze scherzose. È sul serio convinto del proprio slang niuiorchìsh, e in ogni modo da trenta secondi sta sventagliando munifico i pettorali per farsi capire meglio, e non lasciare questioni aperte. E adesso ha cominciato  a colpirsi il palmo col pugno. E adesso fa un passo avanti.
Che cos’hanno di speciale i venerdì, per costui? L’unico obbligo non sarebbe quello di mangiare il pesce? Caduto in prescrizione, tra l’altro? I dubbi tormentano Leonardo, rimasto fuori a guardare quelli che entrano. La mora Marika é sp- sparika.
Umiliato.
Lui, art director.
A Bulagna.
Da un mongoloide.
Del Pilastro.
«Ragazzi, torno a casa a cambiarmi le scarpe e vi raggiungo» strilla affabile al portoncino chiuso. Tum Tum Tum Tum Nau Nau Nau Nau Nau Iea Iea Iea Iea, gli risponde il portoncino a forma di imene cribrato.
Torna a casa a cambiarsi le scarpe. La vanilla non ha incontrato, meglio optare per mocassini con monetina. Ci torno? Massì, valà, ci torno, e raggiunge i colleghi. Il proprio autocontrollo, a volte, lo sorprende.
Non appena entra nella discoteca, Lenny è mazzolato dalle mutande anali delle cubiste. A stento riesce a dire qualcosa di sensato agli amici. Lo sguardo rimane imprigionato in quei framezzi per un’ora almeno. Ha i lucciconi, è entrato in giubileo. I viaggi che non si fa. Tutti a base sperma. La sua fase culista. Gli occhi laserano il buio a captare l’amato viola rosbif grinzolino, le narici gli si sono spalancate il triplo, alla cerca di colazioni aliene sull’orlo del p- parto. Uno dice: “Sederino!”. e Leo via che retrocede a quando eravamo cani in cerchio sotto felci e licopodi, a latrare alle scimmie che terrorizzate dai rami ci cagavano sul muso. Marika, che per la serata aveva puntato invece tutto sul proprio davanti, da lei ribattezzato Mariga, é offesissima, e tronca la storia.
Fortunatam. un paio di mojitos ben secchi gli sblocca il crash di sistema, scaccia le anelle delle monelle, lo sprona ad esibirsi in pista come non gli accadeva dai tempi del Kiwi di Piumazzo. Balla niente male, con uno stile che denota una forte influenza Kundalini residua: scosse, movimenti da cobra, occhi chiusi, slogamenti lombari, frustate a cavalli virtuali, molta fattanza e testa nei pressi delle anelle di Saturna. Pura scuola di Puna, altro che Piumazzo. I faretti l’hanno subito individuato, sono tutti per lui, e ai margini della scena, nel buio, Marika e Mariga sono pazze da more.
Tutti gli altri, sebbene giovani, alternativi e dotati di look a metà strada fra Ibiza e Mykonos (in effetti Bulagna è proprio in mezzo), ballano come robot, non vanno oltre il passettino dell’umpzppumpz da trance, così classico, banale, non, non - mm, a livello.
Nessuno esce dal suo metro quadrato, nessuna si strappa le mutande, mentre Leonardo, artista senza limiti o imposizioni, pesta un bel po’ di piedi all’intorno.
Che colpa ha se proprietari e pompieri hanno lesinato sulla metratura?
Se in pista ci va anche chi dovrebbe stare a casa, seduto sul divano, a guardare la tv?
Se la gente continua a fare figli?

«Cavoli. Balli bbbene, giovane, trendy. Di dove sei? Formentera? Bali? Bari?»
Leonardo stasera sperava d’incontrare una principessa Già Pronta, la donna della sua vita. O una zoccola, che va bene uguale, tanto le camicie le sanno stirare tutte. Invece, eccolo abbordato da uno con l’accento di Caserta, un giubbotto di lurex bianco, le stesse zeppe delle Spice Girls, lo stesso rossetto Standa, pantaloni tigrati aderenti tipo uno di Caserta in una disco del Nord. Fieno tuttifrutti in testa. Sorriso bruttissimo, marcio, circondato da biglie d’acciaio incapsulate nelle labbra. Una cornice piuttosto rococò.
«No, sono di qua. Solo che mi piace ballare». Diplomazia, Padrone, gli mandano a dire col fax le surrenali. Leo sente odor di busonaggine pericolosa. Non ha mai avuto nulla contro i gay, per il primo quarto d’ora sono molto divertenti. Basta che non glielo appoggino o che non glielo diano da baciare in punta, o che non gli vogliano baciare la punta, e che abbiano una conversazione decente, e lo spruzzino 3PVP rimane nell’astuccio.
«Ma daaiii, davvero? E’ difficile incontrare qualcuno capace di lasciarsi andare sul serio. Qui tutti ballano come zombie, cavoli». Anche Leo la pensa così. Solo che non gli verrebbe mai in mente di andarlo a raccontare ad uno che non conosce.
«Come ti chiami? Io sono Doriano, Dorian, per gli amici. Sarei di Caserta, ma il mio cuore batte tra Goa e Berlino. Anche Bulagna va bene. Sono un Pi-erre».
Gli allunga la mano. Non è chiaro se per stringerla (ha la consistenza di una carpa fuor d’acqua da tre settimane) o perché venga baciata.
«Piacere, Leonardo. Leonardo, per gli amici. Il mio cuore batte sotto il collo, tra i polmoni. Sono un copy».
«Ma sssai che sei simpatico? Mi piacerebbe conoscerti meglio... Di che segno sei? Scorpione scommetto. Scorpione, vero? Visto? Bel lavoro il tuo, creativo».
La serata va avanti col PR che in fattanza australe, sei exstasy e sedici superalcolici di vaglia, passa tutto il tempo a manovrare e tampinarlo per un torneo a cappella di ferro nei cessi. Marika, che ha visto il suo uomo sfiorare un finocchio scoppiato, scoppia in pianto e lo pianta.
Al tredicesimo offertorio busonico, visto che Caserta non la vuol capire, Leonardo imposta una contromossa. Però desidera essere scientifico e non violento nell’applicazione delle contromosse. Lui i Pi-erre li ha sempre detestati, non ne sopporta la falsità, il sorriso, il look giovane, l’inesauribile riserva di bigliettini d’ingresso ai luoghi fashion, il linguaggio imbecille. E poi, perché sempre tanta sorca attorno, eh? Perché? Perché si lavano molto o perché si lavano poco? Che cos’é, i soldi? L’anima frocia? Me lo volete dire? Qualcuno me lo fa, ‘sto favore?
Leonardo vuole mantenere la promessa di non infierire, stasera. S'è fatto giurin giuretta a indici incrociati e baciati tre volte, diventando anche un po’ rosso per ‘sta stronzata che ricordava dalla sorella hostesh. Furbettino, si cela il fatto che dopo mezzanotte non è più stasera, e in un a parte teatrale si rivolge alla platea e sussurra stentoreo: “Non ditelo  a Lenny”.
Ritorna in se’.
«Sssenti, Dorian. Devo andare, mi spiace. Visto che t’interessa il mio vorticoso e colorato mondo, perché domani non vieni in agenzia? Ti faccio conoscere un po’ di ggente», e gli allunga un biglietto da visita. Pensa che gli presenterà Monika.
«Non mancherò, cavoli, ci puoi contare».
Dorian va a letto eccitato. Un po’ perché non è riuscito a distribuire la propria energia nerchiale, un po’ perché la fattanza non è ancora scesa, e soprattutto perché il giorno seguente lo attende un incontro speciale. Da cosa potrà nascere cosa. Soldi o crespe, magari maschili. Dorian è un saggio. Si cala sedici eczxstazynes, col suo corpo astrale vuole divertirsi ancora un po’ prima che sorga il sole, il gallo canti, la padrona picchi alla porta per l’affitto. La notte è zovanotta. E via che parte.
Lenny, una volta tornato a casa, si stende comodamente a letto.
È verde di cattiveria per la serata rovinata prima da quella Monika poi dalla piattola, ma è anche contento per essere riuscito a mantenere i tori nel corral, una prova notevolissima, veramente. L’eleganza della soluzione che ha escogitato per vendicarsi di entrambi lo lascia senza fiato, e sulle gote gli torna a fiorir la rosa che pur dianzi inverdìa. Si rende conto d’essere un genio. Sul comodino ha preparato una bella camomilla bollente col miele premiale, una scatola di aspirina + Vit C e una boccetta di Novalgina, ma non ce ne sarà bisogno, è ricolmo di se’, della propria Gloria: stanotte si dorme. Con una volizione proiettiva elementale scaraventa la cattiveria residuale fuori dalla finestra, e la becchi chi se la becca.
Sistemato acconciamente tra i cuscini di raso color vulva ventiseienne, guarda il soffitto. Attende il sonno. E’ stanco. Diiiiio, se è stanco. Gli é scappato l’aggettivo premiale e poi gli è scappato residuale, e questo è stato il colpo di grazia, il segno che è proprio ora di chiudere gli occhietti. Speriamo che domani vada me-
Gli appare la faccia del PR. Coi labbroni e i dentoni gli sta mimando un rigatone, con un fracco di zeta e di esse. Le sente, nelle orecchie e sulla cappella.
 ZZZZZSSSSSSZZZZSSSZZZZZSSSZZZZZZZSSSSZZZZZZZ.
E poi, protundendo le labbra ridicole e tumide e ricostruite e salivose, la Presenza gli saetta un lunghissimo bacione culico, con leccatina di simpatia finale. Lo sente. Sente tutto.
MMMMMMMMccccccccciiiiiiiiiiiiiiuuuuuuuuòkk. Lap.
Lenny s’afferra le orecchie, tira. Tira. Tira. La paura gli fa tirare fortissimo.
Zip, zap, stracciaboom
Quartierino di Dorian. Interno giorno. Molto inoltrato, praticamente pomeriggio. Lo si capisce dalla luce smortina.
Alzatosi verso le quattro, Dorian sta pisciando nel lavandino, gli occhi impiastrati dall’alcol e dal fondo tinta e dalla deboscia. Si sente le ossa rotte, molto rotte, cavoli. Non ricorda che cos’ha fatto e a chi nell’universo è andato a rompere le balle, ma dev’essere stata forte: l’uccello è marrone scurissimo. Sospira. Cavoli, chissà in cosa l’ho infilato. Comunque sono forte. Si guarda allo specchio per controllare se i segni dei bagordi che da un po’ lo preoccupano rimangono stazionari, e caccia un urlo.
È negro. Ha ottant’anni.
Sente di chiamarsi Kunta.
Artigliandosi il petto muore aggrunchiato a riccio e in lacrime, sotto il lavandino, mormorando «Hai addaccado la mula, ragazzo? Hai garigado i gavoli?».

Orticaria

Leonardo si sveglia con un prurito orrendo alla schiena. Contorcendosi allo specchio, scopre una serie inquietante di bolle, dalle scapole alle natiche. Bianche e rosse, i bubboni hanno dimensioni diverse, e ronzano.
Aids! Tutte quelle zoccole che ha frequentato? O effetti indesiderati dei Poteri? Sta degenerando? Funghi? Vaiolo? Incubi? Le fialette si sono aperte nel letto? Una punizione divina? Leo ipotizza, ma non riesce a capire. Ospedale, presto. O- oggi niente slogan.
Arrivato al pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore, viavai di lettighe, ambulanze, poliziotti, sigarette di poliziotti, si rivolge ad un’infermiera:
«Seeee, tica».
«Mi sono svegliato con la schiena ricoperta di bol
«Ortigaria. Saccomotasse, la ghiamo io».
La meritionala scrive fulminea la diagnosi su un foglio, e aggiunge il nome di Leonardo sul fondo di una lista infinita. Come quella di Schindler, però meno premiata.
Leo emette un gridolino interno in cui confluiscono riso - la diagnosi gli sembra una cretinata - odio per le strutture pubbliche, odio per le infermiere delle strutture pubbliche che si credono brillanti diagnoste della Scuola Salernitana.
Siede pazientemente, da bravo paziente, su una panca in attesa del proprio turno.
«Orticaria. Ma se non bazzico fragole dall’anno scorso. D’altronde, se avesse avuto testa, sarebbe stata medico, no portinaia».
Il tempo passa, nessuno lo chiama. In compenso passa di tutto. Gente sfracellata in auto, medici impegnatissimi a confabulare su Bulagna-Lazio, uno con la faccia da cretino e i polpastrelli da stupido e uno che è il contrario. Zingari a caccia di portafogli. Suore a caccia d’anime. Texxani a caccia di fegati. Belgi a caccia di bambine, prima da far sbocciare e poi da rivendere ai texxani (ma senza i pezzi migliori). Imprese di pompe funebri a caccia di clienti. Vecchi a caccia di schede telefoniche nei bidoni di materiale biologico ospedaliero.
Un’infermiera arriva spingendo su una lettiga un ragazzo che sta morendo, avvinghiato ad una piovra di tubi da trasfusione infusione e perfusione e macchinari che Leonardo non conosce, fischianti, battenti e lampeggianti. Lo parcheggia lungo il muro della sala, e se ne va. Dopo un minuto arriva un’operatrice sanitaria (la donna delle pulizie) con un coso rombante, un lucida pavimenti della Nasa. Emette un rumore da shuttle, infatti, e l’accorta puliziotta lo va a passare sotto le orecchie del moribondo che sta per conoscere Dio, Gesù, lo Spirito Santo e tutto il loro tipico, patetico astio chiesastico da vendicatori dei cieli nei confronti di chi sulla terra pensava male di Loro mentre soffriva. Conosciamo bene.
 Leonardo s’è letto tutto ciò che la sala d'aspetto ha da offrire. Una Settimana Enigmistica usata, un vecchio numero di Oggi con Diana ancora viva e cavalcante, un Calzino dell’altro ieri, un poster sui melanomi dei tifosi della Fiorentina. Colorato ed inquietante, ma veritiero ed esaustivo. Leo ignorava quanto fossero marci a Firenze, e non sapeva che il viola è solo lo stadio iniziale. Poi, mentre sei lì che ti preoccupi e non sai che cosa fare, TRAP!, t'arriva il giglio su una tetta. Poi l’olivera nera, l’edmundo biliare, i cernecchi e infine i gori, a chiuder la partita. Brutto modo d’andarsene.
Maammamia, distoglie lo sguardo soprattutto perché non gli interessa proprio, ognuno ha le sue. Lui ha le bolle. Be', in effetti adesso che ci pensa cominciavano ad essere viola, già a casa. Continua a pensare. A quest’ora saranno edmunde ormai. Arrivato ai gori decide che abbandonarsi alla paranoia non è produttivo, non è performante. Nonnò.
«Signorina, mi scusi, qui che cosa intendete, esattamente, per pronto soccorso? Sono seduto ormai da due ore e tre quarti».
«Sera sabato sera saresti statin pieti, vecchie. Ci sonurcenze più urcenti dla toie, i metici sonimpegnate e gli ampulatoroccupate. Sietite, 'spett, e tàttuna calmate. La prossima volt macari prov'o sappone. Kille caffà schium, presént?».
L’infermiera è seccata. Cabbuogliono sti scassacazze, le cliniche privat coma Lusann? Scarraffune. Affrikane.
Allo scoccare della terza ora - a Leonardo l’orticaria è virata in orchite - la kapò lo chiama e lo indirizza.
«De’ Carolis, sala C».
Nella sala C un infermierino con gli occhiali lo scruta velocemente e con aria strettina strettina:
«Devi andare in dermatologia, schifoso! Hai bisogno di una visita specialistica! Chi t’ha mandato qui! Perché!».
Leonardo anche lui è un pezzo che se lo sta chiedendo. Le tempie cominciano a stillargli resina d’aspide.
Finisce al terzo piano a fare la coda allo sportello bancario. Deve pagare le cinquantamila di ticket per la maledetta visita specialistica.
Sale, sale. Ora sì che sa come san di sale le altrui sale. Altro reparto, altra panca. Un vecchio Panorama, un Venerdì di Repubblica e una Settimana Enigmistica con gli Incroci Obbligati ancora intonsi. Certo. I piani alti. Roba fina. Giusto.
L’attesa per essere ricevuto da tal Dottor Antani non è lunga.
«Acari, signore, l’ho capito appena ho visto la sua faccia. Vive in un fienile, vero? La lava spesso la paglia? Sarebbe meglio che la cambiasse, non crede?»
Leonardo è umiliato dalla diagnosi.
«Come sarebbe, se mi lavo? Certo che mi lavo. E vivo in pieno centro. Vabbè, le lenzuola le cambio solo per le Grandi Occasioni, ma non dormo con cimici e scorpioni...»
Leonardo lascia l'importante Nosocomio Mandamentale Regionale con cinquantamila lire in meno e cinquantamila dubbi in più.
«Macché acari. Chissà cosa s’è bevuto a colazione ».
Un forte interrogativo però lo turba.
«Non sarà che mi porto dietro ancora la puzza della campagna? Forse mi sono beccato ‘ste piattole provinciali quando vivevo davvero in un fienile, e oggi, dopo anni, mi sono tornate fuori. Oppure sono le pulci dei barboni in Piazza Verdi. Ma come hanno fatto a finirmi nel letto? Ehi, aspetta, ci sono, forse è un riacutizzo di pummarola brasiliensis, di quando stavo con Edinalva. Non s'è mai voluta curare seriamente. La più lercia di Bahia, però simpatica. Mah, bih, boh».
Leonardo non è per nulla convinto della diagnosi. Le bolle sono sempre lì, agitate e cinguettanti. La sua schiena è un misto di acciottolato di Pompei e soffioni di Pozzuoli. Dio, come non sopporto il sudicio sud.
Si aspettava una visita accurata, magari accompagnata da esami del sangue e molti tipi di prove allergologiche. Ma il tizietto s’è limitato ad uno sguardo sbadiglioso alle pustole e ad un
«Le lavi, le lenzuola, faccia questo sforzo. Ad alta temperatura. Si cambi la maglietta spesso ed usi un sapone più incisivo. E si cosparga di Mytigal, nel caso fosse scabbia. Mi telefoni, se è scabbia. Buongiorno. E chiami l'Ufficio d'Igiene. Hanno delle macchinette a vapori di mercurio che fanno miracoli, su quelli come lei. Ripassi tra due settimane per il controllo, se non si è liquefatto. Faccia entrare il prossimo, non tocchi la maniglia».
Non gli resta che andare a farsi spennare dall’arcinoto Dott. Marcolini, un dermatologo a tassametro che si mette in moto solo con valute forti, ma che non sbaglia mai una diagnosi. La visita costa 650.000 lire in nero, e serve ad arricchirgli la collezione di soldatini di piombo, uno più raro e bello dell’altro, ma puoi andare sul sicuro. La visita è come si deve, non si fanno file, e se ti sei beccato l’aids il dottore te lo dice subito, senza tanti giri. Inoltre, su un calendarietto con la Sua Foto, e la didascalìa Un'Altra Volta Impari, ti segna con un cerchio rosso anche il giorno che muori, preciso. E poi i soldatini in una teca in radica dello studio, tutti a guerreggiare e crepare proprio come te tra poco, sono un grandioso spettacolo, compreso nel prezzo. Bel tocco.
«Ha assunto per os crostacei surgelati?»
Leonardo è colpito. Veramente. Il dottore, dopo avergli attentamente osservato la schiena maraglia per non più di un secondo e mezzo, ed aver ascoltato la descrizione dei sintomi, ha già emesso una diagnosi plausibile.
Silvan, sul serio. Meno vecchio finocchio, e più vecchio Murri.
«Non ho assunto nessuno, le tasse e i sindacati mi ucciderebbero. Però ieri sera ho cenato con alcuni gamberetti in frezeer da un paio di mesi. La conversazione  è stata strana, e anche il sapore, adesso che ci penso. Mi sono intossicato?».
«No, non si preoccupi. Vede, questa è un’orticaria classica da crostacei e/o molluschi surgelati. Caso contemplato. Nel giro di ventiquattr’ore le sarà passato tutto. Passi in cassa e arrivederci».
Il dottore si frega le mani e osserva affettuoso il Battaglione Ussaro Il Giorno Prima Di Jena. Medico e paziente immaginano, sentono che presto arriveranno robusti rinforzi, e forse nuove più fresche lavanderine. Leo ne scorge una finita sotto un carro ippotrainato, e persino lui capisce che non se la caverà, con la spina dorsale spezzata. Una lavanderina più giovane, quella che l'ha fatta scivolare, ride allegra e nasconde dietro l'ampia gonna una buccia di banana mentre s'accompagna ad un certo Ulrik, posta di quella scaramuccia. Un vecchio Unteroffizier con pipa di gesso scruta pensoso tra le sottane scomposte della moribonda. Bel tocco. Diorama fantastico.
Sentimenti attraversanti Leonardo all’uscita dall’ambulatorio:
- gioia per sentirsi sollevato dall’incubo: non deve fare né l’esame HIV né testamento;
- dolore urente per le 50.000 + 650.000, oltre ad una mattina di lavoro persa;
- sorpresa per la competenza dell’infermiera del pronto soccorso (l’orticaria era davvero un’orticaria, ma ci ha preso per puro caso);
- odio e bava vindice per i medici dell’ospedale pubblico;
- odio, democraticamente scorretto ma vivissimo, per tutto ciò che è Pubblico;
- simpatia per le lavanderine, respirino o rantolino;
- dispetto per il comportamento di certi vecchi Unteroffizier, che stanno lì a sognare e fumare quando ci sarebbe tanto da fare; forse per loro è giunto sul serio il momento di andare in pensione e cedere il passo ai giovani Ulriki.
- odio per i carri a cavalli parcheggiati di traverso;
- e per Ulrik.
É talmente inferocito che davanti a lui Bulagna si trasforma in una Petra scolpita in carbone sardo, il cielo diviene una lavagna, le nuvole escrementi di negro linciato. La giornata é andata a metà, tanto vale sprecarla del tutto, farsi venire un bel mal di testa, chiudere i conti come si deve. Questa volta, per meglio concentrarsi sul bersaglio e non consentirgli di farla franca, Leonardo configura il proprio personalissimo mirino, una croce rossa virtuale tra i lombi del cervello, mentre emette il ronzio di dolore cui si sta assuefacendo.
Zip, zap, stracciaboom
Il Dott. Antani, dermatologo specializzato in vespe, acari e diagnosi veloci, si ritrova trasformato nel personaggio principale di un romanzo entomologico di Kafka, concupito dalla sorella matta che stravede per i burdigoni su per la figa però lui non ci sta e fugge ad elitre levate per le buie vie di Zlåta Bulagna, dove incontra una dittera bionda che produce un miele sapidino delicatissimo che Antani si diverte un fracco a suggere con la sua proboscide a tromba ma poi arriva il marito, un calabrone calabrese nero con un pungiglione come Antani ha sempre desiderato e invece si deve accontentare del suo tranquillo millimetro, che per la copula e le uova andrà anche bene, ma per far festa è pietoso, anche se le dittere non è a queste cose che badano, piuttosto ai tuoi colori, alle cellette dei tuoi sei ocelli, a come danzi in tondo e in su ein giù ein diagonale per convincerle alle nozze e sciamare al tuo nido di proprietà, e a quanti petali e rugiada porti a casa alla fine del mese e insomma dai e dai poi Kafka si scoccia e nell'ultima pagina, scritta peraltro con bel mestiere, durante la disperata fuga Antani la cimice finirà sfrittellata con una gran puzza sotto un’enorme lucida-pavimenti dell’ospedale Murri Sei Grande, Che Ti Frega del Mazzacurati? Quello Pensa Solo Ai Soldi.
Nella più grande Realtà, a fine mese tutti gli insetti meritionali del pronto soccorso in busta paga riscontrano dei pagherò a cadenza settimanale e scadenza quinquennale, intestati ad un certo Leonardo de’Carolis, che nessuno conosce ma che tutti dicono dotato di uno stuolo di avvocati turpi e carogne, amici di tal Di Pietro o Del Piero, non si sa bene. E per non essere sbancati, sbiancati, sbacchettati, sbranati pagano e pagano.
Osse pagano. Leo rinnova il parco cravatte.

Sinergie

Da quando è stato all’estero e ha letto carriolate di autori d’oltralpe, Leonardo ha intrapreso una profonda opera di repulisti intellettuale.
Durante questa specie di pulizia di Pasqua ha passato il piumino su tutti gli aspetti della propria cultura: scelte musicali e cinematografiche, lavoro, abbigliamento, cucina, letture, modi di parlare ed ora a operazione conclusa dice a tutti che ama il Bembo e odia i bamba.
Questi ultimi, in particolare. Alla stregua di chi abbia sciacquato i panni sporchi nell’Arno o nelle morte gore dell'Olona, Leonardo ingaggia una battaglia senza speranze in difesa del purismo linguistico.
Sebbene immerso in un mondo fagocitato da un inglese globalizzante, per quanto riguarda il linguaggio di tutti i giorni Leonardo rivendica il primato - entro i confini nazionali - della lingua italiana. Parla come mangi, ma il menù, attenzione, dev’essere ricercato, e affondare il rizoma nelle tradizioni più raffinate.
Appena gli è possibile, per esprimere anche i concetti + semplici ricerca e s’avvale di parole forbite, inconsuete, ad esempio rizoma. Detesta l’ovvietà, scova sinonimi dimenticati, anzi, desueti, è innamorato sino alla pippa del vocabolo più riposto, e in society fa il suo bel figurone. È in, soccya se lo è.
Come suo nonno, usa l’egli, l’essi. La particella appare obsoleta, poco giovane, nessuno dice mai essi andarono a zoccole, esse li sfancularono, ma è senz’altro squisita ed elegante.
Per questioni di lavoro è obbligato ad usare termini anglofoni (non si può sostituire indipendente a free-lance, e sostituire bersaglio a target farebbe troppo pub, anzi, bar. Se un ritrovo è up to date allora è un pub, se da’ il voltastomaco al pene è un bar. Chiuso l’inciso), ma ciò non gli vieta di detestare in maniera ideologicamente feroce gli imbastardimenti. Lo fanno incanire i termini italianizzati, di provenienza estera o dialettale, odorosi di popolo, e ancor più urla per la facilità e la velocità e la gratuità con cui esso popolo concede a terze parti il deretano posteriore.
Il top del top, in questa hit parade, per Leonardo è costituito dalle frasi autistiche ripetute senza scopo e senza sosta. I termini abusati, ad es. abusato, che odorano di muffa (the muff) e uccidono chi è dotato di orecchie tirate a cotton fioc e di narici sensibili (sensible nose).
Sinergie lo uccide. Allo stato lo riuccide. Senza meno lo seppellisce.
Gli untori che diffondono questa peste orrenda sono i media. La carta stampata (il Calzino è riuscito ad elevare rusco - immondizie - a voce dello Zingarelli) e la porca tv. La lettura delle pagine locali lo fa correre in bagno, sulla cui porta ha inchiodato il cartello BAGNO, NON TOILET, TOLETTA O TUALÈ, DEFICIENTI. Ai telegiornali, Leonardo emette grida strazianti.
Mammàno che si scende dal girone nazionale a quello regionale, la lingua subisce ulteriori stritolamenti. Alla fine, nelle cronache del condominio, il pensiero fattosi parola è un polpettone di frasi ritrite, dialetto, fumo da bar e nessun pizzico di noce moscata, comprensibile al max in un raggio di 1 km. Oltre è estero, Marte, feudo nemico. Invadere, uccidere. Olio bollente e coccodrilli. (Bullient oil and croccodills).
Leonardo ha avuto una giornatina pesante (heavy little she-day), e non riesce a riprendersi dal mal di testa, sempre più incalzante dopo ogni lezione. Durante le sue ultime performances, poi, all’emicrania si sono aggiunti formicolii sub frontali sempre più inquietanti (more and more under-front furmiculs. Very sturbing).
Con questo background medico e psichico che l'arrovella e gl'intorcina la faglia degli zebedei, un meriggio Leo torna a casa prima del solito (before the solitaire). Ha bisogno di riposare, soprattutto la mente (the cap).
Spera di rilassarsi leggendo il giornale. Cioè, spera... Vabbè, sì, spera.

San Petronio profanata da extracomunitari, strascomunicati, superzingari e barboni
L’Abominio è sceso tra noi!
Hanno mangiato le candele, si sono spazzati coi santini, si sono fatti barba, pediluvio e gargarismi
nelle acquasantiere, hanno pornofornicato sull’altare,
hanno pregato i loro idoli e ballato le loro preghiere.
Sorgi, Bulagna! Sii Diga! Sii Rossoblù come un tempo lo fosti, sacrifica agnelli e la Bestia bianchenera non prevarrà.
Perché dovrebbe? Eh?


La S. Sede Apostolica Laziale, di Rito Muratorino Approvato Sedente In Sonno nel Supremo Consiglio dei Trentatré Scozzesi Antichi e Accettati anche dai Polacchi, in una nota urgente su pietra greggia comunica che invaliderà affiliazioni, solstizi, aperture dei lavori, aumenti dei salari, testamenti e battesimi somministrati con liquami di risulta contenenti più dello 0,005% di deiezioni maomettiche. A buon intenditor  •••

Richiude il giornale. Vuole rilassarsi, non incazzarsi a comando.
Passa alla tv. Magari c’è un bel documentario sugli orsetti di peluche, od uno sugli effetti medicinali delle bombe francesi per l’ecosistema di Mururoa.
No, invece. Rai 3. Il TG regionale.
Vabbè, sentiamoci un po’ di news dal cortile.
«Metti una sera in discoteca. Metti una sera il popolo della notte in discoteca. Metti una sera le sinergie del popolo della notte in discoteca netuòrk». Un servizio sulle discoteche romagnole più trendy.
Un termitaio impazzito sotto la fronte gli combatte a sassate la terza guerra mondiale, ma presto finisce a fumi ed esplosioncine, perché anche se non sono affari loro ad un certo punto intervengono i bombi con la loro alta tecnologia intelligente.
Zip, zap, stracciaboom
Schermo bianco, da cui provengono stridule voci bhutanesi.
Dopo un paio di minuti la diretta è ripristinata, ma la lettrice che ha sostituito il collega infartuato riesce a parlare solo in lingua xingù. Un ricercatore dell’Università, esperto di dialetti amazzonici, è l’unico che riesca a seguirla, e a confutare immediatamente con un’affannosa telefonata a carico del chiamante le solite stupidaggini Rai che si vogliono far passare per verità: un babirussa non è un piccolo con problemi ai turbinati, il fazendeiro non è una sporca figura del sottobosco politico di Belém e il caucciù non è uno starnuto, specialmente perché se starnuti na selva vuol dire che o sei un primate con una freccia al curaro nei polmoni, o hai la TBC. Oh, a proposito: il curaro non è il prete del villaggio. Quello è il curandero, e i suoi miracoli sono molto più forti dei curati d'importazione. Be', certo, ai loro poveri livelli di selvaggi del cazzo è esclusa la possibilità di esorcizzare lo zucchero avvelenato o le copertine al vaiolo che piovono dal cielo. Con quelli non c'è gara proprio, ma non è questo il pun- dalla regia sbattono giù, questione di satellite.
Leonardo, incuriosito dallo sconfinato potere dei suoi sconfinati poteri, zappetta tutti i centonovantanove canali.
Ogni notiziario, rubrica, TG rosa, canale musicale, dibattito e porta aperta per fare mezzanotte emette vaneggiamenti in tagalog, malgascio, birmano, quechua, aramaico, ugro-finnico, nahuatl, papiamento, fumanciù, manciukuò, irochese, pidgin, (@##@/\/çù£0, anconetano, malayalam, cebuano, galla, hopi e yuppi.
Babele (Babels).
Un mal di testa genere Berlusca al settecentesimo avviso di garanzia non impedisce a Leonardo di recarsi in stazione a comperare le prime edizioni di diversi quotidiani: vuole capire cos’ha combinato stavolta (this vault), e magari arricchire le pareti del salotto con nuovi trofei.
La Repubblica è in swahili, il Corriere in lappone, il Giornale in un afrikaans scolastico ma efficace, il Calzino in comunista, la lingua degli odiati russi, la Stampa in simpatico foggiano, la lingua di Rivalta. Per ridere compra mezz’etto di Cuore e Polmone, e scoppia in un pianto amaro: è in sassuolese, e il "Tiobo' !”. che titola l'elzeviro è in corpo 180 (l'articolo, con la classica logica degli spiritosi, è invece in corpo 290 bold very slunghè).
Porta tutto a casa svelto svelto, e incolla roba al muro per ore. Alla fine è esausto, ma ripieno d'orgoglio. Si è piaciuto. Indietreggia di un passo (solo uno, per la faccenda dell'orgoglio), e rimira la parete sopra il camino: sembra Guernica di Picasso (The Guernics ov Paicass).

Mal di testa

I poteri e gli effetti speciali di Leonardo sono aumentati. Ogni volta che si sente attaccato inventa punizioni sempre più efferate, tipo quando è sceso in cantina, ha tolto dallo scatolone gli scarponi chiodati regalatigli dallo Zio, se li è infilati e ruggendo è risalito e ha sfondato ha sfondato ha sfondato a calci il televisore che trasmetteva la gente che applaudiva i funerali di qualche deficiente morto nell’espletamento del dovere dello stato. Loro e le loro mani idiote facevano clap clap, e lui gli ha fatto CRAASH, CRACK TINGLE!, e com’è contento adesso. Principalm. perché ha risparmiato un zip zap stracciaboom, e secondariam. perché è sempre un piacere imparare che c’é un cretino in meno.
I zip zap stracciaboom aizzano nell'angelo sterminatore emicranie vieppiù ingravescenti, e in particolare sono terribili i parossismi scatenantisi in lui ogni volta che s'imbatte nella parola vieppiù, immediatamente dietro a vivaddio nella sua lista di proscrizione. (Allo-stato è hors concours, morirebbe alla prima sillaba, meglio non pensarci).
Certe sere il dolore è talmente lancinante che progetta di prendersi a martellate. Si è assuefatto a qualsiasi tipo di antidolorifico. Non riesce più a dormire, e non è in grado di presentarsi al lavoro.
La Vendetta quindi inizia a pesare, oltre che sull’integrità fisica, anche sulla Produttività.
Conscio delle conseguenze, cerca di limitarsi, infierendo solo quando è indispensabile. Le fonti di sturbo però sono infinite, e sembrano addirittura aumentare. Leonardo si sensibilizza verso forme d’odio vieppiù sottili. OOOOORGHHHHH.
Qualsiasi attentato al Buon Gusto e alla Cultura è oramai un attacco personale, diretto alla sua stessa e medesima persona. Contro di lui, cioè, non ha dubbi veruni.
In ogni modo, in questo modo, Leonardo benché attaccato su più fianchi arriva a trentacinque anni. Certo a fatica, ma si è tolto soddisfazioni, ha pareggiato conti, ha passato il punto di non ritorno, è in vantaggio, yuk! Dalle rive orrende del suo fiume ha visto transitare a faccia sotto migliaia di nemici, gonfi. Particolare importantissimo: tutti eran con le mosche verdi, nessuno rideva, nessuno profumava e faceva finta d’esser vivo. Il nutriente tempo della Realtà.
La cadenza delle sue vendette però è costretta a subire un rallentamento. I postumi stanno diventando insopportabili, le multe ormai bisogna comminarle con oculata parsimonia. E' preoccupato, ne va sul serio della salute, tirerebbe ad arrivare minimo ai trentasei, ma i bozzi gialloviolacei della fronte iniziano a suscitare nei colleghi divertiti sospetti, glielo legge in faccia ogni mattina, glielo. Tutti fautori della prova del nove, scienza esatta.
S-schifosi, p-porci tutti.
Non è più facile come agli inizi, ronde di Volunteers in caccia del VPV (Vendicatore al Pepe Verde) stanno frugando ansiose i portoni e i tombini dell’intera città, perciò si vede costretto al ribasso, a stabilire una quota fissa: 1 (Una) atomica al mese. Giurin giuretta. Indici incrociati, tre volte baciati.
See, figurarsi.
Isteresi é la fatica del metallo, Isterìa la fatica del Giusto. Non di metallo.
Né di granito, né di carborundum, se è per questo, ma di ossa, carne e incazzature, trastullo preferito di quel grandissimo rompicoglioni del Lassù, che tanto per non smentirsi il giorno stesso del giurin giuretta spedisce a Leo una raffica di molteplici attacchi a mitraglia.
Alla televisione del mattino sbatte in un agghiacciante "...Diciamo che vi è un vieppiù di qualità e di quantità a go go. Diciamo che allo stato la vera problematica è che i centrocampisti che cantano e portano la croce e quant’altro appartengono un attimino, oggi come oggi, alla Milano da bere, vivaddio. Evidentemente". Poi nel pomeriggio rimane coinvolto in una rissa tra Pi Erre e buttafuori modenesi di una discoteca, il Tio?Boh!, e sotto le Due Torri viene implicato in uno scontro tra caldarrostai modenesi per il controllo dal teritôri.
Le conseguenze sono deleterie per il paladino, che nei giorni successivi, dimentico di se stesso e dei suoi giurin giuretta, ha applicato con munifica liberalità fulmini a tonnellate su ani reprobi e infedeli. Tante tons. Ma tante tante tons.
E siccome dalli e dalli vien la bua ai non-metalli, Leonardo è ghermito da inedito malore.
È raccolto dal 118 mentre sguilla e risguilla sul marciapiedi, tra sibili, schianti, loffe, schiume, orine, ectoplasmi, cacche addosso e reiterati tentativi orali, andati a vuoto, di strappare lo scroto a Baal.
Morsicare le balle a Baal. Gran numero, se riuscisse mai.
I silenziosi innocenti della Coop di Volontariato CDSM "Ci Dispiace Se Morite" nei referti annoteranno che il paziente si artigliava tempie rosse fuoco infernalissimo, e nel suo gonfiore testicolo-laringeo assomigliava al mortadello Brodi quando gli viene in mente l'Orchessa Dalema.
«Tossico in simmia», diagnostica una vecchia in blè. Dal pronto soccorso Leonardo viene efficacemente instradato al reparto picchiatelli.
Privo di traumi fisici di rilievo - un singolo ematoma da craniata su marciapiedi, vistoso e cìp, ridicolo dal punto di vista clinico - appena torna in se’ rilascia un’intervista piuttosto interessante allo psicologo di guardia.
«Senti qualcosa se ti faccio così, De’ Carolis?».
Il medico avvicina la testa a dieci cm, e lo guarda.
Leo apre gli occhi, e fissa il dondolìo dei suoi anelli da narice: «Formiche. Voglia di napalm. Un M-16».
«In che senso formiche? E perché il napalm? Cos’è un M-16?».
«Formiche ha presente quegli esserini fascisti che raccolgono le briciole e le portano sotto terra ne sento un mezzo miliardo belle grosse qui sotto la fronte dottore e mi stanno rodendo il cervello mentril napalm come la varechina è insostituibile nell'obliterare le macchie di merda Apocalypse Now presente no se invece non hai abbastanza soldi puoi fare benino anche con l'M-16 una specie di cerbottana. Uufff. Ha finito con le sue curiosità da ignorante? Casa, idrogeno casa».
«Prima di lasciarti andare devo accertarmi delle tue condizioni sicofisiche. Cos’è 'st'apocalissi nau? Perché ti esprimi in lingue estere? Perché salti la punteggiatura?».
È in fissa col TU, stosterco, geme Lenny. È sfinito, non vuol parlare più. Non serve mai. Suoni. Aria.
"Tu. Sterco. Fisso".
"Non fare lo stizzito con me, amico: sono il solo che si sta interessando a te, qui dentro. Forza, sta su, mettiti dritto. Sei pronto per il test Khaccyo-Vhuoy? Sì? Ipotizziamo che ti trovi chiuso in un autobus affollatissimo, di quelli che strisciano sull'asfalto con la coda e le portiere sono gonfie ma bloccate. Dove metti la crocetta:
A) Ti alzi e fai accomodare una vecchia in cinta in attesa dei soccorsi.
B) Col martelletto d’ordinanza prima spacchi il vetro d’emergenza, poi spacchi la faccia a chiunque cerchi di saltar fuori prima di te.
C) Spacchi la faccia alla vecchia gravida, così, tanto in 'sto casino chi lo viene a sapere.
D) Mordi a sangue una guancia alla stronzetta che tu le hai sorriso ma lei è impallidita ed ha girato la testa».
Leo a medio alzato fa capire che crocerebbe B C D. Col secondo medio alzato e vibrante comunica che alla personaggina smorfiosa di D praticherebbe anche altre cose, tanto in 'sto casino chi distinguerebbe le urla?
Si odora il secondo medio. Subito glielo odora anche il medico, che balza indietro di scatto.
«Perché tanto odio? Cosa t'infastidisce?»
«Che cosa t’infastidisce, testa di cazzo, parla in italiano. Tutto. A cominciare da te. La tua faccia. Come ti conci il naso. Il tuo stipendio. Le tue domande imbecilli. Il tuo far parte della mia realtà. Quella vacca di tua madre. Se mai l'hai avuta».
Un sichiatra pubblico non è meschino, è e vuole essere un professionista, educato a non leggere come personali gli attacchi di un ebefrenico franato. Sospira soltanto, e stila il referto. Il seicentesimo della mattinata. Di fronte alle brutture posteti davanti (posteti?) dal misericordioso mestiere ci si difende con la prassi, con gli atti dovuti.
Il paz. Barozzi Vanes, aka De’ Carolis Leonardo Lennileo, da Noi approcciato il 23 ultimo scorso, all'esame obbiettivo denuncia significativi elementi di marasma del sensorio superiore, connotati da impulsi coattivi a morsicare tessuti umani, e associati a schizofrenia paranoide galoppante. Allo stato risulta destrutturato in toto, intrattabile e refrattario a qualsiasi presidio terapeutico, ivi inclusi elettrosciòcc, socc del mel alla punta, scissura dei temporali e deafferentazione corticale. Rinchiudere. Dimenticare. Evidentemente.
Si rilascia a chi di dovere per gli Usi di Legge.
In fede, Bulagnesi Pier Maria, diciamo.
Ha una coiffure arancione ed un tatuaggio GNOCCA RULES! sulla guancia sx, anellini e crocifissi infissi nei posti più atroci, ma il mestiere lo conosce, perdio se lo conosce, e va quindi a cantare il referto al paziente laggiù nella stanzina imbottita, imitando la voce maschia di Ron, suo artista di riferimento.
Grida cilene. Grida argentine. Grida tuzi. Grida kurde. Grida tibetane. Grida slave. Grida terrestri.

Ravvolto in una camicia di forza che nessuno gli leva e nessuno gli lava, Leo per un paio di anni vegeta in una stanza con materassi e ditate nelle cantine di un manicomio convenzionato di Imola. L'unico che lo accudisca e che gli voglia un po' di bene è Mengoli Gino, un infermiere di Sassuolo, spinto in quelle tristi plaghe da indicibili intorcinamenti della beffarda vita. Nasando odor di Premio Bancarella, Campiello, Strega, Bagutta, Viareggio, Forte dei Marmi, David di Donatello, Telegatto, Terrazza Martini e Chinzén de Realizér, Gino ha sub/odorato la potenzialità delle memories del povero bavoso. Di giorno intervista e registra, di pomeriggio si disinfetta, e di notte sbobina i deliri del conterraneo. Un lavoro attento e minuzioso: molti pugni e cinghiate partono quando Lenny si slancia nei suoi galoppi anti sassuolesi, ma il resto, signori, è amore. Vero amore.
Allo stato trattasi di materiale ancora un po' crudo ma, cantando e portando la croce, Gino sogna un'auto nuova e una moglie nuova.
E siccome c'è bisogno di gioia nel mondo, facciamo voti che tutto vada come vuole lui.
Alè Gino.


PARTE TERZA


Dal Particolare all’Universale

Cotto e tostato da psicofarmaci non di ultimissima generazione (molecole tremende, messe al bando dalla Food And Drug Administration, ma solo negli Stati Uniti), Leonardo lascia l’ospedale.
Si sente rinvigorito. I camicioni di canapone, i canapè imbottiti e le confessioni al registratore di un povero illuso l'hanno riempito di sinergie, ma è ancora traballante. Non sa come reagirà al primo attacco dell'attuale problematica odierna del giorno d’oggi, allo stato piuttosto performante, oggi come oggi, vivvaddio.
Il ritorno a casa è una vera prova finestra.
Tutto ciò che disprezzava (ciclisti, vecchie in blè, tossici, Ferrari Rosse con ruote a stella, ignoranti bocchinaie in pelizza di volpedo, autisti d'autobus, tunisini d'autobus, anconetani, bresciani, bulagnesi, calabresi, commissari calabresi, commesse, impiegate, il verbo approcciare, il sostantivo règimi, il mondo intero col suo fiato al caffelatte e infine PARAMETRARE, il Boss di Fine Livello) s'è messo in fila tra il portone blindato del manicomio convenzionato ASL e la porta della sua camera da letto convenzionale. L'Odiabile Tutto applaude i funerali del vecchio Leo Che Non C’é Più, clap clap clap clap, applaude la prova superata, attentissimo a stangare eventuali nuovi passi falsi.
«Signurì, ti leggere mano, bona fortuna, bono amore, bona vita, boni soldi si tu da me soldi».
Zingara. Di Boemia? I suoi bambini roteano attorno a Leonardo, che cerca ad occhi chiusi d’infilare le chiavi nel portone. E non stanno esercitandosi in garruli girotondi. Sono dieci piccoli indiani che in carosello puntano al conestoga del suo portafogli. In quale tasca sarà mai nascosto? Se si distrarre gli slammettaremo tutte, giacca, pantalone e anca palle se urlare all'aiuto all'aiuto. I colori di guerra sono sostituiti da moccio verde e cispe albicocca e cerumi neri, le penne d'aquila da inquietanti cernecchi animati e forforescenti e le frecce, nella filmina interiore di Leo, da neri pistolini grinzosi all'affaccio, meno lunghi e puntuti ma di sicuro più affaturati.
«Si legga la Costituzione, per favore» suggerisce, poi il portone si apre, lo accoglie, lo protegge, si richiude, TONF.
In casa si butta sul divano.
Ma non gli sta girando pari. Ha bisogno d’aria vera, dopo anni di materassi con ditate.
«Farsi due passi», si prescrive, ed esce. La zingara è sparita, queste sono fortune. Imbananato duro dal mix di Roipnol Depositum e Tavor 1000 Koncentrè, gli ultimi sparatigli gratis prima della dimissione, dirige in zona Varsity e si siede su una panchina di Via del Guasto. Tra le enormi mele marce di Pomodoro, cagate e inverdite dai piccioni, il selciato è luccicante di siringhelle. Moderne sculturine moderne, fermamente volute da tredici generazioni di assessori all'arredo urbano.
«Fratello, dieci sacchi, mi parte il treno tra un minuto, dai».
U- un terminale risorto da un cespuglio, spade concimate e stillanti che penzolano da cinque valvole del gomito. Ragazzo di strada, artista di strada, scultura di strada, creperà per strada.
«Lavorare. Fonderia. Cantieri navali. Miniera di sale. Miniera di zolfo. Pulicessi a San Patrignano. Assassino a San Patrignano. Ampia varietà di scelte, se si è giovani e motivati».
«Eh? Cazzodici. Sto deca lo smolli o no».
Leo si alza e s’incammina verso il mercato della Piazzola. Vuole rilassarsi. Shopping. Non male come idea, e taglia da Piazza Verdi, malissimo come idea.
«Fumo? Bici? Roba? Biglitti tiatro? Strumenti di orchestra di tiatro?», gli bisbiglia un rappresentante. Dal tasso alcolico del fiato Leo desume trattarsi di musulmano rompicazzo, nella trista variante di rompicazzo musulmano, cru Sfax.
Ha barbetta e sguardo poco rassicuranti. Pericolo. Maghreb. Allah. Culo frantumato. Inoltre coltello, a ravanare nei frantumi. E poi, chissà se la garanzia sugli acquisti è valida.
«Telare».
«Nienti tilare, io stari. Orilogi? Bambini? Hai sigaritta? Dici sacchi? Portafogli? Casa? Mogli casa?»
«Chiamo la polizia?»
«Tu vuoi puliziotti. Ecco lì - indica un cellulare chiuso, di fronte al teatro. -Vuoi io ti li chiamare? Mii boni amici. Io detto lori fracco cose di mii nimici».
Leonardo stringe i pugni e rievoca le parole dei dottori: «Come regola generale se ne stia sempre bel calmino, Sig. De’ Carolis. Quando si sente disturbato, chiuda gli occhi, vada oltre. Conti, conti. Antichissima pratica tibetana. Nessuno, come i tibetani. Passi alla cassa. Cominci a contare».
Leonardo allunga di lena, semina Yussuf ben Hallouf che non se ne accorge proprio, ha già altro da fare ad altri.
Una studentessa di Legge in bicicletta, stizzita dal traffico, scarta e s’immette sparata sotto il portico. Il Roipnol non consente riflessi felini, costerebbe molto di più no? e la ruota anteriore lancinante gli si incastra nel cavallo. Raggi. Galassie. Supernove. Stelle. Tutti i milioni di milioni della canzone.
«Non guardi dove madonna vai, testa di minchia?». La principessina ha piena contezza dei propri privilegi, ha rinunciato magnanima a quello di azionare i freni ma il resto li vuol far valere TUTTI. De facto. Hic et nunc. Ope legis. More uxorio.
Leo fissa i murales. Belli. E conta. Tanto. A lungo. Intensamente. Le bananapalle gli si sgonfiano un po' prima del trecentomila, e zoppetto riesce a raggiungere la Piazzola. È sabato, e c’è un bel movimento. Signore a caccia di mutande da mille lire. Tossici a caccia di mille lire. Mille tunisini algerini marocchini a caccia di tossici e di mutande con signore dentro. I senegalesi se ne stanno al largo, per i loro bastoni in mutenye e antilopi d’iroko ed elefantini in bubinga e sgabelli in dussié non c’é richiesta.
«Amico, roba, amico» lo strattona un mezzaluna baffettino cru Tindouf, con piccolo cellulare uptodatissimo per le ordinazioni on the fly.
No, mogio, di testa. Niente parole.
Non sa come, dipenderà dall’essere stato fuori circolazione troppo tempo, chissà, ma oggi i cavalli nordafricani gli paiono tutti uguali: stesso giubbotto di pelle, stesse scarpe da basket, stessa sciarpa d'arafat, stesse cicatrici in faccia, stesso sorriso sfrappachiappe. I boss del racket li mettono in uniforme, quando li assumono. Tutti uguali, con identica carta d'identità al ciclostile, e tenersi bassi a guardaroba, ragazzi, così gli sbirri si confondono e vi prendono per uno dei loro. Una razza, una faccia, un’attività.
Leonardo respira a fondo, auspica che lo smog degli autobus abbia effetti calmieranti sulle bozze frontali. S’incammina lungo la salitina della Montagnola. Gli piace spulciare tra le bancarelle dei vestiti usati, cercare di sfogliare vecchie riviste porno incollate, magari esaminare da vicino queste famose card telefoniche di cui si dice tanto, notevoli finestrine sulla capacità dei  terrestri di inventarsi una boiata al secondo.
«Quant è questa?», chiede il prezzo di una scheda ad una bancarella, indicando la meno rovinata.
«Sessantantamila mila ¬ uri», risponde l ambulante. Ha la faccia del Gatto e della Volpe messi assieme. Serbia + Calabria.
«Mila mila cosa? Per una scheda usata?»
«'Scolti. È una Felicori Màvuro Rosso del '99, a tiratura bassissima, solo due milioni di pezzi. C'è scritto, guardi, vede, visto? Sul catalogo la mettono a dieci, ma ci marciano. E questa è stampata a rovescio, per cui varrebbe anche di più, sa. Perché mi fai perdere tempo, se non te ne intendi, passante?».
Leonardo cerca ossigeno a grandi sorsate. E' buono l'ossigeno, fa bene.
Camomilla milla, si prescrive.
Scavalcata una trentina di fuoristrada coreani scintillanti, entra in un bar di Via Dipendenza, il Bandi Killer. Dentro, sotto due gigantografie di Beppe Savoldi e Beppe Signori, una macedonia di papponi meridionali, busoni meridionali, commesse meridionali in minigonna ed estetisucchiere bulagnesi, professioniste del boccolo ai meridionali. Ha già voglia di uscire: meglio viver tra i ghiacci che consumar refezioni tra venti meridionali. Ai tavolini vigilano albanesi, con la loro pettinatura a coda d'anatra. Una poliziotta, brutta come una Uno bianca e con steatopigìa alla cavallerizza, che l’uniforme esalta, sta facendo occhiolino e linguette a due di loro, fingenti smodato interesse al suo seno corto ma intanto studianti modo privarla Beretta 9 mm lungo.
É uno spettacolo doloroso, orribile, quello che gli sta di fronte: i bar tirano via il velame dalla degenerazione dell’uomo, un degenerato che ha perso l’istinto e sceglie, preferisce ciò che lo danneggia.
«Cinquecento camomille, per favore».
«Be’, no, Signore, per chi ci ha preso. Qui solo Bianco Sarti, siamo un bar moderno. Comunque paga prima alla cassa». E col fazzolettone rosso e blè Forza Bulagna! sfrega disinfetta e lucida il marmo in metacrilato davanti a Leo.
Il felicori per cui non ha optato, che gli piazzano sotto lo stesso, è annacquato, senza nerbo, chicchi non vitali allevati in batteria, ma in compenso sa di ammoniaca. Il Bandi sarà anche moderno, però la macchina del caffè bisognerà bene un giorno che qualcuno gli dica di pulirla.
Di fianco al bar c’è un’immensa sala giochi, la Stelle e Strippi. Millenni che non mette piede in uno di questi nulla. Da ragazzino ci bruciava i mesi, i trimestri, le pagelle.
Andiamo e uccidiamo qualche astronave, chissà se ho ancora la mano. Come li odiavo, gli invaders.
«Brown? Bianca? Libano? Windopen? Anfe? Ecstasi? Harissa? Yoimbina? Nepente? Colla da scarpe? Mio fratellino? Il fratellino di qualcun altro, magara?». Non ha ancora infilato le millecinquecento lire nella fessurina della macchina che un mullah gli sciorina meccanico ed annoiato il campionario, senza guardarlo, supremo, attento solo al circostante e a come vanno gli affari dei complici. Scambia un cenno di saluto col poliziotto di guardia alla cassa, che lo ricambia con un sorrisino e una scuotitina di testa ammonitrice.
Lenny svicola fuori in fretta, e sotto le nuvole di bambagia metanica scopre di non avere più mete; la passeggiata gliel’hanno accoppata, e ora può solo decidere di tornarsene a casa. Ci ho provato, è andata male, ma la buona volontà ce l’ho messa, accidenti: quella l’ho ancora, segno certo che sono un vincente. Fa due V con le dita rivolte al cielo, ma è anche vero che vorrebbe infilarsele in gola, o negli occhi. Una vetrina di scarpe per matte gli rivela la presenza sopra la testa di una nuvola fucsia, a forma di teschio, che lo incorona Re dei Morti In Piedi. Pur sapendo di essere l’unico a vederla, approva questa decorazione Pùr Le Merìt, dice sì con la testa due volte, ma non è che la cosa lo emozioni o lo sorprenda, sapeva che ci sarebbe arrivato. Il teschio prende simpatico a mordicchiargli la punta delle V ancora scioccamente innastate.
Ha voglia di buio, vuole buio. No tv, no giornale, no telefono, no umani, no mondo, no realtà. Sì dormire. Sì sprofondare. Sì niente.
Imboccata frettolosamente una scorciatoia, è investito ancora una volta. Un travesto biondo in motorino, vacca contromano, pelliccia da mantenuta contromano, telefonino da cavalla delle polveri contromano. Occhiali a specchio, rossetto da ingoio. E' imbestialita, ha dovuto interrompere la telefonata, gli affari, fermarsi.
«Kkaazzofai, cieco del cazzo. Sei ubriaco, albanese del cazzo?», e gli sputa in faccia. Teatrala, scaraventa a terra il motorino per ammazzarlo di botte.
Leonardo paralizzt, ma kon sorriso su lbbr. Saperessere ormai caplinea. Quandaldunque, nuomo è nuomo.
Explod cnsapevlezz, arriva gotterdamerung ora X show down catarsi. Gatt lard rimett zampn. Scherzt trpp con fuoc. Il tròp lè tròp, interrompil tuo galòp. Hiroshigasachi.
Zip, zap, stracciaboom
Il Teschio Fucsia in cima a Leo é visibile anche a terzi, ora, apparizione portentosa e raccapricciante, ma la sorcia non fa in tempo ad assaporare il Terrore; le si lessano subito i globi oculari, bianchi, bianchi, dolore chiodato, e le narici si spampanano in nere coane piene di larve dei morti, gli cascano i denti con tintinnii sul motorino, tin tin e rin tin tin, poi vapore, fssssssss, scompare.
Prima c'era, adesso non c'è più. Che liberazione. Capire i partigiani.
Poi riappare facendo POF, sbaglio nudo meravigliata con kazzinfronte formaggioso e agitato, vivo di suo. Pelosa vagina colante al posto di ex bocca pittata, più sequela di pianti e lamenti ed echi ed aliti di sepoltura. Coglioni di cane penzolano da mento. Corpo groviglio di nasoni negri e canappie ebree, corde saponate, camini, croci in fiamme, trattori albanesi.
Poi vapore. Cancellata. Fsss.
Poi c'è.
Poi vapr. Fss.
Poi c'è, povapr, pocè pvpr. Settanta volte sette, questo spettacolino. Fs. Fs. Fs. Fs. Fs. Fs. Fs.
La testa di Leonardo è un frappè di ossa pelle scintille circonvoluzioni ricordi rimpianti strilli dolore.
L'eroe è scivolato in ginocchio, tamburi lontani nelle orecchie, contrazioni tetaniche cloniche anguillose. Passanti osservare, sentimenti assortiti albergando. Sul finale schifo prevalere.
Vecchia coraggiosa in blè fermarsi, mano salsicciosa appoggiargli su spalla e con carità e accento sassuolesi chiedere:
«Si shente male, sgnùreino? Vuole cento lire? Una brioss? Del metadone? Il 118?».
Leonardo alza il mento e coi pozzi secchi delle orbite la fissa. Così inginocchiato, con una corona di sangue che dai capelli gli riga la faccia, è Gesù. La signora ha un sussulto. Il Creatore? Lo faceva più biondo e checcoide, tio bò. Che fine hanno fatto gli occhi alla polniùman? “Chiamo un muezzin? Un prete? Il zentro zòvani?”.
 "No. Sendo".
La fronte del gesù entra in risonanza. Gezzzzzùùùùùùùùùùùùùù. Ùùùù.
La shamaritana comincia a vibrare.
La sua pappagorgia.
Il suo astrakan.
Il pacchettino di caffè.
I capelli blè.
I presenti.
Bulagna.
Comune, Provincia, Regione. Lo stivale, la palla, la galassia, l'universo, il concetto di universo.
SSSSSSSSSSfrapppzz, straaaaazzz
stracciabum
Buum
BUUUUUM


MENGOLI GINO, il Mister di Quantità & Qualità, l’Alto di Gamma, Grandeclasse Grandecultura, Demiurgo di Vaglia, Il Migliore, lecca via dal cabarè le molecole della caccola schioppatagli senza apparenti motivi tra i palpi, e suspiria con ali di cristallo.
Ecco, l’Inevitabile Incidente è risuccesso, mi tocca rifare nuove tutte le Cose.
Diciamo che allostato non risulta esserci probblema, ma non é questil punto il punté un altro: realizza che si é rotto ‘na cifra de paura di cantare e portare la croce, la fase impone di andare a una grossa verifica, ma senza per questo entrare in fibrillazione. Sìpperché per quanto lo concerne Lui - Non - Ci - Sta a questo trend del comparto, detto con tutta la piena, pacata serenità del caso, anche se non potrebbe fregargliene di meno. Vero è che se la sconfitta della politica fa tendenza, e non fa morale, non fa spogliatoio, non fa classifica, non porta fieno in cascina, be’ allora sarà giocoforza testare altri ambiti innovativi, e aprire ulteriori linee di ricerca e sviluppo e vagliare altre tematiche e be’ allora porrà sotto screening indagini conoscitive più performanti, allo stato su questo non ci piove, evidentemente, diciamo. Non è chi non veda che é un atto dovuto, allo stato non ci sono i numeri per proporre alternative che abbiano un senso, e chi pretende di avere pronta la ricetta valida, la panacea di tutti i mali, l’uomo di tutte le stagioni, bé allora si faccia avanti si assuma le sue responsabilità per intiero e la proponga al Paese, ai giovani che ci guardano e che sono la nostra ricchezza. Sipperchè nonè questil probblema, il probblema è politico, e concerne una visione di più larghe intese organiche. Vero animale di palcoscenico, non é nelle sue corde la sistematica disattesa dei suoi grossi input, talché la volta prossima ventura, se la ristretta tempistica a Ns. disposiz. lo consentirà, converrà valutare un attimino meglio i riscontri probatori sul territorio epocale dismesso in oggetto di cui sopra pocanzi, e se del caso riaprocciare la fitness del ribaltone con un più grosso règime di giri di valzer. Diciamo che, ponendosi superpartes, con occhio equidistante, riparametrerà management satellitare, tattica di gioco, centrocampisti di fascia e di cerniera, di bosco e di riviera, chi di dovere, il bonus, il malus, classe di provenienza, modalità arcade multiplayer e quant’altro la problematica impone. La palla è rotonda, ma ben lo si sa. Diciamo che pacatamente si assumerà in pieno le proprie responsabilità umanitarie, con una visione qualificante di più largo respiro e più grosso spettro, afferente al terzo millennio ormai alle porte, diciamo. Sipperché è dato comune che Tutto si può fare, quando c’è una grossa Volontà Politica in atto, vivaddio: non s’ha da temere alcun Confronto con la Controparte, se Essa farà la sua parte con spirito costruttivo, non miope diciamo, e se scenderà in campo senza remare contro per conquistare visibilità a discapito delle aspettative della società reale del paese di provenienza. Realizza che è sufficiente aprire un grosso tavolo di concertazione ed andare alla verifica in maniera pacata, consapevoli del fatto che l’Azienda Universo, che allo stato siamo a gestire col più ampio e fattivo concorso di tutte le forze sane, é un grosso inciucio molto performante cui tutte le parti sociali usufruenti debbono continuare a guardare con larga convergente ammirazione e grosso rispetto istituzionale, ma ambedue pacati, diciamo, per tirare avanti unitariamente e serenamente, consapevoli fino in fondo del gravoso compito che ci siamo assunti, grati e orgogliosi per il lavoro fin qui svolto nell’ambito del Gì Otto, ma lucidamente e pacatamente, democraticamente consci che, lo si voglia o no, stiamo per andare tuttiinconcerto incontro ad uneurepocancellieratallatedescadoppioturnofederalismonazionalazzurriformematocritoriminizemanzaccheronibatigolalkaciofalkaseltzerozerozerozerurgenza.
I terrestri questo vogliono.
Gli italiani poi non ne parliamo.
Evidentemente.


AP.
PLAUSI.